Qatar 2022: tra sport e soft power

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A cavallo tra novembre e dicembre 2022, il Qatar ospiterà il Mondiale di calcio più discusso della storia. I casi di corruzione legati all’assegnazione della Coppa del mondo del 2018 e del 2022, hanno infatti sconvolto il mondo del pallone.

Tanto che le varie inchieste nate dal 2010 in poi hanno portato alle dimissioni, tra gli altri, di Joseph Blatter e Michel Platini, ex presidenti di FIFA e UEFA. Il piccolo emirato, dal canto suo, ha utilizzato massicciamente lo sport come strumento di soft power negli ultimi anni, arrivando ad ospitare fino a 500 eventi sportivi dal 2005 a oggi. Il modo in cui il Qatar ha sfruttato le grandi manifestazioni sportive per ottenere visibilità, prestigio e influenza a livello globale, rappresenta un interessante caso di studio.

Il Qatar è una penisola nella penisola (quella araba), ed è uno degli stati più piccoli al mondo. Ha una superficie di 11.571 km2 e una popolazione di 2,8 milioni di abitanti, di cui solo il 10% con cittadinanza qatariota. L’instabilità del Medio Oriente e la violenza utilizzata da gran parte dei governi dell’area, non agevolano di certo l’ingresso di investimenti diretti esteri (IDE) né l’afflusso di turisti, due aspetti molto importanti per un paese emergente come quello qatariota. Per tale ragione, uno dei principali obiettivi della leadership dell’emirato è diventato, negli ultimi anni, quello di “distanziarsi” dal proprio vicinato, cercando di promuovere l’immagine di una nazione stabile, nonostante si trovi in uno dei contesti più complessi del pianeta. Ed è anche attraverso l’utilizzo dello sport come strumento di soft power, che il Qatar sta cercando di perseguire i propri obiettivi di politica estera, tramite una pianificazione che si può racchiudere in 5 strategie

La prima, come già detto, riguarda proprio il puntare sullo sport per far fronte agli effetti negativi dati da un vicinato instabile (definito “neighbourhood effect” da C. Steiner1). Dal 2005 ad oggi si sono infatti svolte qua più di 500 manifestazioni sportive, di cui 24 etichettabili come mega-eventi. Tra questi si possono ricordare il Campionato mondiale di sollevamento pesi del 2005, i Campionati del mondo di atletica leggera del 2010, i Giochi panarabi del 2011, i Campionati mondiali di pallamano del 2015, fino alla stessa Coppa del mondo calcistica che avrà luogo quest’anno. 

Direttamente collegata alla prima, troviamo la seconda strategia: il Qatar vuole attrarre un turismo che duri nel tempo e che non sia solo legato al flusso dettato dai grandi eventi. Nel 2019, su 2,4 miliardi di turisti nel mondo, l’emirato ne ha accolti 2,1 milioni, contro i 25 milioni degli Emirati Arabi Uniti e i 20 milioni dell’Arabia Saudita. A tal proposito, nel 2000 è nata la Qatar Tourism Authority, con l’obiettivo di promuovere la penisola come destinazione di qualità sia a livello regionale che internazionale. 

Una terza strategia è quella di posizionarsi nello scacchiere globale come attore sinonimo di eccellenza. Per raggiungere tale obiettivo, nel 2003 è nata la Aspire Zone, conosciuta anche come Doha Sports City. Questa è una struttura di 2,5 km2 che sorge a Doha e che al suo interno ospita dal 2004 la Aspire Academy, con lo scopo di formare giovani talenti sportivi in Qatar. Sempre nella Aspire Zone, si trova l’ASPETAR, un ospedale specializzato in ortopedia e medicina sportiva, unico centro medico d’eccellenza accreditato dalla FIFA in Medio Oriente. 

