Israele e Gaza: questione regionale o internazionale?

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Fonte immagine: https://www.agenzianova.com/news/israele-bombarda-gaza-ucciso-il-leader-della-jihad-islamica-palestinese/

Nell’ultimo anno continuano a ripetersi episodi di violenza, operazioni militari e tensioni nei territori israeliani e palestinesi, mostrando una situazione che sembra non riuscire a trovare una soluzione condivisa e duratura. Un coinvolgimento della comunità internazionale che sappia cambiare rotta può essere un principio di soluzione?

Lo scorso 5 agosto Israele ha messo in atto l’operazione militare denominata “Breaking Dawn”. Nello specifico, sono stati condotti raid aerei sulla Striscia di Gaza, con l’obiettivo di eliminare alcuni esponenti del PIJ, ossia la Jihad islamica palestinese. Ad essere ucciso – insieme ad altri 14 membri dell’organizzazione – è stato Taysir Al-Jabari, comandante delle Brigate Al-Quds nella parte settentrionale di Gaza, facenti capo appunto alla jihad palestinese. 

Insieme a quest’ultimo, è stato ucciso anche il leader della jihad facente capo alla parte settentrionale di Gaza – Khaled Mansour. 

Come riporta ANSAmed, sono stati sparati 1.100 razzi da Gaza, di cui solo 900 sono entrati nel territorio israeliano e i restanti non hanno varcato il territorio palestinese. 

Ancora una volta, Israele si è affidato al suo sistema di difesa aerea Iron Dome. Lo “scudo di ferro” ha intercettato circa 380 razzi, facendo segnalare una elevatissima percentuale di successo dovuta al progressivo processo di perfezionamento che ha subito negli anni. 

Secondo quanto riportato dai vari media, circa 40 persone tra i civili hanno perso la vita nel corso delle operazioni, unito ad un numero di feriti superiore a 300 persone.

Un dato che evidenzia l’estrema precarietà delle condizioni di vita in quei territori, troppo spesso ignorati dalle vicende internazionali. 

Situazioni che, indubbiamente, producono forti disagi sociali e che rappresentano un humus fertile, sia per la formazione di nuovi miliziani, sia per la propaganda dei gruppi terroristici. 

L’Egitto e la prospettiva internazionale

La tregua è avvenuta tre giorni più tardi l’inizio dell’operazione, nella giornata di domenica 7 agosto – alle 23.30 ora locale. A stabilirla vi è stata una preziosa partecipazione dell’Egitto che, come nel maggio del 2021, ha avuto la legittimazione da ambo le parti. 

Ad annunciarla è stato Muhammad al-Hindi, capo del dipartimento politico della Jihad islamica a Gaza. La conferma da parte israeliana è stata del Premier Yair Lapid, che ha sottolineato il contributo egiziano nel raggiungere tale accordo.

In tutto ciò non è mancato il monito dello stesso Premier che ha dichiarato: “in caso di violazioni, Israele si riserva il diritto di rispondere con la forza”. 

Il peso diplomatico egiziano, in quel quadrante, è in netta crescita ed è molto probabile che in caso di episodi simili nel prossimo futuro, sarà ancora coinvolto nelle trattative di accordo. 

Inoltre, questa esposizione conferma come le relazioni tra Israele ed Egitto – in questo momento storico – siano stabili e solide dal punto di vista istituzionale. È indubbio, però, che a permettere ciò siano motivi di interesse reciproco, poiché sarebbe azzardato parlare di aperta amicizia, dati anche i sentimenti popolari dei rispettivi popoli. 

In primo luogo, i due Paesi sono legati da interdipendenza economica ed energetica –  come riportato in una analisi precedente – che li rende inevitabili interlocutori. 

In secondo luogo, sono entrambi attori inseriti in una ampia politica medio-orientale in trasformazione. Washington è in cerca di Paesi pronti e responsabili ai quali affidare le proprie principali deleghe nella regione, avendo come obiettivo l’integrazione di Egitto e Israele (insieme all’Arabia Saudita) nel quadro di sicurezza designato. 

Non sono da escludere – seppur potrebbero avere molteplici ostacoli – ulteriori partnership politiche e diplomatiche tra Egitto e Israele. Un esempio è quello del neonato gruppo U2-I2, in cui potrebbe essere incluso proprio il Paese guidato da Al-Sisi. 

Per quanto ancora?

Per l’ennesima volta, tale episodio ha confermato la necessità di un coinvolgimento diplomatico e mediatico nell’eterna tensione latente nei confini israelo-palestinesi. Dal punto di vista militare, Israele ha più volte ribadito la sua supremazia aerea, terrestre e tecnologica. Il conflitto, letto nella sua potenzialità bellica, è del tutto impari. Inoltre, lo Stato ebraico gode di un “lasciapassare” internazionale inevitabile dall’essere sottolineato, proprio perché rappresenta uno dei tanti fattori che causano la prosecuzione di tali dinamiche. 

Appurata l’intenzione di Israele di proseguire la sicurezza interna con ogni mezzo, qualora i rapporti bilaterali dovessero proseguire con confronti armati, non si arriverebbe ad un processo di stabilizzazione, bensì ad altre spirali di violenza. 

Nonostante le recenti normalizzazioni delle relazioni tra Israele e vari Paesi arabi e il disegno di Washington di una regione sicura e stabile, la questione palestinese viene messa ancora ai margini delle agende politiche. 

A dare speranza ad una possibile soluzione è stata la visita di Biden in Israele nel luglio scorso. Il Presidente americano ha ribadito la “soluzione dei due Stati”, al fine di poter ottenere una tregua da ambo le parti. Messaggi di apertura sono arrivati anche dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese – Mahmud Abbas – che ha dichiarato: “Porgo la mano ai leader di Israele per fare la pace. Noi abbiamo espresso l’importanza di ripristinare le basi su cui si fonda il processo di pace, ossia la soluzione dei due Stati lungo le linee del 1967”.

Dal canto suo Israele, ad oggi, non ha alcuna intenzione di sposare questa concezione politica e territoriale. Forte, per l’appunto, di una posizione di assoluto protagonismo e di tutela all’interno dell’attuale sistema internazionale. Posizione che da un posto di visto logico e pragmatico, non può definirsi condannabile per ovvi motivi di interessi nazionali. 

Ciò che manca, come introdotto prima, sembrano essere gli interessi internazionali ad una reale e concreta stabilizzazione della questione palestinese. 

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