La morte dell’emiro Al-Zawahiri: un duro colpo al terrorismo trans-nazionale ?

8 mins read
Fonte Immagine: Il Post

Ayman al-Zawahiri, oltre a essere considerato uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti, occupava un ruolo di rilevanza nella militanza islamista di stampo estremista. Quali sono le conseguenze per il terrorismo trans-nazionale?

Il 31 luglio 2022 è stato ucciso Ayman al-Zawahiri, leader di Al-Qaeda dopo la morte di Osama bin Laden e personaggio legato agli atti terroristici dell’11 settembre 2001, da un drone della CIA a Kabul, in Afghanistan. Si tratta del terzo attacco mirato contro leader islamisti radicali dopo Osama bin Laden nel 2011 sotto la presidenza di Obama e Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS, nel 2019 durante l’amministrazione Trump e Joe Biden su Twitter lo ha commentato dicendo che “giustizia è stata fatta”. 

Le origini del radicalismo di al-Zawahiri 

Tenendo in considerazione la storia personale e familiare di al-Zawahiri si può provare a comprendere la sua vicinanza a un movimento di stampo islamista radicale come al-Qaeda e a una tradizione di militanza anti-imperialista. Infatti, lo zio di al-Zawahiri, Mahfouz Azzam, era un discepolo di Sayyid Qutb in Egitto negli anni ’30 ed era stato imprigionato due volte per resistenza e cospirazione contro il governo egiziano, che dal 1922 al 1948 ha avuto la forma di una monarchia assoggettata all’influenza britannica.

Le idee rivoluzionarie di Qutb, tra cui l’istituzione di un califfato globale e l’appello al jihad contro le potenze straniere in nome di un rinascimento sociale su base islamica, hanno avuto un forte impatto sulla generazione dei giovani islamisti a cavallo degli anni sessanta e settanta del XX secolo. In un periodo storico in cui il Medio Oriente attraversava una profonda crisi ideologica per il fallimento del nazionalismo arabo e del socialismo davanti all’espansione di Israele (la guerra del 1967 è considerata uno spartiacque per la regione), l’islamismo militante, di cui la figura di al-Zawahiri ne rappresenta un tassello importante, ha raccolto la torcia dell’anti-imperialismo regionale.

La parabola che lo ha portato dalla militanza nel gruppo Jamaa al-Islamiyya a intrecciare i legami con bin Laden in Afghanistan negli anni ottanta,  ad ampliare il network di Al-Qaeda negli anni successivi durante il soggiorno in Sudan, fino a diventare lo stratega dietro l’attentato alle Torri Gemelle e ad assumere formalmente il controllo dell’organizzazione dal 2011, dimostra l’evoluzione del pensiero islamista radicale.

La repressione (come Qutb, anche al-Zawahiri fu torturato in prigione in Egitto) e la difficoltà degli islamisti a salire al potere in Egitto ha fatto sì che si creasse uno shift ideologico da una prima fase, in cui l’obiettivo principale era quello di colpire i governi locali corrotti (“Near Enemy”) e assoggettati alle potenze esterne per stabilire un governo con leggi islamiche, a una seconda fase in cui, per affermarsi sul piano internazionale, l’islamismo avrebbe dovuto attaccare al cuore le potenze invaditrici (“Far Enemy”). 

Cosa comporta la morte di al-Zawahiri nelle relazioni internazionali attuali?

Per gli Stati Uniti, la sua morte significa principalmente due cose. Da un punto di vista domestico, si chiude la ferita aperta lasciata dagli attacchi dell’11 settembre 2001 che ha portato a due decenni di guerra al terrorismo e di conseguenza a una continua instabilità regionale del Medio Oriente, scatenata anche dall’invasione occidentale dell’Afghanistan nel 2001 e dall’intervento militare contro Saddam Hussein in Iraq nel 2003.

Inoltre, il fatto di essere riusciti a colpire un obiettivo strategico a Kabul con un piano preparato per mesi dimostra la capacità degli Stati Uniti di giocare ancora un ruolo di grande potenza in politica estera, in un momento in cui la sua leadership globale è messa in discussione dalle rivali Russia e Cina sui teatri caldi dell’Ucraina e di Taiwan. In questo senso le parole di Joe Biden assumono una connotazione di vendetta verso i nemici degli Stati Uniti, presenti e futuri. 

Per quanto riguarda le relazioni tra il nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan e gli Stati Uniti, questo avvenimento riapre i nodi lasciati dall’accordo tra il governo talebano e gli statunitensi stipulato nel 2020 a Doha, tra cui l’impegno degli afghani di non supportare operazioni terroristiche internazionali nel proprio paese e la possibilità, per gli USA, di condurre operazioni di anti-terrorismo nel paese con il consenso delle autorità locali.

Se i talebani hanno accusato gli USA di aver violato i patti di Doha e i principi del diritto internazionale, il governo americano ha risposto dicendo che sono stati loro ad aver violato per primi l’accordo permettendo a un leader di al-Qaeda di risiedere in Afghanistan. Dato che la collaborazione politica in queste operazioni può condurre a un’apertura della comunità internazionale, bisognerebbe capire chi e come, a Kabul, ha fornito agli statunitensi la posizione di al-Zawahiri.

Quali sono le conseguenze per il network di al-Qaeda e il terrorismo trans-nazionale alla luce della sua morte?

La fine di al-Zawahiri è sicuramente un problema per la scelta di un nuovo leader che possa coniugare le aspirazioni delle varie cellule islamiste dall’Africa all’Asia, ma non si può realmente pensare che il problema di sicurezza posto dal terrorismo trans-internazionale sia terminato. Infatti, per sopravvivere alla lotta al terrore rinsaldata dalla nascita dell’ISIS nel 2014, il modus operandi usato da al-Qaeda ha messo la decentralizzazione in primo piano con la creazione di diversi gruppi satelliti della galassia estremista in Corno d’Africa, Afghanistan, Siria, Yemen, Iraq, Arabia Saudita e Sahel.

Inoltre, la presenza di gruppi vicini allo Stato Islamico (ISIS) in alcune regioni dell’Africa e del Medio Oriente da un lato fa sì che i due movimenti islamisti siano rivali politici, ma dall’altro lato le probabilità per cui la morte di Ayman al-Zawahiri non decreti la fine effettiva del radicalismo trans-nazionale sono assolutamente credibili. È ancora da vedere se le mire politiche di tutti questi gruppi si concentreranno maggiormente sul proprio contesto locale o se riusciranno a coalizzarsi per colpire obiettivi internazionali. 

Nata a Teramo nel 1996, è una laureanda della magistrale in Global Politics and International Relations all’Università di Macerata. Presso la stessa università, ha conseguito la laurea triennale con massimi voti in Lingue e Culture Straniere Occidentali e Orientali, focalizzandosi su inglese, arabo, islamistica, letteratura e cultura anglo-americana e arabo-islamica. È appassionata e studiosa di sicurezza internazionale, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente e del Mediterraneo, temi approfonditi anche attraverso corsi ad hoc; da sempre molto attenta a dinamiche sociali come i fenomeni migratori, fa parte dell’organizzazione The Young Republic, che promuove la partecipazione civica attiva e l’inclusione sociale dei richiedenti asilo in Europa. Membro dello IARI da dicembre 2020, scrive per l’area “Medio Oriente” ed è entrata in redazione a settembre 2021.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY