L’acqua piú pura del mondo? Il caso della crisi idrica nella cittadina di Iqaluit e il problema delle infrastrutture nell’Artico canadese

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Nonostante si possa pensare che il bianco candido della calotta polare artica custodisca l’acqua dolce “più pura del mondo”, gli occhi esperti dei ricercatori e le voci dei popoli artici raccontano una realtà ben diversa. 

L’acqua dolce del Polo Nord è sempre più minacciata dal riscaldamento globale e dall’inquinamento di origine antropica: fenomeni che provocano un’insufficienza di acqua potabile e che incidono fortemente sulla vita, sull’alimentazione e sulla salute di migliaia di persone. 

Inoltre, nonostante il diritto all’acqua potabile sia stato riconosciuto come un diritto umano fondamentale nei diciassette Sustainable Development Goals dell’ONU, gli impianti di trattamento e purificazione delle acque non sempre riescono a soddisfare i bisogni primari dei residenti.

A tal riguardo, alcune crisi idriche nella cittadina di Iqaluit hanno evidenziato i problemi connessi alle infrastrutture idriche nell’Artico canadese. 

Inquadramento della vicenda 

A causa delle scarse precipitazioni nei mesi invernali e del caldo anomalo nei mesi estivi, la capitale del Nunavut, Iqaluit, aveva già subito tra il 2018 e il 2019 intensi periodi di crisi idrica legati all’impoverimento della principale risorsa della regione, il lago Geraldine.

Successivamente, nell’ottobre del 2021, una serie di test nell’impianto di trattamento idrico della città confermarono le preoccupazioni dei residenti:  l’acqua proveniente dai rubinetti non era potabile perché contaminata da carburante.

Nonostante i tentativi volti a rassicurare chi avesse già bevuto l’acqua contaminata, per i circa 8.000 abitanti si è trattato di una scoperta devastante. Quella che da sempre era ritenuta un’acqua pura e sicura da bere era ora inquinata a tal punto da non poter essere ingerita o usata per lavarsi, nemmeno se filtrata o bollita. 

Dopo aver confermato la presenza di carburante nella rete idrica, ci sono voluti due mesi prima che i funzionari trovassero la fonte della contaminazione, identificata poi in un serbatoio di carburante del 1962 che era sepolto vicino all’impianto di filtraggio delle acque

A causa della prolungata crisi idrica, fu necessario l’invio di scorte d’acqua trasportate in aereo dal Canada meridionale. Il Governo del Nunavut e le autorità di Iqaluit ricevettero circa 80.000 litri d’acqua, distribuiti ai cittadini in brocche da 4 litri, e permisero anche, a chi ne avesse avuto la possibilità, di attingere l’acqua direttamente dal vicino fiume Sylvia Grinnell. 

Nel novembre 2021, Jagmeet Singh, leader del Nuovo Partito Democratico canadese, aveva affermato che una risoluzione permanente del problema sarebbe costata ai governi territoriali e municipali 180 milioni di dollari, una somma decisamente troppo elevata per le autorità locali e che dunque avrebbe dovuto essere pagata interamente dal Governo federale in quanto: “Sono anni che mancano i fondi. Nunavut è stato ignorato. Iqaluit è stato ignorato. E le persone stanno pagando il prezzo di questa negligenza”.

Poco tempo dopo, nel gennaio 2022, è stato emesso un nuovo divieto di consumazione dell’acquapoiché che era stata scoperta una fuoriuscita di carburante che aveva inquinato nuovamente l’impianto idrico della città. Il Dipartimento della Salute è stato così costretto in un comunicato stampa a raccomandare ai residenti di portare l’acqua a ebollizione per almeno un minuto prima di usarla per bere, preparare alimenti per bambini, preparare succhi o cubetti di ghiaccio, lavare frutta o verdura, cucinare o lavarsi i denti.

Sfide per lo sviluppo sostenibile nell’Artico canadese 

Nel 2018, secondo quanto emerso in un’indagine condotta dall’Arctic Council’s Sustainable Development Working Grouple infrastrutture idriche, le condizioni dell’acqua e quelle dei servizi igienici nel Canada settentrionale sono inadeguate e incapaci di garantire standard di vita dignitosi ai residenti 

Nell’Artico canadese, in particolare, la scarsa qualità dell’acqua dipende principalmente dall’arretratezza degli impianti di filtraggio e distribuzione, mancanze che costringono le persone, ad esempio, a disperdere le acque reflue direttamente nell’ambiente. Secondo gli esperti, si tratta di un problema derivante dai finanziamenti inadeguati e dall’eredità della colonizzazione canadese nell’estremo Nord. 

