Responsabilità o influenza? 

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La presa di posizione di base resta sempre uguale ma allo stesso tempo si evolve, la guerra va impedita, o quantomeno fronteggiata con il minor spargimento di sangue possibile. Di base partiamo con l’affermare che l’ordinamento giuridico della comunità internazionale riconosce due concezioni della guerra: ius ad bellum e ius in bello.[1] 

Partendo dal primo, vediamo che questo, si rifa’ alle cause per cui una guerra può esser dichiarata. Se prima degli avvenimenti del XX secolo la guerra veniva teorizzata come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali, in seguito, questa veniva man mano accantonata. La prima guerra mondiale portò alla previsione di meccanismi istituzionali affidati alla Società delle Nazioni, assoggettandola a ferree limitazioni e procedimenti.

Assai più incisivo fu il trattato Briand-Kellogg, stipulato nel 1928 e vincolante per 63 Stati, in cui si dichiarava la condanna dell’utilizzo della guerra come mezzo di risoluzione e se ne ripudiava l’utilizzo come mezzo di politica nazionale, rinviando a mezzi più pacifici la risoluzione di eventuali conflitti. Molti Stati però vi apporvero la riserva, invocando la legittima difesa individuale e collettiva. Anche se ovviamente tali aspirazioni rimasero soltanto sulla carta.

La Carta delle Nazioni Unite, varata il 24 ottobre del 1945, ha svolto una modifica importante nella materia spostando l’attenzione dalla guerra al più ampio concetto di utilizzo della forza. L’art.2, ad esempio, stabilisce l’obbligo per la risoluzione pacifica delle controversie internazionali in modo che la pace, la sicurezza e la giustizia non siano messe in pericolo e gli Stati assumono l’impegno di astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza incompatibilmente con i fini delle Nazioni Unite.

Esiste tuttavia, come si evince da quest’ultima frase e da affermazioni precedenti, un’eccezione alla regola. Essa si fonda sull’art.51 ovvero il diritto naturale che va a legittimare la difesa individuale o comune nel caso ‘’ abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite’’. La novità in un certo modo è che comunque questa risposta debba esser ricondotto sotto l’egida ONU.
Parlando di ius in bello, ci riferiamo a quel complesso di norme giuridiche stabilite al fine di porre limitazioni alla violenza bellica e di proteggere la popolazione che si trovano a fronteggiare il conflitto. Benché di origine del diritto di guerra siano antiche, hanno acquisito una certa rilevanza e forma a seguito degli avvenimenti di Solferino, di cui Henri Dunant[2] si trovò a esser spettatore.

Diede vita a iniziative che condussero alla stipula della Convenzione di Ginevra del 22 agosto 1864, richiedendo il miglioramento delle condizioni dei feriti degli eserciti sul campo, e alla creazione del Comitato Internazionale per la Croce Rossa. Da questa convenzione ne scaturirono altre come quella del 1929 con i suoi Protocolli aggiuntivi. Tutto si basa sul principio secondo cui le persone non attivamente coinvolte nel conflitto andrebbero tutelate e preservate dal conflitto, trattate con umanità, scaturiscono da qui i divieti di tortura, la presa in ostaggio e rappresaglie contro persone protette. 


Quest’ultima parte per noi è di fondamentale importanza, in quanto è proprio da qui, che scaturisce il concetto del “Responsability to protect”. Questa responsabilità ha tre integrali e componenti essenziali: non solo la responsabilità di reagire a un fatto reale o scaturito da una catastrofe umanitaria, ma la responsabilità di prevenirla e la responsabilità di ricostruire dopo l’evento. 

Le azioni possono includere misure sia a lungo che a breve termine per aiutare a prevenire situazioni che minacciano la sicurezza umana dal verificarsi, intensificarsi, diffondersi o persistere; e supporto per la ricostruzione al fine di evitare che si ripetano; così come, almeno all’estremo dei casi, possono intervenire militarmente per proteggere i civili a rischio dai danni. [3]


La responsability to protect, apparentemente sembra un concetto intriso di senso umanitario, volto a prevenire o placare i conflitti… ma e’ davvero cosi? Il concetto di responsability to protect, o quello più in generale dell’intervento umanitario, crea non pochi problemi a livello sia concettuale che pratico. Varie sono le questioni sottoposte al vaglio, ma la più importante è: si tratta effettivamente di una responsabilità o di una volontà? O meglio si tratta di voler aiutare una società a divenire più giusta e democratica o di estendere semplicemente il proprio potere e la propria sfera d’influenza?

E’ proprio la concettualizzazione di una responsabilità internazionale in se’ di proteggere che bene esemplifica le tensioni tra difesa della sovranità statale e la realizzazione della sicurezza umana, si è prospettata infatti l’ipotesi secondo cui qualora uno stato fosse incapace o fallisse nella sua missione di protezione dei cittadini, altri stati avrebbero la responsabilità ad intervenire: in questo caso la sovranità statale dovrebbe soccombere di fronte a queste imperative esigenze. Fin dal suo esordio questa questione è stata controversa e molti paesi hanno obiettato il pericolo di intrusioni negli affari interni e di minacce alla loro sovranità. 

