L’ASEAN tra l’incudine e il martello

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Fonte Immagine: https://giuliochinappi.wordpress.com/2021/08/04/la-partita-tra-cina-e-stati-uniti-si-gioca-nellasia-sud-orientale/

L’incontro annuale dei Ministri degli Esteri ASEAN ha permesso al gruppo di riconfermarsi quale promotore di stabilità nella regione pacifica; oggi il sudest asiatico si trova a fronteggiare la crisi a Taiwan dove Stati Uniti e Cina si sfidano senza esclusione di colpi.

La controversa visita della Presidente della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi a Taiwan ha messo in allarme non solo le principali potenze coinvolte in tale pericoloso “gioco” geopolitico ma anche i Paesi che si affacciano nella regione del Mar Cinese Meridionale. Tra questi, il gruppo ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) parrebbe mettere in discussione le sicurezze di Washington circa le proprie relazioni e alleanze nell’area.

L’Associazione infatti non solo conta tra i suoi membri ben dieci Paesi dal diverso passato storico, politico e diplomatico (i quali su alcuni temi faticano ancora oggi a trovare un preciso punto d’incontro), ma la superficialità della politica estera statunitense in questo frangente potrebbe creare grossi fraintendimenti.

Washington, infatti, tende a considerare la totalità dei Paesi ASEAN come caposaldo dei propri interessi militari e politici nella regione pacifica specialmente per quanto riguarda il ridimensionamento dell’espansionismo cinese, tuttavia un’analisi più attenta del gruppo asiatico e delle sue relazioni internazionali mostrerebbe una situazione decisamente diversa. Da una parte, l’Associazione continua a ribadire la necessità di porsi come grande mediatore della regione e a tal fine continua ufficialmente a mostrarsi come una realtà super partes che mira esclusivamente allo sviluppo generale di tutta l’area pacifica; dall’altra, il gruppo non percepirebbe la Repubblica Popolare Cinese come una minaccia alla propria stabilità e centralità territoriale nel sudest asiatico, ma continuerebbe a considerarla un partneressenziale specialmente dal punto di vista economico, il quale andrebbe sicuramente monitorato ma non necessariamente ridimensionato.

Sia la volontà del gruppo di proporsi come forza stabilizzatrice nello scontro di interessi fra le grandi potenze nella regione pacifica, sia la necessità per il benessere della stessa Associazione di continuare a intessere rapporti di diversa natura con entrambi i giganti americano e cinese, sono stati oggetto principale dell’annuale incontro fra i Ministri degli Esteri degli Stati membri terminato il 4 agosto.

Il summit in questione avrebbe dovuto concentrarsi sulla crisi in Myanmar, ma l’evolversi della crisi internazionale a pochi passi dalle loro case ha costretto i rappresentanti a mettere in primo, se non unico, piano l’isola di Taiwan; all’incontro erano inoltre presenti non solo il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, ma anche il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken e il Ministro degli Affari Esteri giapponese Yoshimasa Hayashi.

Com’era prevedibile, vista la vicinanza temporale alla visita di Pelosi a Taiwan che ha causato le ire del governo cinese, Wang Yi parrebbe essersi rifiutato di dialogare con le proprie controparti sopracitate. Per quanto riguarda Antony Blinken, il rifiuto al dialogo parrebbe essere stato reciproco e, vista l’attuale tensione fra i rispettivi governi, anche in un certo modo comprensibile. L’assenza di un confronto diretto fra i due rappresentanti di Stato non ha comunque fermato entrambi i diplomatici dal rilasciare dichiarazioni di una certa entità e non sicuramente volte a un qualsiasi tipo di distensione.

Mentre Blinken approfittava dell’occasione per accusare nuovamente il Dragone di aver dato inizio alle tensioni nell’area e ribadiva la posizione di Washington circa la necessità di opporsi a qualsiasi variazione dello status quo, specialmente se questa viene intraprese tramite l’uso della forza, Wang Yi avrebbe definito la visita di Pelosi un atto “folle, irresponsabile e irrazionale” nonché una “farsa assoluta”, l’ennesima prevaricazione statunitense in nome di una non ben definita democrazia.

Per quanto riguarda il ministro giapponese Hayashi, parrebbe che un incontro fra quest’ultimo e la sua controparte cinese fosse in programma proprio a Phnom Penh all’interno del summit ASEAN, tuttavia Wang Yi stesso si sarebbe allontanato durante una cena di gala in risposta alle recenti dichiarazioni del G7 (di cui il Giappone è membro), le quali hanno inquadrato la crisi taiwanese come un “pretesto” della Repubblica Popolare Cinese “per attività militari aggressive”.

Tenendo presente tale quadro ricco di recriminazioni e accuse, la dichiarazione congiunta rilasciata dall’ASEAN al termine dell’incontro appare ancora più forte e controcorrente. I Paesi sud asiatici hanno invitato infatti tutte le parti coinvolte alla “massima moderazione, astensione da qualsiasi provocazione e rispetto dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dal Trattato di Amicizia e Cooperazione nel sudest asiatico”. I membri Asean si mostrano infatti preoccupati per la crescente tensione a Taiwan e temono che anche un “semplice errore di calcolo” potrebbe risultare in “conseguenze imprevedibili” e scatenare “conflitti aperti”.

In totale aderenza a tale posizione ufficiale si sono successivamente aggiunte le dichiarazioni di alcuni capi di Stato; in particolare il neopresidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr., parrebbe al momento perseguire una politica estera sempre più rivolta verso gli Stati Uniti d’America per quanto riguarda i temi di sicurezza e difesa: non solo gli Stati Uniti riconoscono le Filippine un “importante alleato non-NATO” ma di recente il Dipartimento della Difesa Nazionale filippino ha annunciato la volontà di condurre azioni di pattugliamento congiunte con gli alleati USA nel Mar delle Filippine Occidentali.

