Tunisia: così il referendum cambia le sorti del Paese in cui scoppiò la Primavera Araba

11 mins read
Fonte Immagine: commons.wikimedia.org

Il 13 dicembre 2021, il presidente tunisino Kaïs Saïed annunciava il ricorso ad un referendum per approvare una nuova costituzione. Il Capo dello Stato prorogava inoltre la sospensione dei poteri del parlamento – misura in vigore dal 25 luglio 2021 grazie a un suo stesso intervento unilaterale con cui ne “congelava” i lavori e rimuoveva il governo – fino alle elezioni di dicembre 2022. Il referendum costituzionale che permette al Presidente di ottenere vastissimi poteri passa con un secco 92%. Saïed parla di “volontà della maggioranza”, nonostante l’affluenza alle urne al 27%. Analisi e previsioni di una deriva iper-presidenzialista.

Il professore estraneo alla politica

Saïed, accademico ed esperto di diritto costituzionale in pensione, viene eletto nell’ottobre 2019, battendo al secondo turno, con una percentuale schiacciante di oltre il 70%, l’altro candidato anti-sistema, il magnate Nabil Karoui. Il successo di Saïed, popolare soprattutto tra i giovani, è dovuto alla sua capacità di sapersi porre come uomo istruito ma allo stesso tempo vicino alle masse, con la lotta alla corruzione e ai sistemi consolidati e il decentramento del potere attraverso una riforma in senso federalista come suoi obiettivi politici. Conservatore austero nei modi quanto nelle idee, Saïed faceva il suo ingresso nella politica tunisina sostenuto trasversalmente sia dal partito islamista Ennahda sia dalle forze indipendentiste e di sinistra, all’interno di uno scenario fortemente frammentato che lasciava però il popolo incerto e insoddisfatto delle tante tradizionali alternative.

Il vero banco di prova che il volto nuovo della Tunisia è chiamato ad affrontare riguarda la dilagante crisi economica, le impellenti questioni di carattere socioeconomico nonché la mancanza di reti di protezione contro la povertà, la marginalizzazione e il precariato per la maggior parte della popolazione.

La crisi interna e la pandemia

Sin dai primi mesi successivi alle elezioni presidenziali, era chiaro che non sarebbe stata cosa facile per il neopresidente nominare un nuovo Primo Ministro[1].  Alle elezioni parlamentari nessun partito aveva ottenuto più di un quarto dei voti, e dopo due mesi di infruttuose negoziazioni portate avanti dal candidato premier di Ennahda, Habib Jemli, nel gennaio 2020 Saïed nomina Elyes Fakhfakh, osteggiato  da molti dei principali partiti e chiamato a guidare un’improbabile coalizione di governo. Sebbene il governo di Fakhfakh si sia mostrato in grado di tamponare inizialmente gli effetti dilaganti della pandemia da Covid-19 – con il Presidente Saïed co-protagonista sulla scena pubblica – è costretto a dimettersi a seguito delle accuse di conflitto d’interessi avanzate da un gran numero di parlamentari.

Proprio l’emergenza legata al Covid-19 diviene ulteriore fattore di crisi, quando nell’estate del 2021 una nuova ondata di contagi – legati al diffondersi della variante delta – investe il Paese; alla fine di agosto i 23.451 decessi per Covid-19, su una popolazione totale di circa 11,7 milioni di portavano la Tunisia a essere lo Stato con il più alto tasso di decessi pro-capite da Covid-19 di tutto il mondo arabo e di tutto il continente africano.

La svolta autocratica

L’interventismo e il protagonismo che avevano caratterizzato fin da subito la presidenza di Saïed, raggiungono l’apice il 25 luglio 2021, quando sospende i lavori del parlamento, revoca le immunità dei deputati e congeda il primo ministro Hichem Mechichi, in risposta a una giornata di proteste esplose nel Paese, esasperato ormai per la crisi interna e la gestione sanitaria. La drastica decisione a detta dello stesso Saïed è però in linea con l’art. 80 della Costituzione, secondo cui a fronte di un pericolo imminente, il presidente può prendere ogni decisione resa necessaria dalle circostanze eccezionali, le quali dovranno essere verificate trascorsi trenta giorni. Saïed si diceva intenzionato a non eccedere tale periodo.

