La guerra in Yemen: antiche rivalità e nuove incertezze 

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Fonte Immagine: la Città futura - nigrizia.it: https://www.lacittafutura.it/esteri/la-guerra-civile-nello-yemen-2012-2019

Lacerato dal conflitto interno e sotto l’influenza delle potenze esterne, lo Yemen cerca di ritrovare la pace, nella speranza che la tregua tra il governo riconosciuto e le milizie houthi porti a un accordo comprensivo e a lungo termine. Tuttavia, è necessario ripartire da una reale considerazione dello Stato yemenita sul piano internazionale per poterne permettere la ricostruzione. 

Le condizioni attuali e le cause della guerra

Il conflitto in Yemen dura ormai da sette anni, dal 2015, esacerbando le differenze tra gli attori interni, portando rovina e miseria in tutto il Paese, costringendolo a fare affidamento sul contributo di Stati e istituzioni a livello regionale e internazionale. 

L’origine della crisi risale al settembre 2014, quando il gruppo militante degli houthi, sciita e sostenuto dall’Iran, prese il potere con un colpo di stato. La data di inizio ufficiale della guerra è fissata al 26 marzo 2015, quando la Coalizione araba a guida saudita iniziò a bombardare i territori occupati dagli houthi, che si stavano avvicinando al confine con l’Arabia Saudita, per restaurare il precedente governo. Tuttavia, le radici profonde del conflitto risalgono alla riunificazione tra nord e sud del Paese nel 1990, quando il modello economico e sociopolitico nordista venne esteso al resto del territorio yemenita con il presidente Saleh, con conseguente risentimento delle regioni meridionali che, pur presentando marcate differenze tra loro, iniziarono a sfidare il potere centrale.

Negli anni seguenti la progressiva emarginazione delle popolazioni del sud dello Stato portò a numerosi scontri, tra i quali una guerra civile a soli quattro anni dalla riunificazione, rivolte, movimenti autonomisti o secessionisti e perfino combattimenti tra le forze filogovernative e le milizie degli houthi, come accadde ripetutamente tra il 2004 e il 2010. Le tensioni, tuttavia, non si limitavano al territorio nazionale, estendendosi anche a livello regionale per le rivalità esistenti tra l’Arabia Saudita e l’Iran, rispettivamente a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto yemenita e delle milizie houthi. Di conseguenza, alle conflittualità esistenti sul piano politico interno si sommano le differenze religiose, soprattutto tra yemeniti sunniti e sciiti, le diverse appartenenze tribali (già con Saleh di complessa gestione) e i delicati equilibri regionali.

La guerra si è progressivamente trasformata in una drammatica crisi umanitaria che ha impoverito la già fragile economia del Paese e causato la morte di migliaia di civili, insieme alle carenze alimentari (accentuate dal conflitto in Ucraina) e al cambiamento climatico che hanno peggiorato la situazione di uno Stato privo di un governo stabile, spesso in balia delle decisioni delle potenze regionali e internazionali. Dall’inizio dell’estate le piogge torrenzialihanno portato alla morte di decine di persone in tutto lo Yemen, alle quali si sommano le vittime delle incursioni degli houthi documentate dai reporter locali ed esteri e all’impossibilità del governo in carica di prendere decisioni incisive a beneficio dei suoi cittadini.

Aprile 2022: la tregua

La tregua promossa dalle Nazioni Unite e conclusa all’inizio di aprile di quest’anno è stata accolta con grandi speranze da parte dei cittadini e delle potenze esterne nell’area del Medio Oriente, così come a livello internazionale. Con il contributo dell’inviato speciale dell’ONU Hans Grundberg, la mediazione dell’Oman e il favore dell’Iran e delle altre potenze regionali coinvolte nel conflitto, la sospensione delle ostilità è stata da allora rinnovata due volte e ciò alimenta le aspettative di una risoluzione concreta e a lungo termine della guerra.

