Ayman Al-Zawahiri – colpire il nemico vicino: considerazioni sull’operazione che ha condotto all’eliminazione del numero uno di Al-Qaeda

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Fonte Immagine: oglobo.globo.com

Con l’uccisione di Al-Zawahiri, gli Stati Uniti di Biden mettono a frutto un “risultato” dall’elevato valore di immagine nell’ambito di quella che, dal 2001 in avanti, abbiamo conosciuto sotto l’etichetta di war on terror[1].

Al di là dell’afflato puramente simbolico, quanto è davvero probabile che, con la morte del leader di Al-Qaeda, sia stato inferto il colpo finale al Jihadismo islamista? Quali risvolti si potrebbero nascondere dietro l’operazione? Quest’ultima, quali messaggi potrebbe veicolare? E ancora, se da un punto di vista tattico-militare l’eliminazione del medico egiziano rappresenta senza dubbio un successo per l’amministrazione Biden, possiamo invece dire lo stesso per gli Stati Uniti e l’Occidente nel loro complesso da un punto di vista strategico e di lungo termine?

Il 31 luglio un drone teleguidato da agenti della CIA ha messo a punto un duro colpo contro l’organizzazione responsabile degli attentati del 11 settembre 2001. A vent’anni dai tragici fatti di Ground Zero, il vice di Bin Laden nonché, alla morte di quest’ultimo, suo successore, è stato eliminato nella maniera più “clinica” e “tecnologica” possibile.  

L’operazione non può che essere etichettata come un successo, non fosse altro per il fatto che è riuscita a colpire l’obiettivo evitando quei danni collaterali che, solitamente e inevitabilmente, accompagnano questo tipo di azioni. 

Biden è così riuscito a lanciare all’opinione pubblica americana e internazionale un messaggio chiave: nonostante il ritiro dei contingenti dall’Afghanistan e il ritorno al potere dei Talebani, gli Stati Uniti, con l’ausilio di droni, dell’intelligence e di alta tecnologia militare, sono comunque in grado di intervenire ogniqualvolta in quel teatro si presentino rischi per la sicurezza del proprio Paese.

Inoltre, sul piano interno, in un momento di crisi, caratterizzato da un forte aumento dei prezzi, dalla crescita della disoccupazione e da tutte le conseguenze socioeconomiche derivanti dal combinato disposto tra l’incertezza post-pandemica e gli effetti macroeconomici del conflitto per procura in Ucraina, un risultato del genere potrebbe servire a galvanizzare l’opinione pubblica e – anche in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso – offrire una boccata di ossigeno ai democratici.

Una collaborazione dietro le quinte?

A una prima analisi, la presenza del leader di Al-Qaeda in una zona residenziale nel centro di Kabul è indicativa delle relazioni tuttora esistenti tra l’organizzazione jihadista e i Talebani. Tutto questo a dispetto degli accordi di Doha. Accordi che, tra le altre cose, imponevano al regime degli studenti pashtu di impegnarsi a non offrire asilo ai network del terrorismo transnazionale.  

Il fatto che i legami tra il regime ora al potere a Kabul e il movimento di Al-Zawahiri non fossero mai stati sciolti era comunque ben noto e, la nomina in qualità di ministro degli interni di Sirajuddin Haqqani, leader dell’omonima rete Al-Haqqani, rendeva il nesso più che evidente.

Tuttavia, è plausibile ritenere che settori interni allo stesso movimento talebano, nonché il principale sponsor di questi ultimi, ovvero l’Inter-Service Intelligence (ISI), il potente servizio segreto pakistano, abbiano collaborato con le forze USA.

Un primo elemento da prendere in considerazione al riguardo è che  il “fronte degli studenti coranici” sia oggi  tutt’altro che unito

Un secondo fattore su cui riflettere è dettato da due urgenze per il nuovo governo di Kabul, urgenze difficilmente procrastinabili e tra loro complementari: in primis, quella di ottenere legittimità e riconoscimento internazionali in modo da non rimanere isolati sulla scena globale; poi, quella di vedere sbloccati i fondi e gli aiuti internazionali, tutt’ora congelati, per sopperire alle drammatiche condizioni umanitarie in cui versa il Paese. 