L’uso della forza viene visto come caso estremo in quanto la comunità internazionale ha il più delle volte molto più interesse nel non intervenire, basti prender in considerazione l’attuale caso di conflitto in Ucraina. Benché sia una situazione controversa, notiamo come la responsabilità ad intervenire non si è posta in essere ciò in quanto questo tipo di responsabilità si trascina dietro degli effetti collaterali che potrebbero, ed il più delle volte lo fanno, scombussolare non solo la situazione interna dello Stato in questione ma anche quella internazionale.  Entrambi gli aspetti fin qui, sottoposti all’attenzione come forma di esempio, sono perfettamente collegabili l’una all’altra. 

A partire dallo scoppio della guerra fredda gli stati hanno adoperato il conflitto o l’intervento, a seguito di questo, come mero pretesto per combattere il nemico su un territorio relativamente neutrale rispetto ovviamente il continente europeo. E’ ben chiaro che facciamo riferimento allo scontro tra USA e Russia ma nell’arco degli anni, anche la Cina ed altre nazioni come la Turchia hanno giocato partite importanti mediante l’ingerenza negli affari interi degli altri stati su copertura della responsabilità di proteggere. Guerre sono state indette a partire da questo concetto. 

Vero anche è che tale tipo d’ingerenza è stato anche sfruttato da stati terzi, ai fini di un tornaconto personale, proprio durante quegli anni. Durante la guerra fredda, e la divisione del mondo in blocchi, stati come Siria riuscirono a far scendere in guerra nazioni come Cina e URSS sfruttando la minaccia americana o Israele che riuscì a farsi largo nell’agenda americana in chiave anti comunista.

In molti, quando parlano del concetto di responsability to protect, adoperano l’analogia del cavallo di troia. Ovviamente sappiamo tutti che fu una tattica strategica, adoperata dai greci per espugnare la citta di Troia, ma è bene ricordarlo. In realtà molto probabilmente, se non sempre probabilmente in parte, rappresenta una giusta visione. Come argomentazione di tale tesi adopereremo il caso dell’invasione dell’Iraq. [4]

Prima della guerra in Iraq del 2003, i leader mondiali hanno dovuto trovare una giustificazione degna, che potesse dar credito alla loro azione a livello internazionale, due furono le giustificazioni adoperate: la prima si rifaceva alla questione della sicurezza, mentre la seconda, a quella della narrativa umanitaria.  

Il tema della sicurezza fu utilizzato focalizzandosi sull’aspetto secondo cui l’Iraq non stesse rispettando il diritto internazionale, la ragione di tale affermazione si rifaceva al possesso di armi di distruzione di massa che rappresentava una chiara minaccia alla sicurezza mondiale.

Parlando della questione umanitaria, questa fu concentrata, sulla sofferenza umanitaria che stava avvenendo in Iraq e la necessità di liberare la sua popolazione da tale grave sopruso. L’uso della giustificazione umanitaria per la guerra in Iraq, ha rappresentato un importunate però, trampolino di lancio in quanto da quel momento tale concetto è divenuto man mano il più utilizzato nelle relazioni internazionali. 

Abbiamo detto inoltre che sulla base di tale principio sono state indette guerre, la più emblematica di tutte, è quella odierna. Partendo dalle affermazioni di Putin, fatte poco prima dell’invasione, le apparenti motivazioni per l’invio delle truppe russe in Ucraina si basavano su questioni di sicurezza e di ragioni umanitarie. ‘’Salviamo il popolo russo dai soprusi del governo ucraino’’ partiamo sempre dallo stesso punto per arrivare dove? In effetti cosi come in Iraq le motivazioni reali non sono queste.

E’ chiaro che nel caso iracheno, l’invasione non fu effettuata su motivazioni di stampo umanitario, ma su una chiara volontà politica. Si trattava di un quadro ben più ampio, inserito nella cornice della guerra al terrorismo, meramente con il fine di destituire Saddam Hussein ed evitare il rischio della proliferazione del terrorismo islamico. 

Il caso ucraino, si inserisce in un quadro altrettanto grande, in cui le ragioni effettive non sono quelle umanitarie ma in realtà nemmeno quelle di sicurezza in chiave anti americana. Si configura più come una riqualificazione della propria posizione, all’interno della sfera internazionale, con la specifica volontà di dominare l’agenda nazionale di tale stato e ribadire la propria superiorità in quanto eredi del grande sistema sovietico. 

Vediamo che le domande di fondo che ci siamo posti all’inizio del ‘’si tratta effettivamente di una responsabilità o di una volontà?’’ in termini di risposta assumono più connotati della seconda. 

Il più delle volte infatti le conseguenze degli interventi, a scopo umanitario, hanno avuto conseguenze disastrose sulla popolazione e non ne hanno di certo migliorato la democraticità. Il più delle volte queste azioni hanno teso a creare nuovi conflitti o ad implementarne dei vecchi, inoltre, la situazione interna alle istituzioni governative nazionali di queste nazioni sono divenute più corrotte. Molti sono stati gli appoggi, infatti, a regimi chiaramente anti democratici al fine di mantenere al salvo i propri interessi in determinate regioni del mondo. 


[1] Maria Luisa Maniscalco, La pace in rivolta, Roma-Milano, Franco Angeli, 2008.

[2] J.J. Sheehan, L’età post eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2008.

[3] Jeremy Moses, Babak Bahador & Tessa Wright (2011), The Iraq war and the Responsibility to Protect: Uses, Abuses and Consequences for the future of humanitarian intervention, Journal of intervention and state building, 5:4, 347-367.

[4] Alex J. Bellamy, Responsibility to protect or Trojan Horse? The crisis in Darfur and humanitarian intervention after Iraq.

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