L’importanza della tregua risiede nel fatto di essere la prima cessazione delle ostilità dal 2016, nonché nelle sue condizioni comprensive che sembrano porre le basi per un’ulteriore estensione del periodo di pace e una duratura riconciliazione tra le molteplici parti coinvolte nel conflitto. Anzitutto, la sospensione delle violenze ha portato respiro alla società e all’economia del Paese, mentre le riserve energetiche hanno ricominciato a transitare con maggiore facilità lungo il confine con l’Arabia Saudita.

La portata delle proposte è senza precedenti, quali un meccanismo trasparente ed efficace di pagamento dei lavoratori pubblici e delle pensioni, la riapertura dei collegamenti verso Taiz e altre regioni, l’aggiunta di destinazioni aeroportuali da e per lo scalo internazionali di Sana’a e la garanzia di forniture di carburante per svariati porti yemeniti. Inoltre, le parti hanno aderito a unificare e definire la lista dei reciproci prigionieri e stabilire una commissione per l’implementazione degli accordi sullo scambio e il rilascio dei detenuti, aprendo la strada alla verifica delle loro identità e al supporto del processo di scambio da parte del Comitato internazionale della Croce Rossa. 

Nonostante i progressi verso la de-escalation del conflitto, tuttavia, negli ultimi mesi sono state frequenti le violazioni della tregua. L’ONG Armed Conflict Location and Event Data Project (Acled) ha registrato un aumento degli attacchi missilistici o d’artiglieria dall’inizio di aprile, mentre Save the children ha denunciato una recrudescenza della violenza armata e delle uccisioni di civili e bambini, soprattutto nell’ultimo mese. Le richieste delle due parti non sono coincidenti e sono ancora lontane le discussioni inerenti a una gestione pacifica e condivisa del potere, mentre alcuni osservatori internazionali avanzano l’idea che venga così rafforzata la posizione negoziale dei ribelli houthi. 

Le sorti del cessate il fuoco e il futuro del Paese

Saranno necessari mesi, o anni per poter valutare i successi e gli insuccessi delle condizioni della tregua. Indipendentemente dagli sforzi sul piano diplomatico, tuttavia, sono fondamentali la fiducia della popolazione yemenita nella riconciliazione e nella ricostruzione del Paese, insieme al contributo degli Stati più influenti a livello internazionale e regionale. Mentre i cittadini sono spesso pervasi da un sentimento di sfiducia, infatti, le tre più importanti potenze per le sorti dello Stato mediorientale (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti) sembrano disinteressate al futuro del Paese. Dopo una fase iniziale di coinvolgimento militare e di influenza, le due potenze regionali hanno intrapreso una politica di progressivo ritiro dallo Yemen, mentre Biden appare più interessato a mantenere i buoni rapporti con il governo saudita. In questo contesto, l’Unione europea è intervenuta in maniera saltuaria, esprimendo parole di condanna per gli attacchi degli houthi e a sostegno del governo yemenita. 

I dubbi sul futuro della tregua permangono in virtù delle numerose concessioni del governo ufficiale dello Yemen verso le milizie ribelli, le quali sono state però raramente contraccambiate. Il cessate il fuoco momentaneo non garantisce che la violenza dei gruppi houthi non si manifesti con altri mezzi, come la pianificazione di nuovi complotti o la recluta di altri militanti. Nonostante i reciproci benefici dalla tregua, infatti, essa pare sbilanciata dalla parte delle milizie sciite del sud e rischia di indebolire la posizione negoziale del governo riconosciuto yemenita. D’altro canto, il perdurare del conflitto potrebbe peggiorare ulteriormente la qualità della vita della popolazione, ma anche positivamente contribuire a rafforzare l’unità dei gruppi politici di opposizione contro gli houthi del Presidential Leadership Council, stabilitosi lo scorso aprile all’interno delle autorità riconosciute yemenite.

Infine, le fondamenta per la cessazione del conflitto in Yemen rimangono lacunose: manca la volontà di agire con risolutezza a favore dello Stato mediorientale da parte della comunità internazionale, così come forse di raggiungere un accordo sincero tra le parti per la ricostruzione. E’ necessario ripartire dalla considerazione dello Yemen come uno Stato indipendente e parte integrante della comunità internazionale per poter avviare un processo reale di riconciliazione nazionale e di ripartenza socioeconomica, a beneficio dell’intero Medio Oriente.

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