Il complesso rapporto del Canada con la Corona, tra rivendicazioni e apatia

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Fonte immagine: www.universitymagazine.ca/what-does-queen-elizabeth-ii-mean-to-canada

L’indifferenza del governo Trudeau per il Giubileo di platino di Elisabetta II – celebrato con una medaglia giubilare e una breve visita del principe Carlo e di Camilla, duchessa di Cornovaglia – è stata accolta dai monarchici canadesicome un insulto alla Regina. Tuttavia, allorché si affaccia il tema della successione al trono, il dibattito sulla forma di governo non scalda i cuori dei cittadini. A tutto vantaggio della Corona.

Sin dal XIX secolo, l’esistenza di istanze repubblicane in Canada ha posto in discussione, in misura più o meno significativa, il ruolo della monarchia. Le ribellioni canadesi e la rivolta dei Patrioti (1837-1838), che interessarono le colonie britanniche dell’Alto e del Basso Canada, condivisero un generico slancio repubblicano, che può essere letto nel quadro più ampio delle ribellioni atlantiche del XIX secolo.

Gli esperimenti della repubblica di Navy Island, istituita in territorio statunitense dall’indipendentista scoto-canadese William Lyon Mackenzie, e l’effimera République du Bas-Canada dei quebecchesi francofoni, sopravvissero per lo spazio di un mattino, prima di subire la pronta repressione dell’esercito britannico. In realtà tali ribellioni costituirono episodi disorganici e tra di loro isolati, alimentati più dal risentimento verso le politiche “Tory” dei notabili locali che non dall’ostilità verso le lontane istituzioni londinesi. 

Sebbene abbia raramente assunto rilievo, il dibattito sulla monarchia è sopravvissuto al processo di confederazione, che condusse all’unione delle colonie britanniche del Canada con quelle del Nuovo Brunswick e di Nuova Scozia (1867), trascinandosi stancamente lungo il corso del Novecento sino ai giorni nostri. 

La prima metà del XX secolo ha rappresentato per il Canada un importante periodo di concessioni. Nel 1931 lo Statuto di Westminster stabilì l’indipendenza legislativa dei dominion britannici, mentre nel 1947 le Lettere Patentirilasciate da re Giorgio VI autorizzarono il Governatore generale a esercitare le prerogative del sovrano in territorio canadese. 

Tuttavia, il processo che condusse alla piena sovranità del paese si concluse soltanto con il rimpatrio (patriation) della Costituzione, sancito in ultima istanza dalla Legge costituzionale e dalla Legge sul Canada del 1982. Quest’ultima abrogò il potere del Parlamento britannico di emendamento del British North America Act (1867), che definisce il funzionamento delle istituzioni canadesi.

La Costituzione del 17 aprile 1982 contraddistingue la monarchia canadese come un istituto formalmente separato dalla Corona britannica, incarnato da Elisabetta II in qualità di Regina e capo di Stato del Canada.

Nel tentativo di lasciarsi alle spalle l’immagine della monarchia come un lascito esclusivo della dominazione coloniale, nonché al fine di rinsaldare i rapporti tra la Corona e il Canada dopo la concessione della nuova carta, grande importanza venne affidata dalla Famiglia Reale, nel 1983, alla prima visita ufficiale dei principi del Galles, per il 400° anniversario della rivendicazione britannica di Terranova da parte di Sir Humphrey Gilbert. 

Il tour consentì di superare l’imbarazzo per la visita nella città di Québec dell’ottobre 1964, in occasione della quale la regina Elisabetta II e il Duca di Edimburgo furono accolti dalle proteste dei separatisti, duramente represse dalla polizia (Truncheon Saturday).

Sebbene l’ascesa del nazionalismo quebecchese e la cosiddetta révolution tranquille abbiano contribuito a mettere in discussione il ruolo della monarchia canadese, il rapporto tra la Corona e la provincia francofona è più ambivalente di quanto non si possa credere. In linea generale, la gran parte degli abitanti del Québec sono contrari alla monarchia, mentre i separatisti più intransigenti considerano la Corona complice di “genocidio culturale” ai danni delle popolazioni francofone del Nord America.

Tuttavia, gli stessi nazionalisti québécois nutrono dubbi sul fatto che in caso di passaggio a un regime repubblicano, un eventuale capo di stato eletto con il supporto maggioritario delle masse anglofone sarebbe in grado di tutelare gli abitanti di lingua francese meglio di quanto non possa fare la Corona.

Non a caso, nel 1978, il Premier del Québec René Lévesque fu tra i maggiori oppositori del Bill C-60, un emendamento costituzionale in chiave di patriation, promosso dal governo dell’allora primo ministro canadese Pierre Trudeau, che avrebbe rafforzato significativamente i poteri del Governatore generale, rendendolo capo di Stato de facto del Canada con il titolo di First Canadian.

In occasione del referendum sull’indipendenza del Québec del 1980, il 14 maggio, in un celebre discorso tenuto a Montréal, Trudeau promise che se i quebecchesi si fossero espressi contro la secessione, avrebbe promosso la stipula di un nuovo accordo costituzionale. Tuttavia, Lévesque fu tagliato fuori dalle trattative per il rimpatrio della Costituzione e tutt’oggi, la provincia non ha ancora apposto la propria firma alla Legge costituzionale del 1982. Come ulteriore segno di protesta, nel 2002, il premier quebecchese Bernard Landry e i membri del Conseil exécutif du Québec boicottarono le celebrazioni del Giubileo d’oro della regina Elisabetta II.

