Cenni storici sull’Ucraina, le radici del conflitto: comprendere la mentalità di Putin. Nostalgia dell’Unione Sovietica?

17 mins read

Il 21 febbraio 2022, il Presidente russo Vladimir Putin ha firmato in diretta nazionale sulle emittenti russe la dichiarazione d’indipendenza delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Poi, dopo tre giorni, l’invasione dell’Ucraina. 

Lo scoppio della guerra ha riportato all’attenzione della comunità internazionale i rapporti travagliati che intercorrono da secoli tra Russia e Ucraina e la delicata questione delle repubbliche separatiste a maggioranza russofona presenti sul territorio ucraino. Gli ultimi avvenimenti necessitano di un’analisi accurata poiché le tensioni che si sono accumulate tra i due Stati sono frutto di rapporti storici iniziati secoli fa, e cimentarsi in commenti semplicistici senza tenere conto del passato può essere fuorviante e condurre a conclusioni affrettate.

In questa sede, per quanto possibile, cercheremo di fornire un quadro generale di come sono nati i rapporti tra la Russia e l’Ucraina, quali sono le vicende storico/politiche che hanno portato allo scoppio della guerra, e di comprendere che cosa significa per Putin l’Ucraina. 

La nascita del continente russo affonda le sue radici nel Medioevo quando, nel territorio nominato Rus’ di Kiev sul fiume Dnepr, che attraversa le attuali Russia, Bielorussia e Ucraina, alcuni popoli di origine scandinava hanno iniziato a migrare verso sud e a stabilirsi nell’area attorno a Kiev creando delle monarchie. Tuttavia, a causa dell’instabilità di queste monarchie, le popolazioni slave iniziano a disgregarsi e a spostarsi da Kiev verso est, ad esempio a Mosca, centro dal quale nascerà infatti la Russia.

I primi “scontri” tra Russia e Ucraina risalgono al XVIII secolo: la Russia zarista inizia la propria espansione verso ovest conquistando alcuni territori polacchi, tra cui l’Ucraina. Il regno di Polonia- Lituania non accetta però l’unificazione del territorio ucraino con la Russia e scoppia quindi la guerra dei Tredici Anni che si conclude con la spartizione dell’Ucraina tra la Polonia e la Russia zarista. La Russia in quel periodo tenta di distruggere la cultura ucraina attraverso un processo di russificazione, spingendo i russi a emigrare nelle aree conquistate; difatti, la cultura locale ucraina ne risentì e andò a perdersi a causa del mischiarsi con la cultura dei russi.

Con la caduta degli zar e l’inizio della Rivoluzione Russa (1917- 1921), i rapporti tra Ucraina e Russia non si distesero, ma rimasero abbastanza tormentati poiché l’Ucraina non si era unita alla Rivoluzione. Tuttavia, essa venne conquistata successivamente dall’Armata Rossa e, sotto il governo di Stalin, vi fu la carestia di Hodomodor (1932-1933) che, secondo gli studiosi, venne volontariamente provocata dai russi per cercare di sterminare la popolazione ucraina attraverso un vero e proprio genocidio.

L’Ucraina fu uno stato satellite dell’URSS dal 1922 fino al 1991. Nel periodo tra le due guerre mondiali, si formarono al suo interno dei movimenti nazionalisti che avevano come scopo quello di rendere la nazione indipendente dall’URSS. Durante la Seconda Guerra mondiale ad esempio, si era formato l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) un movimento di natura partigiana sostenuto dalla popolazione civile locale che attirò molti consensi nell’Ucraina dell’ovest, ma non in quella dell’est, sottomessa allo stalinismo sovietico. La mancanza di collaborazione interna infatti impedisce all’UPA di opporsi in maniera efficace all’Armata Rossa, che negli anni ’50 conquista l’intero Paese. 

Negli anni Sessanta avviene una vera e propria rinascita culturale con il movimento dei šistdesjatnyky, un movimento formato da una serie di artisti e intellettuali che avevano ricevuto un’educazione prevalentemente sovietica pur risiedendo in territorio ucraino. Il movimento rivendicava il rispetto dei diritti umani, l’utilizzo della lingua e della cultura ucraina, condannava l’utilizzo della violenza e l’intero sistema sovietico. Negli anni Ottanta, il movimento divenne un partito, il Ruch, e inizia ad avanzare le prime richieste d’indipendenza dall’Unione Sovietica. [i]

