In Angola la situazione dei diamanti sta iniziando a cambiare

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In Angola la fine della dittatura (2017) ha aperto la pista ad un cambiamento nell’industria dei diamanti. La guerra in Ucraina potrebbe facilitarne la risalita internazionale, ma ci sono ancora grandi difficoltà da risolvere per quanto riguarda la situazione dei bambini.

A metà luglio 2022 è uscita la notizia che nella provincia di Lunda Nord, in Angola, sia Stato trovato dall’australiana Lupaca Diamond Company il diamante rosa più grande degli ultimi trecento anni: una pietra da 170 carati, che sarà presto battuta all’asta per un prezzo astronomico. Per fare un paragone sensato, basti pensare che il Pink Star, un diamante di “soli” 59 carati, è stato battuto all’asta per la cifra record di 71 milioni di dollari.

Questa nuova pietra rappresenta il fiore all’occhiello di un complesso minerario in continua crescita e che per la prima volta nella sua storia si sta affacciando al mercato globale.

Dai blood diamonds alla fine dell’era dos Santos

Le guerre dei diamanti negli anni Novanta hanno lacerato l’Africa provocando circa quattro milioni di morti. Alcune delle più grosse aziende internazionali, come De Beers, Alrose e Rio Tinto, finirono al centro di azioni legali di livello mondiale che toccarono l’apice con il processo Kimberley (2000) in cui, anche tramite alla mediazione di governi e multinazionali, si impose una forte limitazione alle vendite e si varò un importante processo di tracciabilità internazionale.

In quegli anni la situazione in Angola non fu migliore che negli altri Paesi dell’Africa Subsahariana.

Dopo l’Indipendenza dal Portogallo (1975) e la salita al potere di José Eduardo dos Santos (1979) in Angola scoppiò una guerra civile tra il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (a sostegno del Presidente) e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola. I diamanti nel decennio successivo furono usati come principale moneta per finanziare il conflitto, tanto che nel 1999 le Nazioni Unite imposero lo stop all’acquisto dei diamanti angolani da parte degli altri stati. 

In quegli anni il Paese versava in condizioni di catastrofe umanitaria.

Dos Santos salì al potere nel 1979, due anni dopo aver parte al più sanguinoso massacro nella storia angolana volto a reprimere la rivolta dell’ex ministro Nito Alves: in quei giorni di maggio tra i 20mila e i 50mila angolani furono uccisi e molti di più furono torturati. Da allora l’Angola si è trovata a essere gestita un regime di intimidazione e repressione, con una forbice ampissima tra pochissimi ricchi e molti poveri che non hanno mai beneficiato delle grandi riserve di petrolio e materie prime presenti nel Paese, ma che al contrario hanno convissuto per decenni con diritti umani violati e condizioni di miseria sopra la soglia d’allarme.

Tra il 1997 e il 2002, in pieno blood diamonds, si stima che il presidente abbia sottratto al popolo 4.2 miliardi di dollarideposti nelle casse della Banca Nazionale da IMF e Human Rights Watch e destinati alla popolazione che versava in condizioni disastrose. 

In realtà l’utilizzo delle gemme preziose come fonte di finanziamento risale al 1981, sei anni dopo la dichiarazione di indipendenza, quando il neo-governo decise di controllare direttamente l’industria diamantifera tramite la società statale Endiama, che ottenne la concessione esclusiva di tutti i diritti riguardanti l’estrazione e la prima lavorazione dei minerali.

La carriera politica di dos Santos è terminata ufficialmente nel 2017, cinque anni prima della propria morte a Barcellona. Una morte arrivata a ottant’anni d’età e che è stata accolta con molto sospetto dalla famiglia, tanto da essere stata richiesta alle autorità spagnole un’autopsia per scongiurare un potenziale assassinio. Da quel giorno le cose sono iniziate leggermente a cambiare, con l’elezione a presidente di João Lourenço, anche lui esponente del MPLA ed ex ministro della difesa (2014-2017).

Gli ultimi quattro anni della rinascita 

Non si può parlare di un cambiamento radicale, ma nell’ultimo lustro l’approccio alla questione sociale ha iniziato ad avere -anche inaspettatamente secondo alcuni analisti- un taglio abbastanza netto col passato. 

L’Angola dispone della più grande riserva di diamanti di tutto il continente africano, stimata in circa 180 milioni di carati, la maggior parte nelle province di Lunda Nord e Lunda Sud. La nuova leadership punta proprio su di essi come pilastro per la ripresa, ma ci sono grosse lacune che necessiteranno di anni per essere colmate.