La quarta strategia per incrementare il proprio soft power tramite lo sport, riguarda la volontà di essere percepito come un “buon cittadino globale”. A tal proposito, nel 2010 è stato istituito il Centro Internazionale per la Sicurezza nello Sport (ICSS), un’organizzazione internazionale senza fini di lucro con sede a Doha, con la missione di promuovere e proteggere l’integrità e la sicurezza nello sport. 

Infine, la leadership qatariota, nel suo ambizioso tentativo di diversificare l’economia nell’ambito della Qatar National Vision 2030, sta puntando molto su investimenti in attività sportive all’estero. L’esempio più eclatante è quello dell’acquisto, da parte della Qatar Investment Authority, della squadra di calcio francese del Paris Saint-Germain nel 2011.

Nonostante il grande sforzo per promuovere un’immagine pulita all’estero, gran parte dell’opinione pubblica occidentale vede però questi tentativi con sospetto, spesso etichettandoli come mero “sportwashing”. Sono state molte, infatti, le proteste volte a far sì che la Coppa del mondo non si disputasse in Qatar, e i membri degli staff di alcune squadre hanno già reso noto che non saranno presenti al torneo

Le ragioni sono ben note. Le ripetute violazioni dei diritti umani, la discriminazione delle donne e della comunità LGBTI, la continua riduzione della libertà di espressione e le terribili condizioni in cui versano i lavoratori immigrati sono solo alcune delle accuse che vengono mosse al governo di Doha. Un famoso report del The Guardian ha inoltre documentato la morte di circa 6500 lavoratori impiegati nella costruzione di stadi e infrastrutture legate al Mondiale, fomentando le critiche della comunità internazionale verso l’organizzazione del torneo. 

Come se non bastasse, le spese astronomiche sostenute dall’emiro al-Thani per l’organizzazione della Coppa del mondo, hanno certamente contribuito a peggiorare la posizione del Qatar agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica occidentale. È stato stimato che Doha spenderà circa 220 miliardi di $ in totale tra nuovi stadi e nuove infrastrutture, rendendo questo evento il più costoso nella storia dello sport. A tutto ciò vanno aggiunti i casi di corruzione di cui sono stati accusati alcuni funzionari qatarioti nel processo che portò alla selezione dell’emirato come nazione ospitante della manifestazione iridata.

Dal punto di vista economico si dovranno comunque attendere diversi anni prima di avere un’idea chiara di quali saranno i ritorni sugli investimenti effettuati (quelli immediati sono stimati in 17-20 miliardi di $, meno del 10% delle spese sostenute). A livello di politica estera, invece, i risultati sembrerebbero essere già più evidenti. Il Qatar è infatti diventato un attore chiave nella mediazione tra democrazie occidentali e regimi quasi-legittimi. Uno degli esempi più evidenti è quello che ha visto Doha ospitare il dialogo tra Stati Uniti e il regime talebano nel 2020. Ma l’emirato ha ricoperto il ruolo di mediatore in molti altri conflitti come quelli in Darfur, Etiopia-Eritrea, Libano, Somalia, Israele-Palestina, Yemen, Sahara Occidentale, Siria e Indonesia. 

La vocazione mediatrice dell’emirato si può riscontrare direttamente all’articolo 7 della Costituzione del 2003, il quale sancisce che “la politica estera dello Stato si basa sul principio del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, favorendo la risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici e sostenendo il diritto del popolo all’autodeterminazione e alla non ingerenza negli affari interni dello Stato e alla cooperazione con nazioni amanti della pace2”. Sono poche le altre materie che, come lo sport, si prestano così bene a tali fini. È dunque lecito aspettarsi che la Coppa del mondo 2022 sarà solo un ulteriore passo nel tentativo del Qatar di accrescere la propria influenza nello scacchiere internazionale tramite lo sport, ma non l’ultimo.

Bibliografia:

1) Steiner C., 2010, “An overestimated relationship? Violent political unrest and tourism foreign direct investment in the Middle East”, International Journal of Tourism Research, 12, 726-738

2) https://www.constituteproject.org/constitution/Qatar_2003.pdf?lang=en

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