Non meno ambiguo è il rapporto tra la Corona e gli indiani. I capi delle Prime Nazioni, storicamente, hanno un rapporto con il monarca diretto e separato rispetto a quello con il governo canadese. Il fondamento storico di questa relazione è la Proclamazione reale del 1763, con la quale re Giorgio III, al termine della Guerra dei sette anni, intese riordinare il confine occidentale dei possedimenti britannici in America del Nord, definendo una cornice per la negoziazione e la stipula dei trattati con i popoli aborigeni e stabilendo che i territori a ovest dei Monti Appalachi fossero da considerarsi riserva indiana. 

Al Proclama del 1763 fecero seguito i Trattati Numerati, stipulati tra il 1871 e il 1921, con i quali i capi delle First Nations cedettero alla Corona ampi territori in Alberta, Columbia Britannica, Manitoba, Ontario, Saskatchewan, Territori del Nord-Ovest e Yukon, in cambio di diritti speciali di sfruttamento delle risorse, strumenti per la caccia e la pesca, forniture agricole e denaro contante. 

Il valore dei trattati tra la Corona e le Prime Nazioni trova oggi conferma nella sezione 35 della Legge costituzionale del 1982. Per gli indiani canadesi, tuttavia, al di là del rilievo legale, i patti stipulati con la Corona sono ammantati di un particolare valore sacrale, poiché sanciti “al cospetto del Creatore” tramite cerimoniali quali il rito del calumet e lo scambio di oggetti consacrati come le cinture Wampum. Tuttavia, il sentimento diffuso tra le Prime Nazioni è che nei secoli la monarchia sia venuta meno ai patti.

La recente visita in Canada del principe Carlo e della duchessa Camilla di Cornovaglia, in occasione del Giubileo di platino di Elisabetta II, ha rappresentato l’occasione, per i capi delle Prime Nazioni, di esigere un’ammenda reale per lo scandalo delle scuole aborigene residenziali

Nel circuito di tali istituti, finanziati dal governo canadese e perlopiù amministrati dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana del Canada, tra il 1863 e il 1998 sono stati segregati migliaia di bambini indiani, inquadrati in un programma di assimilazione forzata e talvolta sottoposti ad abusi e violenze. Particolare sgomento ha destato la scoperta, nel 2021, di migliaia di corpi di minori tra i 7 e i 15 anni, sepolti all’interno di fosse comuni presso le scuole residenziali di KamloopsMarieval e Cranbrook

La visita della coppia reale è stata considerata un passo significativo dalla leader della Assembly of First Nations(AFN), RoseAnne Archibald, che aveva chiesto le scuse formali della regina Elisabetta quale capo secolare della Chiesa anglicana. Tuttavia, lo scandalo ha posto ulteriore luce sul tema della negazione dei diritti agli indiani del Canada, dei quali i capi delle Prime Nazioni considerano la Corona garante e responsabile

Il tour di Carlo e Camilla, le rimostranze antimonarchiche nei Caraibi, nonché la precedente intervista del principe Harry e della moglie Meghan Markle con Oprah Winfrey, nella quale Duchessa del Sussex ha accusato di razzismo la Casa Reale, hanno timidamente alimentato il dibattito sulla monarchia in Canada. Recenti sondaggi sembrerebbero dimostrare come una sempre più nutrita percentuale di canadesi intenda abbandonare la Corona, in favore di un Capo di stato eletto dal popolo. Tuttavia, la questione rimane marginale nel dibattito politico.

Lo stesso primo ministro Justin Trudeau, nonostante l’intento dichiarato di “decolonizzare” l’impianto legislativo e costituzionale, ha affermato in tempi non sospetti che il tema del rapporto con la Corona non è una priorità per il suo esecutivo e che non avrebbe preso in considerazione un eventuale dibattito sulla forma di governo.

Secondo il leader della Monarchist League of Canada, Robert Finch, «la principale minaccia alla Corona in questo paese non è il repubblicanesimo; è l’indifferenza». In realtà, è proprio il disinteresse verso la Corona da parte dell’opinione pubblica, e in particolare della maggioranza anglofona, a rendere inverosimile qualsiasi ipotesi di abrogazione della monarchia.

In base alla sezione 41 della Legge costituzionale del 1982, infatti, la completa abolizione dell’”ufficio della Regina” richiederebbe alla Camera dei Comuni, al Senato e a tutte le 10 province di concordare all’unanimità la modifica la Costituzione. Proprio per la peculiarità del rapporto tra gli indigeni e la Corona, sarebbero inoltre necessarie intense consultazioni con i capi delle Prime Nazioni per la revisione del sistema dei trattati.

A oggi, nessuno dei principali partiti avrebbe convenienza a scommettere sul successo di una simile iniziativa, specie alla luce dello scarso interesse suscitato nell’opinione pubblica dalla questione della forma di governo. Non è tuttavia da escludere che un domani, allorché si sarà insediato il successore di Elisabetta II, il tema possa assumere maggior rilievo nel dibattito politico canadese.

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