Con la crisi del sistema economico sovietico e l’incidente avvenuto nella centrale nucleare di Chernobyl nel 1986, Mosca inizia a perdere gradualmente la propria influenza nelle sue Repubbliche satelliti e, quando il sistema collassa definitivamente, l’Ucraina e le altre Repubbliche dichiarano la propria indipendenza. In quel periodo, Vladimir Putin era un giovane laureato, arruolato nel KGB, inviato segreto del partito e risiedeva nella Germania Est, precisamente a Dresda, e lavorava per la Stasi: si ritrova quindi ad assistere in prima persona alle proteste contro il regime sovietico. Durante le proteste che hanno preceduto la caduta del muro di Berlino, i manifestanti assalirono infatti gli edifici della Stasi, e Putin fu costretto a bruciare i documenti che egli stesso redigeva per inviarli a Mosca, per poi uscire armato a minacciare i manifestanti per difendersi.[ii]

Una volta tornato a Mosca, Putin non vide mai di buon occhio i rapporti che Boris Yeltsin intratteneva l’Occidente, soprattutto non sopportava la continua ingerenza dell’Occidente nelle ex zone sovietiche. L’ossessione di Putin divenne da quel momento in poi quella di combattere quello che lui stesso definiva “terrorismo”.

Tornando all’Ucraina, con l’indipendenza dall’Urss si è creduto erroneamente che la transizione verso uno Stato democratico sarebbe stata rapida e priva di ostacoli. Ovviamente non è stato così. Le tensioni che si sono formate in politica interna hanno reso la democratizzazione dell’Ucraina un processo difficile fatto di conflitti interni tra partiti e divisioni sempre più marcate tra popolazioni russofone e ucrainofone. Inoltre, la politica estera dell’Ucraina non fu mai ben definita, ma oscillava costantemente tra leader vicini alla Russia, e leader che desideravano avvicinare il Paese all’Unione Europea. 

Leonid Kravčuk, che dal 1989 al 1991 fu a capo della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, fu il primo Presidente dell’Ucraina. Di orientamento nazionalista, Kravčuk si preoccupa della reputazione dell’Ucraina e cerca in tutti i modi di democratizzarla per accreditarla agli occhi dell’Occidente, ad esempio sbarazzandosi dell’arsenale nucleare sovietico che era rimasto sul territorio ucraino dopo l’indipendenza. Nonostante i buoni propositi, Kravčuk non riesce ad avviare le riforme di cui il Paese aveva bisogno. 

La situazione inizia a smuoversi nel 1994 con l’elezione di Leonid Kučma, che inizia ad approvare una serie di riforme necessarie all’Ucraina. Tuttavia, all’interno del sistema economico ucraino dilagava la corruzione e, invece di contrastarla, Kučma cerca di destreggiarsi all’interno dei vari gruppi per evitare conflitti d’interesse. Con un’economia che faticava a ripartire, Kučma nomina Primo Ministro Viktor Juščenko, governatore della Banca Centrale, il quale approva alcune riforme anti corruzione e di liberalizzazione dell’economia.

Tuttavia, anche Kučma rimane titubante nell’approvare delle riforme che consentissero un vero e proprio slancio dell’economia del Paese, poiché vedeva minacciati i propri interessi; oltretutto, il suo orientamento politico non fu mai abbastanza chiaro, poiché voleva sia rimanere fedele sia alla Russia, sia avvicinarsi all’occidente. Difatti, gli accordi stretti fino a quel momento con l’Unione Europea non erano mai stati messi in pratica, poiché l’Europa non riteneva Kučma affidabile. 

Con lo scoppio dello scandalo delle cassette, in cui Kučma viene registrato mentre dichiara di aver fatto uccidere il giornalista Georgyi Gongadze, nasce il movimento “Ucraina senza Kučma”, durante il quale la celebrità del Presidente inizia a calare. In questo periodo, si afferma la figura di Julija Tymošenko, un’imprenditrice originaria di Dnipropetrovs’k attiva nel mercato del gas russo. Tymošenko era russofona, ma parlava ucraino e aveva un orientamento di stampo europeista. 

In vista delle nuove elezioni, emergono due figure: Viktor Juščenko, alleato di Julija Tymošenko, e Viktor Janukovyč, originario dell’oblast di Donetsk e membro del gruppo degli industriali del Donec’k. Janukovyč cerca in tutti i modi di screditare Juščenko, accusandolo di essere un alleato dell’occidente e di voler distruggere la popolazione russofona.

Inoltre, poiché si temeva l’instaurarsi di un’alleanza tra Ucraina e blocco occidentale e di un avvicinamento tra Ucraina e NATO se Juščenko fosse salito al potere, la Russia decide di sostenere apertamente la candidatura di Janukovyč. Alle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004, Janukovyč risulta vincitore, nonostante le previsioni dessero in vantaggio Juščenko. Da quel momento in poi iniziano le proteste di piazza, sfociate secondo molti in quella che sarebbe stata una delle prime Rivoluzioni Colorate sul continente europeo.