Terzo fattore: gli elementi più intransigenti tra le fila talebane, tra l’altro ostili agli accordi di Doha, sono passati nel brand rivale: l’Islamic State Khorasan (ISK), branca locale del più ampio Islamic State. È perciò probabile che l’ala più pragmatica e “pacifica” del movimento, trovatasi più o meno sola al comando, abbia avuto la meglio, portando alla decisione di interloquire con i servizi occidentali.

Inoltre, è bene ricordare che già in passato lo stesso Mullah Omar, appena giunto al potere, si dimostrò restio ad offrire asilo ad Osama Bin Laden e, a convincerlo, non furono tanto le affinità in ambito di fede o di interpretazione dottrinale, quanto il bisogno disperato che la sua leadership aveva di attirare aiuti finanziari e investimenti infrastrutturali nel Paese: i precedenti del miliardario saudita nel Sudan di Hasan Al-Turabi erano senz’altro un ottimo biglietto da visita. 

Rispetto agli anni Novanta c’è inoltre da considerare che Al-Zawahiri non ha oggi alle spalle quell’impero finanziario che fu di Bin Laden; motivo in più per avvalorare l’ipotesi di un accordo informale tra parti dell’establishment talebano e forze di sicurezza statunitensi.

Successo immediato per l’amministrazione Biden, ma quali effetti nel lungo periodo? 

Se nell’immediato l’uccisione del chirurgo egiziano rappresenta indubbiamente un successo per la presidenza Biden, nella stessa misura in cui quella di Bin Laden lo fu per l’amministrazione Obama, resta da comprendere quali potrebbero essere gli effetti a medio e lungo termine di una tale operazione. In tal senso è utile ricordare come la leadership di Al-Zawahiri, anche in un’ottica di differenziazione rispetto all’altra sigla venuta a crearsi nell’universo del  jihad globale, l’Islamic State, avesse negli anni cercato di assumere un profilo meno efferato, ostile agli attacchi settarie più conciliante verso l’Occidente. 

Al riguardo, la mano tesa e le prese di posizione di Al-Zawahiri di fronte alla recente pandemia Covid-19, in cui, con toni conciliatori e saggi, lungi dagli auspici[2] apocalittici espressi dall’Islamic State (IS)[3], manifestava il forte desiderio che le società europee e statunitensi approfittassero della pandemia «per conoscere l’Islam e diventare in tal modo partner in paradiso dei musulmani»[4]; forse un modo non troppo velato, nel linguaggio del salafismo militante, di offrire una tregua e proporre il dialogo. 

 Inoltre, anche a differenza dello stesso Bin Laden, il medico egiziano aveva sempre prediletto un approccio mirante a concentrarsi sul nemico vicino, vale a dire i regimi corrotti, laici ed apostati del mondo arabo contemporaneo. Un orientamento strategico certamente differente da quello del leader fondatore che aveva invece condotto ai tragici attentati dell’undici settembre[5]. Con la morte di Al-Zawahiri non possiamo esser certi che il suo successore mantenga la stessa linea. Ad esempio, una leadership come quella di Saif Al-Adl[6] potrebbe invece tornare a concentrarsi sulla necessità di colpire l’Occidente. Il passato di questo più giovane militante, ex militare esperto nella fabbricazione e nell’utilizzo di materiale esplosivo all’interno delle forze speciali egiziane, non è tra i più rassicuranti.

Ulteriore elemento da prendere in considerazione è il fatto che oggi come oggi gli Stati Uniti vedono la loro egemonia messa in discussione su più fronti: in Europa orientale per il contenimento dell’Orso russo, nell’Indopacifico per i recenti fatti di Taiwan, a livello interno con una società sempre più divisa. Fatte queste premesse, al di là del messaggio che si è voluto offrire all’opinione pubblica ci si domanda se l’uccisione di Al-Zawahiri non rischi di portare Al-Qaedaa ristrutturare la sua leadership e a riformulare la sua strategia nella direzione di un Jihad globale, come fu a fine anni Novanta e inizi Duemila[7]. Tutto questo in un momento in cui per la superpotenza le sfide diventano molteplici e il pericolo di una sovratensione dei fronti potrebbe risultare molto problematico.   