Nonostante ciò lo Stato di Manila continua a mostrarsi un perfetto esempio di quelle che sono le posizioni principali dell’Associazione sud asiatica ricordando, tramite la voce della Consigliera per la sicurezza nazionale, che le Filippine rimangono fedeli alla politica della Cina Unica alla luce delle importanti collaborazioni commerciali intraprese con Pechino come la Belt and Road Initiative e l’RCEP (il Partenariato Economico Globale Regionale). Proprio tale considerazione hanno portato lo stesso Marcos a dichiarare che le Filippine sono “amiche di tutti e nemiche di nessuno”.

A suddetta dichiarazione fanno eco le affermazioni di Joko Widodo, presidente indonesiano, il quale ha recentemente ribadito come “l’Indonesia vuole essere amica di tutti” rispettando gli approcci che i diversi Paesi intendono adottare rispetto alle grosse sfide globali oggi in atto. Al momento Widodo sarebbe inoltre una delle più rilevanti voci internazionali, riconosciuto unanimemente quale difensore dell’equilibrio e della diplomazia fra gli Stati.

Non a caso ha proprio di recente confermato che sia il presidente russo Vladimir Putin sia Xi Jinping saranno presenti al G20 di novembre a Bali, a discapito delle pressioni occidentali che avrebbero preferito in particolare l’esclusione di Putin. Widodo ha ricordato che oggi più che mai è necessario sviluppare una saggezza capace di mantenere la stabilità e la pace mondiali, e che tutti i Paesi sud asiatici condividono tale pensiero. 

Su questo parrebbe che Jokowi non abbia sicuramente torto, ma come precedentemente accennato, non tutti i membri ASEAN condividono quantomeno lo stesso tipo di linguaggio. Il Laos ad esempio è lo Stato ASEAN che più di tutti potrebbe soffrire a seguito di un potenziale avvicinamento dell’Associazione a Washington; il piccolo Paese asiatico si trova infatti sull’orlo della bancarotta, e mentre alcuni osservatori lo ritengono vittima di una “debt-trap” cinese bisognerebbe anche considerare il fatto che proprio il Laos rappresenta uno degli elementi chiave della Belt and Road Initiative e con buone probabilità la Cina cercherà di evitare un collasso totale del Paese. Almeno ciò è probabilmente quanto si augurano le autorità di Vientiane alla luce delle dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti degli affari esteri durante l’incontro ASEAN: il Laos appoggia totalmente le azioni della Repubblica Popolare e si attiene fedelmente al rispetto della politica dell’unica Cina, rifiutando il concetto di “due Cine” o “una Cina, una Taiwan”.

Altri Stati del gruppo asiatico si trovano invece all’interno di dispute territoriali ancora aperte con la Repubblica Popolare per il controllo di diverse isolette presenti nel Mar Cinese Meridionale. Tra questi si possono citare in particolar modo il Vietnam, il Brunei e la Malesia. Per quanto riguarda il Vietnam, tuttavia, la situazione è se possibile ancora più complessa.

Le dispute nel caso di Hanoi sono rivolte anche a Taiwan stessa e nonostante fra le due realtà politiche risultino ormai da tempo avviati floridi scambi commerciali, le autorità vietnamite hanno recentemente condannato alcune operazioni militari navali nell’area condotte da Taiwan come una grave violazione della propria sovranità territoriale. Bisogna inoltre ricordare che, nonostante altri Paesi come Singapore e in parte la Tailandia siano sotto diversi aspetti sicuramente più vicini a Washington rispetto a Pechino, la totalità del gruppo ASEAN non riconosce ufficialmente lo Stato di Taiwan e i rapporti finora intrapresi con quest’ultima sono di natura esclusivamente ufficiosa. 

Breve discorso a parte merita la questione del Myanmar. L’attuale Segretario Generale dell’ASEAN, il cambogiano Hun Sen, aveva esplicitamente vietato ai rappresentanti della giunta militare che oggi occupano il Paese di partecipare direttamente al summit dei ministri esteri richiedendo un rappresentante esterno che le autorità birmane si sono rifiutate di inviare. Come precedentemente accennato, infatti, la crisi birmana originariamente avrebbe dovuto essere il fulcro dell’incontro ASEAN, specialmente a seguito dell’uccisione di quattro attivisti da parte delle autorità militari.

A seguito di quest’ultimo atto di violenza, infatti, parte della comunità internazionale avrebbe richiesto un maggior intervento delle potenze sud asiatiche nei confronti di Naypyidaw. Tuttavia, nell’attuale clima di tensione, un intervento diretto delle forze ASEAN sul Myanmar in nome della salvaguardia dei diritti umani potrebbe risuonare come un campanello d’allarme alle orecchie del Dragone cinese, un rischio che alla luce di quanto analizzato l’Associazione non può permettersi (nonostante Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Tailandia, abbiano deciso di prendere parte alle ultime esercitazioni NATO in Australia).

In conclusione, il tentativo da parte dell’ASEAN di gestire le sempre più pressanti crisi internazionali tramite la risoluzione pacifica delle controversie e un massiccio uso della diplomazia è sicuramente lodevole; non resta che sperare che l’Associazione rimanga ben salda nella sua coesione interna e che non sia un giorno costretta a scegliere fra sicurezza e sviluppo economico.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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