In primis l’industria, finora sempre controllata dallo Stato, si sta privatizzando con lo scopo di 

migliorare la propria efficienza e la propria appetibilità estera. SODIAM, la più grande azienda a controllo statale e primo hub del Paese, sta venendo riconvertito per diventare supervisore di un’innovativa Borsa di Diamanti e di un centro di ricerca: l’obiettivo (condiviso anche nel settore petrolifero) è quello di attirare fondi e investitori stranieri.

Nel corso degli ultimi decenni i gruppi d’investimento occidentali non sono intervenuti frequentemente in Angola per due principali motivi: in primis dos Santos prediligeva un approccio alla politica estera di stampo filo-marxista (modelli di controllo rigido e gestione centralizzata dell’economia statale) che rendeva il Paese non incline al commercio estero o all’apertura verso fondi stranieri; in secondo luogo il fenomeno dei “clienti privilegiati” rendeva del tutto inattraente e sconveniente qualsiasi investimento per tutti gli altri. 

Le decisioni forti di Lourenço, come la rimozione della figlia di dos Santos dal ruolo di manager a SONANGOL, una gigantesca compagnia petrolifera, stanno però staccando il Paese dal proprio passato e possono dare un lavoro dignitoso ai molti giovani.

La sfida principale al momento rimane quella di migliorare le condizioni dei lavoratori, leggermente incrementate dopo che nel 2010 l’Angola ha adottato la UN Declaration of the Rights of the Child nella propria Costituzione, ma i diritti umani e le libertà fondamentali nella maggior parte delle regioni restano violati. I flagelli che affliggono la popolazione oggi sono nutrizione e accesso idrico, salute e strutture sanitarie inefficienti, mancanza di servizi di protezione per l’infanzia, compresa la grave piaga sociale degli abusi. A questo si aggiunge la presenza dei bambini in maniera (circa un bambino su quattro è costretto a lavorare per sostenere i bisogni della propria famiglia), causata dalla mancanza di istruzione e dall’analfabetismo.

In Angola, inoltre, molti bambini non vengono registrati alla nascita e quindi per le statistiche non esistono ufficialmente.

Il rapporto con la Russia e lo scoppio della guerra

Durante il quarantennio dos Santos l’Angola è stata politicamente vicina prima all’URSS (dove lo stesso leader aveva studiato) e poi alla Russia. Ne è testimone la collaborazione storica, a livello minerario, col gigante sovietico Yakutalmaz PSA, poi diventato dal 1992 Alrosa, che continua ad esistere nella miniera Catoca, la più grande del Paese, e Luaxe.

Alrosa, per dare un’idea della propria dimensione, da sola gestisce quasi il 28% della produzione mondiale ed è guidata Sergei Ivanov, uno dei fedeli di Putin e più volte presente nel suo staff politico. L’URSS ha sempre esercitato una decisa influenza politica e i due paesi hanno continuato ad avere buoni rapporti anche in anni recenti, con Lourenço che nell’aprile 2018 si è recato in visita istituzionale a Mosca per discutere un maggiore coinvolgimento della Russia in Angola nel proprio percorso di crescita.

La Russia al momento è la prima nazione produttrice di diamanti al mondo, soprattutto nella regione orientale della Yakutia e proprio il commercio di gemme è parte rilevante dello scontro del Donbas. I diamanti infatti sono stati tra i primissimi prodotti a ricevere l’embargo dagli Stati Uniti, cosa che ha colpito tutto il mercato mondiale del settore.

Secondo Rapaport, pubblicazione di riferimento dell’industria, le sanzioni contro i diamanti russi potrebbero portare a un calo del 25% della produzione mondiale, e questo mentre i prezzi dei diamanti da settembre sono aumentati del 25%.

Tra i più affermati rivenditori ad aver messo al bando le pietre russe spiccano Brilliant Earth e Signet Jewellers, il più considerevole rivenditore di gioielli al mondo. La domanda che ci si pone è se le persone continueranno ad acquistare i diamanti provenienti dalla zona del conflitto. L’Angola che tende a scalare la classifica mondiale degli esportatori (legali) di diamanti potrebbe giovare di questo buco nell’offerta.

Probabilmente più del petrolio i diamanti angolani mostrano una possibilità concreto verso lo sviluppo del Paese ed un futuro migliore, proprio dove loro stessi nel recente passato hanno causato un disastro umanitario. Bisognerà sistemare la regolamentazione e ridurre le condizioni di instabilità, soprusi, violenza e corruzione, come quelle denunciare da Rafael Marques de Morais, uno dei giornalisti più attivi sulla materia, che da anni sta portando avanti un’indagine su come anche oggi i diamanti stiano avvantaggiando un élite militare.

Lourenço deve necessariamente uscire dall’isolamento internazionale e far guadagnare credibilità all’industria ed alla politica nazionale. Il mercato è ancora scettico, così come i sostenitori dei diritti umani: sarà compito del nuovo governo smentire questo futuro.

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