A fine settembre, un altro avvenimento sconvolge le carte in tavola: Saïed emana un decreto presidenziale di 23 articoli con i quali assume pieni poteri. Il giorno dell’anniversario della Rivoluzione dei Gelsomini, Saïed ha poi aggiunto di voler mantenere il parlamento “congelato” fino alle elezioni di dicembre 2022, presentando una road map per uscire dall’impasse politica-istituzionale insieme alla volontà di redigere una nuova costituzione da sottoporre a referendum.

Verso un marcato presidenzialismo

Composta da un preambolo e 142 articoli divisi in 10 capitoli, la nuova costituzione modifica in maniera incisiva l’assetto politico-istituzionale della Tunisia e sembra consegnare le sue sorti interamente al Presidente della Repubblica, al quale vengono concessi ampi poteri: il Presidente eserciterà il potere esecutivo affiancato da un governo guidato da una persona da lui designata, con l’impossibilità per il parlamento di  porre la questione di fiducia. Egli inoltre godrà del potere di ratificare le leggi e sottoporre in via prioritaria testi legislativi al parlamento.

Modifiche consistenti riguardano anche lo stesso organo legislativo, ridimensionato sia nei poteri sia nella struttura; viene infatti introdotto il bicameralismo, con una seconda camera chiamata Consiglio nazionale regionale e territoriale, emblema della scelta di voler insistere sul concetto di democrazia dal basso, la cui elezione però non è a suffragio universale diretto.

Non viene prevista inoltre alcuna procedura di impeachment e sebbene sia mantenuto il limite di due mandati presidenziali, viene altresì eliminata la disposizione che vieta la possibilità di aumentare il numero degli stessi.

Cosa ne sarà della Tunisia?

A detta di molti esperti l’esito del referendum – che probabilmente sarebbe comunque passato anche perché senza quorum – segnerebbe una deviazione dal percorso democratico di oltre dieci anni avviato con i moti della Primavera Araba. I risultati confermano tutto considerato il successo, nonostante l’affluenza alle urne[2], della linea politica autoritaria abbracciata da Saïed da un anno a questa parte, che dovrebbe permettere di sbrogliare l’intricata impassepolitica e semplificare i processi decisionali. Ciononostante, i punti controversi e macchinosi della nuova architettura istituzionale esistono, e si teme che la nuova costituzione possa traghettare il Paese da un esecutivo diviso ad un legislativo diviso e inoperante.  I riflettori sono tutti puntati sul Presidente e sulle sue mosse future per riformare un’economia sull’orlo della bancarotta. L’agenzia di rating Moody’s ha recentemente declassato la Tunisia da B a C; le valutazioni di rating guidano le strategie degli investitori internazionali perché identificano quali paesi sono più sicuri per allocare capitali. Inoltre, la disoccupazione è in aumento al 18%, l’inflazione a fine anno si attestava al 6.6%, e il debito pubblico del Paese ha raggiunto un insostenibile 82% del PIL.

Altra questione delicata è rappresentata dalla guerra in Ucraina e dalle sue conseguenze energetiche in molti Stati considerati fragili, tra cui figura la stessa Tunisia; quest’ultima importa circa il 54% del grano da Russia e Ucraina, mentre la crisi idrica si sta acuendo in molte regioni del Paese.

Grande speranza è riposta nella possibilità per la Tunisia di ricevere un prestito sostanzioso dal FMI, e le negoziazioni sembrano aver preso piede dopo che il personale del Fondo ha dichiarato che “le misure economiche intraprese dalle autorità tunisine hanno compiuto progressi soddisfacenti”

La politica di austerity che tuttavia il FMI impone sta avendo delle ripercussioni importanti sulla popolazione, specialmente per quanto riguarda il settore pubblico, con il congelamento dei salari e il taglio dei sussidi. L’acceso braccio di ferro tra Saïed e l’ UGTT – il più grande sindacato del Paese – ne è la testimonianza.

La Tunisia si trova ad un bivio epocale della sua storia, dopo aver affrontato anni drammatici sotto molteplici punti di vista. La popolarità e il prestigio di cui il Presidente gode è ancora molto forte, nonostante la crescente opposizione interna ed esterna. Saranno i tunisini ora a dirci nei prossimi mesi se questa scelta politica e ideologica darà i frutti tanto sperati, soprassedendo anche sulle mortificazioni economiche necessarie a stabilizzare il Paese.


[1] La costituzione del 2014 prevedeva per la Tunisia una forma di governo semipresidenziale, dove l’esecutivo è bicefalo, guidato dal Presidente della Repubblica insieme al Primo Ministro.

[2] La Tunisia è uno dei paesi in cui l’astensionismo elettorale è solitamente diffuso

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY