(Dis)integrazione economica nell’Indo-Pacifico

14 mins read
Fonte Immagine: https://regards-interculturels.fr/2021/01/eclairage-sur-le-rcep-la-plus-grande-zone-de-libre-echange-au-monde/

Il continente asiatico, al contrario di altri, è sempre stato e continua ad essere piuttosto indietro sul fronte dell’integrazione politica. Non può dirsi altrettanto per quanto riguarda quella economica e commerciale, che si è sviluppata notevolmente, soprattutto negli ultimi anni. Allo stesso tempo, tale integrazione, pur apportando innegabili benefici a numerosi Stati asiatici, sembra riflettere in modo inevitabile le divisioni geopolitiche che coinvolgono i paesi all’interno e all’esterno del continente. Basti guardare l’“affollamento” di Accordi di libero scambio e di iniziative economiche di altra natura attualmente esistenti nell’Indo-Pacifico. Tra queste, presentano maggior rilievo il CPTPP, il RCEP e l’IPEF.

Le origini: il Trans-Pacific Partnership (TPP)

Nel 2008, l’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush annunciò l’avvio di negoziati commerciali con un gruppo di quattro paesi (Brunei, Cile, Nuova Zelanda e Singapore), i quali precedentemente avevano dato vita ad un accordo, denominato Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement, il quale può essere considerato il primo siglato tra paesi che si affacciano sulle due sponde opposte dell’Oceano Pacifico. In seguito all’annuncio di Bush, altri paesi decisero di aderire ai negoziati, fino a raggiungere un totale di dodici (oltre a quelli già citati, si aggiunsero Australia, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Perù e Vietnam). Nel 2009, giunse alla Casa Bianca Barack Obama, il quale proseguì i negoziati, considerando l’accordo che stava per nascere come una parte fondamentale del “pivot to Asia” degli Stati Uniti, ovvero il fulcro della politica statunitense nell’Asia-Pacifico. Dopo ben diciannove round di negoziati, oltre ad altri incontri separati, i paesi in questione pervennero ad un accordo nel 2015 e il 4 febbraio 2016 firmarono il Trans-Pacific Partnership (TPP). 

Tra i punti fondamentali del patto c’erano: la riduzione o eliminazione totale delle tariffe doganali e di altre barriere commerciali su una vasta gamma di prodotti manifatturieri, tessili, tecnologici, agricoli, ecc.; la liberalizzazione dei servizi transfrontalieri e la rimozione di ogni discriminazione verso le imprese che offrivano servizi in aree quali il commercio al dettaglio, la comunicazione, la finanza, ecc.; l’apertura dei mercati agli investitori esteri appartenenti ai paesi firmatari del patto, oltre alla previsione di regole per evitarne il trattamento iniquo (era anche previsto un meccanismo di risoluzione delle controversie tra lo Stato e l’investitore); l’introduzione di regole sul commercio digitale e la protezione della proprietà intellettuale, nonché di elevati standard lavorativi e ambientali.

Oltre al valore economico dell’accordo, c’era da considerare quello geopolitico. Infatti, secondo il Presidente Obama e l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, il TPP avrebbe consolidato la leadership degli Stati Uniti in Asia e rafforzato le alleanze con i paesi del continente, permettendo    a Washington di assumere la guida anche in materia di regole globali sul commercio. Tutto ciò aveva chiaramente lo scopo (mai affermato esplicitamente) di contrastare la Cina, che era rimasta fuori dall’accordo, in quanto non in grado di adeguarsi agli standard e alle regole stabiliti dal TPP; inoltre, si intendeva così incentivare altri paesi ad aderire agli accordi siglati sotto la direttiva degli Stati Uniti piuttosto che della Cina. 

La fine del TPP: il CPTPP e il RCEP

Prima che il TPP potesse entrare in vigore, nel 2017 il neoeletto Presidente Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo. Egli aveva lungamente criticato il patto, sostenendo che avrebbe portato molti posti di lavoro all’estero, aumentato il deficit commerciale degli USA e non avrebbe risolto il problema della manipolazione di valuta attuata dai partner commerciali del paese. Anche i sindacati avversavano l’accordo, affermando che esso avrebbe causato un abbassamento dei salari e un peggioramento degli standard lavorativi e ambientali. 

Il ritiro degli Stati Uniti mise in serio pericolo l’intera tenuta dell’accordo. Tuttavia, gli undici paesi rimanenti decisero di avviare nuovi negoziati per salvare ciò che ne restava e dare vita ad un nuovo accordo senza Washington. Tale sforzo ebbe successo: l’8 marzo 2018 fu firmato il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP). Esso entrò in vigore il 30 dicembre dello stesso anno. Nonostante la maggior parte del CPTPP sia rimasta invariata rispetto al precedente TPP, ci sono delle differenze, riguardanti soprattutto il cambiamento o la rimozione di regole impopolari che erano state imposte dagli Stati Uniti agli altri partecipanti. L’accordo rimane aperto all’ingresso di nuovi membri, inclusi gli stessi USA, che potrebbero ritornarvi. Il Presidente Joe Biden ha affermato di non avere intenzione di aderire al CPTPP così com’è attualmente; egli potrebbe provare a rinegoziare l’accordo per includervi migliori standard lavorativi e ambientali, ma finora nessun passo è stato compiuto in questa direzione, né tantomeno si prevede che lo sarà in futuro. 

