Il percorso di messa al bando delle armi di distruzione di massa: quali sfide per il futuro?

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Il termine armi di distruzione di massa è entrato ormai a far parte del linguaggio non solo diplomatico ma anche comune. Ma quali sono le categorie di armi che possiamo incorporare in questa definizione? E quali sono i trattati che ne legiferano l’uso?

Le armi di distruzione di massa (WMD) sono armi in grado di uccidere indiscriminatamente in pochi istanti una grandissima quantità di persone e provocare danni irreversibili all’ecosistema nel raggio di chilometri. È importante l’uso del termine ‘indiscriminatamente’ perché indica come queste categorie di armi non permettano di distinguere tra popolazione civile e forze armate.

La distinzione tra popolazione civile e forze armate è uno dei principi fondamentali del diritto di guerra, specificatamente sancito all’art. 13 del Primo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra del 1949 adottato nel 1977. Quando si usano le armi di distruzione di massa questa distinzione non vi è più e i civili sono inevitabilmente coinvolti nel conflitto. Le WMD sono suddivise in tre categorie: nucleari, chimiche e biologiche. La terminologia armi di distruzione di massa è stata usata per la prima volta in un articolo del Times nel 1937, a seguito del bombardamento di Guernica durante la guerra civile spagnola, ma non con il significato che assume oggi.

Successivamente, il 15 novembre 1945, il Presidente degli Stati Uniti, il Primo Ministro del Regno Unito e il Primo Ministro del Canada hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per chiedere il controllo internazionale dell’energia atomica utilizzando il termine ‘armi di distruzione di massa’. Il termine è così entrato nel lessico diplomatico internazionale e qualche mese dopo, il 24 gennaio 1946, è stato usato per la prima volta in una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Infine, nella Risoluzione del 12 agosto 1948 ne viene data una definizione: “weapons of mass destruction should be defined to include atomic explosive weapons, radioactive material weapons, lethal chemical and biological weapons, and any weapons developed in the future which have characteristics comparable in destructive effect to those of the atomic bomb or other weapons mentioned above[1].

Vengono anche chiamate armi non convenzionali per distinguerle da quelle convenzionali, ritenute generalmente legittime e con una capacità distruttiva minore e i cui danni derivanti dal loro uso sono limitati nello spazio e nel tempo. Infatti, una caratteristica che accomuna queste tre tipologie di armi è che i loro effetti non possono essere controllati nello spazio e nel tempo. Una volta che i territori vengono contaminati con sostanze chimiche o biologiche, o sono affetti dalle radiazioni del fallout, il danno si protrarrà nel tempo senza che si possa “controllare” e in alcuni casi i processi di contaminazione sono irreversibili.

Nello specifico, un’arma biologica è un agente microbiologico nocivo, o una tossina da esso prodotta, utilizzato al fine di diffondere la contaminazione e il contagio in territori e popolazioni nemiche. Le armi biologiche si distinguono dalle armi chimiche perché sono composte da micro-organismi già presenti in natura e non sintetizzati in laboratorio. In questi casi si parla di guerra tossicologica. Le armi chimiche, invece, sono armi che utilizzano le proprietà tossiche di alcune sostanze chimiche per uccidere, ferire o comunque mettere fuori combattimento il nemico.

Si parla di guerra chimica per intendere l’uso militare delle armi chimiche. Le armi chimiche e biologiche hanno una storia molto lunga, in quanto abbiamo tracce dell’uso di veleni durante i combattimenti anche nell’età della pietra. Una lunga storia che ha come culmine il Protocollo di Ginevra del 1925 che vietava l’uso in guerra di armi chimiche e biologiche aggressive, asfissianti e vescicatorie. Il protocollo fu generalmente rispettato soprattutto durante la Seconda Guerra mondiale – con l’eccezione dei lager nazisti che non erano considerati teatri di guerra.

Tuttavia, il protocollo non vietava la detenzione negli arsenali, il commercio o la ricerca e sviluppo di questi armamenti. Questa prima convenzione venne firmata con lo scopo “di fare universalmente riconoscere come incorporata nel diritto internazionale questa proibizione, la quale si impone alla coscienza e alla pratica delle nazioni” (preambolo). 

Oggi le armi chimiche e biologiche sono ufficialmente state messe al bando grazie a due convenzioni ad hoc. Il 26 marzo del 1975 è entrata in vigore la Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione e immagazzinamento delle armi batteriologiche (biologiche) e sulle armi tossiche e sulla loro distruzione. Questo è stato il primo trattato multilaterale sul disarmo ad aver vietato la produzione di un’intera categoria di armi. Attualmente impegna 184 Stati a proibire lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di armi biologiche e tossiche. Tuttavia, l’assenza di qualsiasi sistema di verifica formale di monitoraggio ha limitato l’efficacia della Convenzione. 