 

Il termine war on terror è stato utilizzato, all’indomani degli attentati al World Trade Center e al Pentagono. Tuttavia, l’etichetta di “guerra al terrore” o di “guerra al terrorismo”, da un punto di vista strategico militare risulta alquanto ambigua. In effetti, sul piano analitico, il terrorismo non è un soggetto a cui dichiarare guerra, o, per dirla con Carl Schmitt, non può essere annoverato nell’ambito della celebre distinzione amico/nemico. È semmai una modalità operativa, un metodo di combattimento, asimmetrico come la guerriglia, ma il cui obiettivo, come l’etimologia ci suggerisce, è quello di seminare panico tra le fila dell’avversario al fine di conseguire un risultato politico o militare. Con la guerriglia, condivide la caratteristica di avere una configurazione asimmetrica, nel senso che viene messo in atto dalla parte potenzialmente più debole tra le due in competizione. A titolo di esempio, prendendo come riferimento il conflitto palestinese, il cosiddetto metodo terroristico è stato utilizzato da attori con differente connotazione ideologica: socialista e panaraba durante la prima intifada, islamista nella seconda. Prima della proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, fu una formazione paramilitare ebraica, l’Irgun, a praticare una serie di attentati che culminarono con l’esplosione al King David Hotel, a riprova del fatto che questa metodologia viene solitamente fatta propria, sebbene non necessariamente, dalla parte in quel momento militarmente più debole.           

[2] L’Islamic State, ha immediatamente interpretato la pandemia come una punizione divina contro i suoi nemici. Il fatto che inizialmente la sua diffusione avesse riguardato Paesi come la Cina, colpevole di opprimere la minoranza Uigura, l’Iran, Stato fortezza di quella che ai loro occhi è l’eresia sciita, e l’Europa, serviva ad avvalorare, nelle menti di individui facilmente influenzabili, questa loro bizzarra posizione.

[3] Auspici che invitavano a colpire l’Occidente nel momento di sua maggior debolezza. 

[4] Laura Quadrella Sanfelice di Monteforte, Gruppi terroristi e movimenti dell’estremismo violento di destra stanno sfruttando la pandemia del COVID-19, in Laura Quadrella Sanfelice di Monteforte (a cura) Mediterranean Insecurity, pubblicazione indipendente, p.202. 

[5] Se con gli attacchi dell’undici settembre a prevalere fu la linea opposta a quella di Al-Zawahiri, quella che mirava a colpire il “nemico lontano”, tuttavia, seppur probabilmente contrario all’attacco in quanto a suo parere avrebbe condotto a una gravosa guerra contro gli Stati Uniti, le aspettative del chirurgo egiziano iniziarono a concentrarsi su una possibile reazione spropositata da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente. Una reazione spropositata che avrebbe condotto alla radicalizzazione delle masse islamiche con conseguenti rivolte finalizzate a deporre i regimi “laici” del mondo arabo. 

[6] Alcune alternative rispetto alla successione da parte di Saif Al-Adel, potrebbero implicare la salita al vertice degli attuali leader di alcune organizzazioni africane affiliate ad al Qaeda, quali gli Al-Shabab o Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI). Ciò sarebbe tra l’altro motivato dalla forte espansione dei movimenti jihadisti nel continente africano, e in particolar modo nell’Africa orientale e subsahariana, andando così a continuare quel processo di regionalizzazione del Jihad già iniziato sotto Al-Zawahiri.

[7] Anni in cui la strategia globale dell’organizzazione portò agli attentati alle ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar Es-Salaam, all’attacco al cacciatorpediniere USS Cole nel Golfo di Aden e agli attentati dell’undici settembre.

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