Il ritiro degli Stati Uniti dal TPP ha indubbiamente indebolito la leadership di Washington, oltre a rendere più difficile il contrasto nei confronti della Cina. Oltretutto, Pechino era al lavoro già da anni, insieme ad altre nazioni dell’Indo-Pacifico, per dare vita ad un altro accordo commerciale separato, il Regional Comprehensive Economic Partnership(RCEP), senza gli USA. L’idea nacque nel 2012 su iniziativa dell’ASEAN, i cui dieci Stati membri (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam) intendevano creare un accordo commerciale comprendente tutti i partner regionali con i quali essi avevano siglato degli Accordi di libero scambio (Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Australia e Nuova Zelanda). I negoziati ebbero inizio nel 2013 e, dopo ben trentuno round, oltre ad altri incontri separati, il RCEP è stato firmato il 15 novembre 2020, entrando in vigore il 1° gennaio di quest’anno. 

Tuttavia, nel 2019 il RCEP perse una parte molto importante: in un annuncio a sorpresa, il Primo Ministro Narendra Modi ritirò l’India dai negoziati, rinunciando ad aderire al futuro accordo. Fu spiegato che l’India fosse stata costretta a ritirarsi a causa del fallimento dei negoziati nel far fronte alle sue preoccupazioni principali. In particolar modo, l’accordo avrebbe quasi del tutto abolito le tariffe doganali; ciò avrebbe posto l’India in una posizione difficile, soprattutto nei confronti della Cina: c’era il pericolo di una vera e propria “inondazione” di importazioni cinesi nel paese. Va ricordato che il deficit commerciale dell’India con la Cina era già elevato e anche quello con gli altri partecipanti del RCEP era in aumento. 

Seppur nessuna dichiarazione in merito sia mai ufficialmente giunta da alcun membro del governo indiano, si ritiene che Nuova Delhi accusasse in realtà Pechino di voler utilizzare l’accordo per assumere una posizione di egemonia nella regione dell’Indo-Pacifico, sfruttando il suo duplice ruolo di principale fonte di importazioni e maggior destinazione di esportazioni; attraverso il RCEP, la Cina avrebbe reso ancor più economicamente dipendenti da essa la maggioranza dei paesi partecipanti, specialmente i membri dell’ASEAN e l’India stessa, molto più vulnerabili, allo scopo di estendere la sua influenza nella regione. Tecnicamente per l’India è ancora possibile partecipare: è espressamente previsto che essa possa decidere di aderirvi quando desidera, ma è altamente improbabile che Nuova Delhi decida di farlo. 

Malgrado il ritiro dell’India, il RCEP è oggi il più grande accordo di libero scambio del mondo, comprendente quindici nazioni dell’Asia-Pacifico, con un PIL complessivo di quasi 26 trilioni di dollari (circa il 30% del PIL mondiale). L’accordo include il 30% del commercio e della popolazione globale. Esso eliminerà le tariffe su circa il 91% dei beni e introdurrà regole sugli investimenti e la proprietà intellettuale, oltre a standard lavorativi e ambientali, anche se in modo meno esteso rispetto al CPTPP (e al TPP). 

Al di là del valore economico, vanno fatte delle considerazioni geopolitiche. La creazione del CPTPP e del RCEP è un segno chiaro che i paesi della regione sono pronti ad andare avanti anche senza gli Stati Uniti. Inoltre, nel settembre 2021, la Cina ha formalmente avanzato la richiesta di adesione al CPTPP: ciò significa che un accordo disegnato per tenere fuori Pechino potrebbe vedere quest’ultima diventarne la protagonista. In realtà, potrebbero volerci anni prima che la Cina riesca effettivamente a diventarne parte, non solo perché l’adeguamento alle regole e agli standard previsti dal CPTPP comporterebbe un notevole cambiamento da parte cinese, ma anche perché le tensioni con l’Australia, il Canada e il Giappone potrebbero ritardarne l’adesione, essendo richiesto il consenso unanime di tutte le parti.

L’IPEF: il ritorno degli Stati Uniti?

In un evidente tentativo di rimediare al danno provocato dall’abbandono statunitense del TPP, il Presidente Biden ha lanciato, nel corso di una visita a Tokyo lo scorso 23 maggio, un’iniziativa economica che mira a ripristinare l’impegno degli Stati Uniti nell’area dell’Indo-Pacifico. Tale iniziativa, l’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF), non è un accordo di libero scambio; essa   è basata su quattro pilastri: commercio equo e resiliente (inclusi standard lavorativi, ambientali e digitali); resilienza delle catene di approvvigionamento; infrastrutture, energie rinnovabili e decarbonizzazione; tassazione e lotta alla corruzione. Essa è stata definita come il “più significativo impegno economico internazionale che gli Stati Uniti abbiano mai assunto nella regione”. Molti analisti lo hanno comparato al TPP, da cui il paese si era ritirato nel 2017. L’IPEF è intesa come     un precursore di ulteriori negoziati futuri, poiché non include un’uniforme riduzione delle tariffe. 

Finora, all’iniziativa hanno aderito quattordici paesi, che rappresentano il 40% del PIL mondiale: Australia, Brunei, Figi, Filippine, Giappone, India (che, al contrario del RCEP, vi ha aderito con entusiasmo), Indonesia, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore, Stati Uniti, Thailandia e Vietnam. L’IPEF supera sia in termini di PIL che di popolazione il RCEP, soprattutto a causa della mancanza della Cina, che risulta essere ancora una volta la grande assente. Pechino, come ci si aspettava, non ha risparmiato aspre critiche all’iniziativa, sostenendo che essa ha il solo scopo di isolare il paese, creare divisioni e incitare allo scontro. Per tali motivi, l’IPEF sarebbe “destinata al fallimento”. Se sarà davvero così o meno, soltanto il tempo potrà dirlo.  

Latest from ASIA E OCEANIA