Durante la metà del XX secolo, infatti, il Governo federale ha costretto gli Inuit e altri popoli indigeni del Canada settentrionale ad abbandonare il loro stile di vita nomade affinché abbracciassero la sedentarietà, tipica delle città del sud del Paese. Col tempo, queste città sono rapidamente cresciute e, conseguentemente a tale sviluppo urbano, vi è stato un netto aumento dei rifiuti.

Tuttavia, questi ultimi, anziché essere spediti in appositi impianti di riciclaggio e smaltimento nel Canada meridionale – opzione più ecologica ma eccessivamente costosa per la maggior parte dei governi municipali -, venivano inviati in discariche locali a bassa tecnologia o a cielo aperto. Inoltre, l’assenza di inceneritori ha incentivato la pratica tossica di bruciare i rifiuti all’aperto, generando dozzine di sostanze chimiche nocive per le persone e per l’ambiente. 

Secondo Natan Obed, presidente dell’Inuit Tapiriit Kanatami (ITK), un’organizzazione che rappresenta gli Inuit in Canada, l’infrastruttura artica canadese nella capitale Iqaluit è invecchiata e limitata. “A differenza della maggior parte dei canadesi meridionali, abbiamo dovuto affrontare lacune infrastrutturali comunali croniche, grandi e crescenti per decenni. Attualmente abbiamo poco o nessun coinvolgimento diretto nel processo decisionale nel riciclaggio, nella riduzione o nella diversione di carta, cartone, plastica, materiali pericolosi e rifiuti elettronici che riempiono le nostre discariche, minacciando le nostre forniture di acqua dolce e alimenti raccolti localmente e direttamente impattando sulla nostra qualità dell’aria” ha affermato. 

Il divario infrastrutturale tra il Nunavut e il resto del Canada è stato confermato anche dal rapportoNunavut Tungavik Incorporated (NTI) del 2020. Secondo quest’ultimo, l’85% delle infrastrutture per l’acqua potabile del Nunavut è in cattive condizioni e solo le città di Iqaluit, Resolute Bay e Rankin Inlet, pari al 14% del territorio del Nunavut, sono servite da acquedotti, le comunità restanti, invece, sono rifornite da acqua trasportata da camion, poiché i costi richiesti per la manutenzione degli impianti sono minori. 

Nonostante ciò, a causa dei bassi standard di trattamento delle acque, l’infrastruttura idrica del Nunavut ha ottenuto una “D” come valutazione conclusiva del rapporto, il voto più basso fra tutte le province del Canada: oltre allo stato scadente delle infrastrutture idriche, il costo di esercizio e manutenzione di questi impianti è dieci volte superiore alla media nazionale. Pertanto, gli elevati costi di manutenzione e adeguamento degli impianti insieme con il sottofinanziamento da parte del Governo federale fanno sì che gli investimenti per gli ammodernamenti delle infrastrutture idriche nell’Artico canadese siano altamente costosi e difficili da realizzare.

Sebbene nel 2019, il Governo canadese nel suo Arctic and Northern Policy Framework  avesse riconosciuto come le infrastrutture del Nord fossero caratterizzate da forti disuguaglianze rispetto a quelle del sud, all’interno dell’Obiettivo 2 del FrameworkStrengthened infrastructure that closes gaps with other regions of Canada”, non sono stati forniti finanziamenti mirati a migliorare gli impianti esistenti aumentando così l’insicurezza idrica per le comunità artiche locali.

Conclusioni

Anche se le maggiori città dell’Artico canadese sono dotate di infrastrutture volte a garantire a tutti gli abitanti un equo accesso all’acqua filtrata e purificata, la mancanza di tecnologie adeguate all’approvvigionamento e al trattamento di questa risorsa così preziosa può incidere sul funzionamento dei sistemi idrici locali.

Nell’Artico canadese, i problemi legati alla gestione idrica e le “pressioni esterne” dovute al riscaldamento globale, all’aumento della popolazione nelle città e il conseguente inquinamento antropico, rappresentano delle serie minacce alla sicurezza idrica per gli abitanti di questa regione. Non solo incidono direttamente sulla qualità della vita e sulla salute dei residenti, ma possono anche causare una perdita di fiducia delle comunità locali nei loro enti pubblici e rappresentare degli ostacoli per lo sviluppo economico regionale. 

Pertanto, se il Canada aspira davvero ad un Artico forte, sicuro e resiliente, è opportuno che si impegni a realizzare progetti a lungo termine per ricostruire e modernizzare le infrastrutture del Nord tenendo conto sia delle necessità delle comunità che vi abitano sia dei rapidi mutamenti che stanno alterando sempre più l’aspetto di questa fragile regione. 

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