Kosovo-Serbia: le targhe della discordia

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Le tensioni in Kosovo si sono riaccese come succede ciclicamente: niente di nuovo ma in un contesto geopolitico teso come quello attuale certe scintille fanno più paura.

Negli scorsi giorni si sono riaccese le tensioni, mai sopite, tra Kosovo e Serbia: Pristina ha chiuso i due principali valichi di confine che collegano la Serbia alle province settentrionali kosovare, abitate da una minoranza serba. La chiusura è stata una risposta alle proteste e ai blocchi stradali della popolazione serba contro la legge del Kosovo che imponeva loro dal primo agosto l’utilizzo di targhe kosovare.

Luogo di tensioni

Le criticità della regione hanno origini molto antiche, di fatto istituzionalizzate dall’autoproclamata indipendenza del Kosovo dalla Serbia, non riconosciuta da quest’ultima, che ha creato un nuovo confine nei Balcani, regione dove ogni frontiera tracciata scontenta qualcuno, come accaduto anche in questo caso: i confini del Kosovo hanno infatti incluso al proprio interno una regione, quella settentrionale, abitata da serbi e a loro volta hanno lasciato sotto il controllo serbo un territorio, la valle di Preševo, abitato da kosovari.

Da anni si susseguono ipotesi per risolvere la questione senza che si sia mai riusciti a giungere a un accordo: tra queste anche quella di uno scambio territoriale tra Pristina e Belgrado, eventualità che avrebbe accontentato molti attori della partita, anche Mosca che, pur se dichiaratamente contraria, ne avrebbe apprezzato le ricadute sul riconoscimento delle province russofone quali la Crimea. Tuttavia tale opzione è stata al momento accantonata perché anch’essa non scevra da problematiche, implicando infatti il riconoscimento da parte di Belgrado dell’indipendenza kosovara e rischiando di generare un effetto a catena innescando pericolose dinamiche nei Balcani, tra cui la rottura del delicato equilibrio bosniaco e la situazione degli albanesi in Macedonia del Nord.

La questione delle province serbe del Kosovo settentrionale rimane dunque oggi irrisolta. L‘Europa non è stata finora in grado di trovare una soluzione alla questione anche perché divisa al proprio interno: Bruxelles sa che necessita di mantenere buone relazioni con il presidente serbo Vučić, leader importante nell’area, e si muove con molta cautela sul dossier Kosovo con il risultato di aver congelato, negli ultimi venti anni, lo stato delle cose nei Balcani per scongiurare nuovi conflitti.

Tuttavia così facendo non ha sopito le tensioni, anzi, esacerbate dalla continua dimostrazione di incapacità dii integrare a sé una regione, quella balcanica, che attende da tempo all’uscio comunitario. Così la decisione del Kosovo sulle targhe ha riacceso una miccia di fronte alla quale la Serbia non è rimasta indifferente rispondendo tramite il proprio presidente Vučić che, pur auspicando la pace, ha sottolineato la complessità senza precedenti dell’attuale situazione e, nel tentativo di mostrare i muscoli, ha affermato che nel caso in cui vi fosse una minaccia per i propri concittadini nel Kosovo vi sarebbe certamente una vittoria serba. Pristina dal canto suo afferma che tale normativa è legittima in quanto si tratta di una risposta all’analoga politica serba che vieta l’utilizzo di targhe kosovare sul proprio territorio, accusando inoltre Belgrado di mettere in scena lo stesso copione della Russia in termini di diffusione di fake news.

Guerra delle targhe: una questione più grande

La cosiddetta guerra delle targhe, come è stata rinominata, appare una quisquilia ma così non è: l’accettazione di doversi dotare di documentazione di un altro Paese al passaggio di frontiera infatti implica di fatto il riconoscimento dell’autorità di quel Paese, cosa che la Serbia si rifiuta di fare e fattore che esplica come questa partita sia più importante di una banale targa. Ad amplificare la questione è poi il contesto geopolitico attuale e gli attori in campo: innanzitutto la Serbia è fortemente legata a Mosca da secolari legami culturali a cui si è aggiunta nel tempo una crescente presenza economica russa e la dipendenza gasiera da Mosca.

Tuttavia Belgrado ha anche tenuto negli anni un’equidistanza tra occidente e Russia, utile ai propri interessi: se la guerra in Ucraina ha costretto a un posizionamento più chiaro molti Paesi che avevano posizioni ambigue verso Mosca la Serbia ha potuto invece proseguire sulla propria linea, forte anche della non appartenenza a UE e Nato. La dichiarazione a favore del mantenimento dell’integrità territoriale di Kiev e il voto favorevole, all’ONU, nei confronti della condanna all’invasione non hanno infatti impedito a Belgrado di opporsi alle sanzioni verso Mosca. Anche Pechino ha poi i propri interessi nell’area: la Cina ha infatti instaurato ottimi rapporti, anche in termini di cooperazione militare, con Belgrado che ha dunque oggi un occhio speciale verso Pechino in politica estera.