Il 29 aprile del 1997, invece, è entrata in vigore la Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione che era stata aperta alla firma nel 1993. È un trattato forte e stabilisce un chiaro divieto: “Ciascuno Stato Parte alla presente Convenzione non dovrà mai, in qualunque circostanza: a) sviluppare, produrre, o diversamente acquisire, immagazzinare o detenere armi chimiche o trasferire, direttamente o indirettamente, armi chimiche a chiunque; b) fare uso di armi chimiche; c) intraprendere qualsiasi preparativo militare per l’uso di armi chimiche; d) assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi maniera, qualunque attività proibita da uno Stato Parte in base alla presente Convenzione” (art. I). Rispetto alla Convenzione sulle armi biologiche ha stringenti procedure di controllo e prevede l’istituzione di una Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).

Il sistema di controllo si basa su due elementi essenziali: le dichiarazione e le ispezioni. Gli Stati aderenti dichiarano quante e quali armi chimiche hanno posseduto/posseggono e quanti e dove sono gli impianti atti alla loro produzione. Vengono altresì dichiarate le industrie che utilizzano materiali chimici per scopi permessi dalla Convenzione e, infine, quali sono i programmi nazionali per il controllo del traffico di armamenti e una serie di informazioni aggiuntive richieste dall’OPAC.

Le ispezioni, invece, avvengono per controllare le industrie chimiche, su sfida e per il presunto impiego o sviluppo di armi chimiche. Viene anche monitorata la distruzione delle armi dagli arsenali nazionali. Questa convenzione, inoltre, include anche le armi biologiche e potenzia quindi la Convenzione del 1975 e si prefigge di potenziare il divieto già precedentemente espresso nel Protocollo di Ginevra del 1925. Il trattato, infine, ha durata illimitata. 

Ad oggi 193 nazioni hanno ratificato il protocollo. Israele lo ha firmato nel 1993 ma non ha mai ratificato mentre Egitto, Corea del Nord e Sudan del Sud non hanno aderito. Nel 2013 vi hanno aderito Somalia e Siria mentre nel 2015 Myanmar e Angola.

Per quanto riguarda le armi nucleari, invece, la questione è assai più complessa. Attualmente sono l’unico armamento non convenzionale a non essere stato messo al bando. In realtà esiste un Trattato internazionale, il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, entrato in vigore a gennaio 2021, che mette al bando questi armamenti; tuttavia, dalla sua entrata in vigore il Trattato non ha portato all’eliminazione di nessuna arma. Questo è dovuto alla mancata adesione dei paesi nucleari.

Allo stato attuale, quindi, il Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1968 è considerato la pietra miliare del disarmo nucleare, anche se riconosce espressamente a cinque Stati il diritto di possedere un arsenale nucleare. Non si tratta quindi di una messa al bando effettiva.

Qual è quindi la situazione attuale? Nonostante le armi chimiche e quelle biologiche siano state messe al bando, gli Stati si trovano a dover affrontare numerose sfide legate alle armi di distruzione di massa. La più grande sfida riguarda il rischio di proliferazione di questi armamenti. Per quanto riguarda le armi nucleari stiamo assistendo ad un processo di proliferazione orizzontale, data la recente adozione dell’arma da parte della Corea del Nord e la presunta possibilità che anche l’Iran se ne doti, e ad una proliferazione verticale, in quanto la crisi in Ucraina ha portato gli Stati ad investire nel settore nucleare e ad ampliare e modernizzare gli arsenali.

Per quanto riguarda le armi chimiche e biologiche la sfida principale riguarda il rischio di proliferazione orizzontale e la possibilità che organizzazioni non governative se ne dotino. Nel 2004 le Nazioni Unite, con la Risoluzione 1540 del Consiglio di sicurezza, hanno richiamato gli Stati ad impegnarsi per impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sottolineando il rischio che organizzazioni terroristiche possano acquisire materiali chimici, biologici, radiologici o fissili per minacciare la pace internazionale. In particolare si tema il rischio di bioterrorismo. Il Global Terrorism Database mostra che dal 1970 al 2019 sono stati 401 gli attacchi chimici, 37 quelle biologici e 13 quelli radiologici e nucleari.

Inoltre, oggi la tecnologia ha permesso di sviluppare armi sempre più avanzate che potrebbero rientrare nella categoria di armi di distruzione di massa, tra queste le nano-armi, le armi cyber e le armi laser. È su queste classi di armi che il disarmo volgerà la sua attenzione nei prossimi anni. Le nuove tecnologie hanno anche aumentato il rischio che attori terroristici riescano ad avere accesso alle armi di distruzione di massa e al loro utilizzo: primi tra tutti tramite l’uso di droni. 

La proliferazione orizzontale, la messa al bando delle armi nucleari e le nuove tecnologie sono quindi le sfide principali che la comunità internazionale si troverà a dover affrontare nei prossimi anni per continuare a monitorare e legiferare sull’uso delle armi di distruzione di massa.


[1] W. Seth Carus, Defining “Weapons of Mass Destruction”, Center for the Study of Weapons of Mass Destruction Occasional Paper, No. 8, National Defense University Press, Washington D.C., gennaio 2012, pp. 9-10.

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