Alla base de contendere vi erano due fazioni opposte tra loro: chi sosteneva che le elezioni fossero state truccate, e chi invece non voleva fossero annullate perché a favore Janukovyč. Tuttavia, si decise che le elezioni si dovessero ripetere. Così, il 26 dicembre 2004 vince Juščenko, e Julija Tymošenko viene nominata Primo Ministro.[iii]

La nuova alleanza si rivelò ben presto instabile: i due non tardarono a mettersi l’uno contro l’altro e, con la nuova campagna elettorale, la Russia riprese ad appoggiare Janukovyč che divenne poi Presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014. Durante il suo mandato, Janukovyč cercò di trarre benefici da accordi sia con l’Unione Europea che con la Russia, ma a un certo punto i patti entrarono in conflitto e, quando Janukovyč rinunciò agli accordi con l’Unione Europea, nacque un nuovo movimento di proteste chiamato Euromajdan.

Putin cercò sempre di approfittare delle situazioni di instabilità che si creavano di volta in volta in Ucraina, spesso utilizzando il gas come arma politica per continuare a tenerla legata a sé. Nel marzo 2014, Putin riesce a sfruttare alcune proteste nate nelle zone di Donec’k e Luhans’k a favore della lingua russa per creare instabilità sui confini ucraini.

Alcuni protestatori locali, sostenuti dalle truppe inviate da Putin, presero d’assalto gli edifici delle amministrazioni locali e dichiararono indipendenza da Kiev attraverso un referendum. A seguito della dichiarazione d’indipendenza però, in questi territori continuarono a susseguirsi momenti di instabilità e lotte interne che provocarono migliaia di morti. L’obiettivo di Putin era quello di creare, e mantenere, instabilità sui confini ucraini, poiché uno dei requisiti per entrare nell’Unione Europea è quello di possedere dei confini certi e sicuri[iv].

Nel 2019, l’Ucraina inizia a vivere un periodo di crescita economica con l’elezione del nuovo e attuale Presidente Volodymyr Zelens’kyj. Zelens’kyj riesce ad approvare importanti riforme economiche, e ad intrattenere rapporti commerciali con l’Unione Europea che avvicineranno l’Ucraina sempre di più all’Occidente e alla NATO. L’apertura dell’Ucraina alla democrazia, però, non piaceva a Putin; i rapporti tra i due Stati si inasprirono sempre di più, Putin non riusciva ad accettare che un ex Stato sovietico si stesse avvicinando così tanto all’occidente e alla democrazia.

Nel 2021, il Presidente russo inizia a minacciare militarmente i confini ucraini, e avvia un’aggressiva propaganda che nega qualsiasi pretesa d’indipendenza dello Stato ucraino dalla madrepatria russa. Putin chiede inoltre all’Unione Europea di non far entrare l’Ucraina alla NATO, per paura di trovarsi sui propri confini le truppe occidentali.  

È evidente che lo scoppio della guerra ha dei precedenti che non possono essere ignorati. Nonostante i tentativi di mediazione degli Stati Uniti, le sanzioni, e gli incontri diplomatici, i leader occidentali non sono riusciti a persuadere Putin dal suo iniziare e proseguire, ancora oggi, la guerra in Ucraina.

L’attacco può essere visto come una sorta di nostalgia dell’ex Unione Sovietica: Putin ha servito il KGB, ha vissuto nella Germania Est durante la Guerra Fredda e ha assistito alle ribellioni e al crollo dell’Unione Sovietica in prima persona. Gli avvenimenti post Guerra Fredda, come l’attacco della NATO alla Serbia nel 1999, hanno plasmato la mentalità di Putin e le sue azioni in politica estera. Come abbiamo anticipato, per lui combattere il “terrorismo” era diventata, e lo è tuttora, una vera ossessione.

Quello che ci si domanda oggi è: quali saranno le prossime mosse di Putin? Come mai non ha ancora preso la capitale Kiev? Quello che tutto il mondo auspica è la conclusione di questa guerra sanguinosa; tuttavia, finora Putin non sembra voler interrompere la guerra. Putin potrebbe decidere di non fermarsi finché l’Ucraina non si sarà piegata e finché non accetterà di interrompere i suoi processi di democratizzazione e di avvicinamento alla NATO e all’Unione Europea. 


[i] S. Bellezza (2022), “Il destino dell’Ucraina”, ed. Scholé. 

[ii] A. Roxburgh (2012), “The Strongman Vladimir Putin and the Struggle for Russia”, ed. I.B. Tauris.

[iii] S. Bellezza (2022), pp 51 – 75.

[iv] Ivi, p. 162.

Latest from Storia