Dall’altro lato il Kosovo ha alle sue spalle Washington e Ankara: i primi sono stati di fatto gli artefici della nascita dello Stato che oggi vede sul proprio territorio la presenza della missione Nato KFOR; dall’altro lato i sogni imperiali turchi passano anche dall’inserimento negli stati in difficoltà all’interno del suo dichiarato spazio imperiale, nel quale il Kosovo rientra, e Ankara conduce da decenni una politica di tutrice degli albanesi dei Balcani e quindi anche dei kosovari, politica speculare a quella russa verso gli ortodossi, dicotomia che si riflette bene nella contrapposizione kovovaro-serba. Non è un caso che Pristina abbia fatto appello a Erdogan per promuovere l’ingresso del Paese nella Nato, alla luce del quadro geopolitico attuale con la guerra in Ucraina e il rinfocolare delle tensioni con la Serbia.

Minacce ma niente più

La questione tra Serbia e Kosovo è dunque rappresentativa di diversi equilibri geopolitici. Durante il picco di crisi di pochi giorni fa si parlava addirittura di un possibile intervento militare serbo, opzione di difficile realizzazione: per quanto infatti le forze serbe siano superiori a ciò che può mettere in campo il Kosovo, quest’ultimo ospita truppe Nato (che hanno tra l’altro dichiarato la possibilità di intervenire qualora sia in pericolo la stabilità del Paese) e ciò basta per far tirare il freno a Belgrado. In aggiunta a questo Belgrado, anche alla luce degli eventi in Ucraina che hanno mostrato come le guerre, pur se in netta superiorità di uomini e mezzi, non siano così scontate, non ha la forza di attuare azioni militari. Inoltre la geografia non aiuta la Serbia, accerchiata di fatto dalla Nato e dunque impossibilitata eventualmente a ricevere aiuto sia via aerea che via mare, non disponendo di accesso all’Adriatico. La volontà di andare oltre le minacce dunque a Belgrado per ora manca.

Tensione placata, per ora

La situazione ha dunque condotto alla decisione di Pristina, giunta dopo aver discusso con Washington, di rinviare di un mese l’entrata in vigore della norma. Uno slittamento che ha placato momentaneamente gli animi ed è stato giudicato con favore dall’UE che ha auspicato che tale lasso di tempo sia utile a trovare un accordo tra le parti: Bruxelles deve contribuire a una risoluzione della questione poiché teme forme di instabilità in prossimità dei propri confini e ha inoltre posto come condizione necessaria all’integrazione comunitaria dei Balcani occidentali la loro stabilità, fattore per il quale è imprescindibile garantire distensione tra Belgrado e Pristina.

Mosca getta benzina sul fuoco

Allo stesso tempo però altri attori sono interessati a promuovere l’instabilità nell’area: in primis Mosca che vede nello scontro tra Serbia e Kosovo un fattore che inficia le ambizioni europee (e anche atlantiche) dei due Paesi e ha dunque tutto l’interesse ad amplificare la tensione tra i due Paesi. Tale volontà è stata d’altronde esplicitata da Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri russo, che ha addossato la colpa della crisi a Pristina accusando il Kosovo di discriminazioni nei confronti dei serbi.

I Balcani possono infatti rappresentare facilmente per il Cremlino un secondo terreno di scontro con l’occidente; dall’altro lato però Mosca non ha neanche troppo margine d’azione e nel caso in cui le cose dovessero mettersi male per Belgrado potrebbe accettare il fatto compiuto utilizzandolo per ottenere un analogo riconoscimento per la Crimea e il Donbass, paragone fatto da Putin stesso che ha equiparato i due dossier provocando lo sgomento serbo.

La situazione nel Kosovo settentrionale appare ai più la scintilla capace di innescare un nuovo conflitto in Europa e ha goduto di molta risonanza nei media dato l’attuale contesto geopolitico e l’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica. Si tratta tuttavia dell’ennesimo capitolo di una partita lunga e mai risolta: i rapporti tra Serbia e Kosovo vivono infatti di tensione, con alti e bassi che si susseguono. Ciò che è accaduto negli scorsi giorni non si differenzia dunque di molto dalla norma e la possibilità di un’escalation è bassa, considerate le speranze europee dei due attori in campo, da non vanificare, e la presenza militare della Nato in Kosovo.

Nonostante ciò tali scintille non possono mai essere considerate del tutto innocue nei Balcani, area prediletta di instabilità, e l’attenzione a tale situazione è ancor più necessaria alla luce sia del contesto geopolitico, con la guerra in Ucraina che ha ripercussioni in diversi contesti geografici, e dalla volontà di alcuni attori di soffiare sul fuoco. Vedasi Mosca che ha voluto sottolineare per bocca del portavoce del Cremlino Peskov come la questione non sia per niente risolta ma solo rinviata di un mese.

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