Regno Unito: To be or not to be global? This is the problem…

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il Primo ministro britannico Boris Johnson e il Cancelliere dello scacchiere Rishi Sunak, Ministro delle finanze, avrebbero dovuto delineare insieme la strategia economica post-pandemia e soprattutto post-Brexit, mettendo in risalto le opportunità offerte dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ma qualcosa non è andata secondo i piani….

Il 6 giugno del 1944, durante il D-day, il primo ministro inglese Winston Churchill si rivolse a Charles De Gaulle, affermando: “Ogni volta che l’Inghilterra dovrà scegliere tra Europa e mare aperto, sceglierà sempre il mare aperto, perché l’Europa è simpatica, ma Roosevelt è potente”. Una frase rimasta nella storia, ricca di significato, in cui si evince lo spirito più profondo del popolo britannico.

I sudditi di sua maestà consapevoli di essere eccellenti marinai, e per questo fieri di essere la più grande isola d’Europa, hanno sempre ritenuto che il continente europeo fosse un luogo lontano i cui eventi non riguardano direttamente Londra. Tuttavia, la politica inglese da sempre pragmatica e legata ai principi del mercantilismo e del libero scambio, dal dopoguerra in poi ha saputo utilizzare la “special relation” con gli Stati Uniti, per mantenere il prestigio internazionale del Regno Unito, questo è stato vero in passato e risulta ancor più vero oggi.  

Bisogna prendere atto del fatto che ormai, da sei anni, il Regno Unito è rimasto impantanato con la politica della Brexit. Molti osservatori ritengono che il paese al suo interno, sia più diviso di quanto non fosse prima del referendum del 2016. Per esempio, la decisione del primo ministro Boris Johnson (ormai dimissionario) di perseguire la cosiddetta hard brexit, allontanando in sostanza il Regno Unito dal mercato unico europeo, non ha fatto altro che alimentare il sentimento separatista della Scozia, riportando il paese ad antiche rivalità interne. Ciò che un tempo è stata una questione politico-religiosa, tra la cattolicissima Scozia e la protestante Corona inglese, oggi si è trasformata in una dicotomia tra una Scozia europeista e un’Inghilterra sovranista. Per non parlare del problema che ha creato la frontiera tra la Repubblica d’Irlanda (paese membro dell’Ue) e l’Irlanda del Nord, parte integrante del Regno Unito. L’unità della Gran Bretagna è un argomento in cima all’agenda politica inglese, che da qualche anno preoccupa e non poco, qualunque primo ministro in carica al numero 10 di Dowining Street.

Il governo presieduto da Boris Johnson aveva promesso di costruire nel dopo brexit, un Regno Unito protagonista sulla scena internazionale, si tratta della strategia meglio nota come:“Global Britain”. Se William Shakespeare fosse ancora in vita, si sarebbe forse posto l’amletico dubbio del:“To be or not to be global?” questo è il problema, aggiungeremmo noi. Proviamo a trarre una qualche conclusione dal mandato di primo ministro britannico di Boris Johnson, ormai giunto al termine dopo tre anni di governo, per via delle sue dimissioni causate dal partygate.Osservando i fatti e la politica inglese, possiamo ritenere che l’obiettivo di una Gran Bretagna globale, è stato raggiunto solo parzialmente. Infatti, la brexit ha aumentato la dipendenza di Londra da Washington, nell’attuale quadro di sicurezza europeo, l’impulso del Regno Unito è in netto contrasto con la politica di negoziato tra l’Ucraina e la Russia messa in atto dalla Francia, e anche dall’ambiguità giocata dalla Germania. Non c’è dubbio che in un simil contesto geopolitico, l’alleato naturale per il Regno Unito risultino ancora una volta gli Stati Uniti d’America.  

Tuttavia, va osservato che il Regno Unito anche se mantiene allineata la politica estera e di sicurezza a quella di Washington, diverge da quest’ultima per la politica economica e commerciale. Infatti, il governo di sua maestà mira ad aderire a un accordo commerciale transpacifico, attraverso l’adesione all’Asia Infrastructure Investment Bank, si tratta di un’istituzione regionale asiatica osteggiata dagli Stati Uniti. Sempre il Regno Unito ha preferito non fare parte del Quad, una partnership economica costituita da Stati Uniti, Australia, Giappone e India, creata per contrapporsi alla forza economica cinese in tutta la regione asiatica. L’approccio economico inglese con Pechino è differente da quello americano, infatti, Londra da sempre sostenitrice del libero scambio è alla ricerca di una relazione commerciale e di investimento positiva con la Cina. 

La politica commerciale inglese è dettata dal fatto che per sopperire alla mancanza del mercato unico europeo, il Regno Unito ha necessità di siglare nuovi accordi di libero scambio con tutto il mondo. Pertanto, Londra ha lavorato negli ultimi anni in questa direzione, siglando nuovi accordi commerciali, in primis, con Australia e Nuova Zelanda, ma nel 2020 anche con il Giappone, ed è in trattativa per aderire al partenariato transpacifico (CPTPP), si tratta di un accordo globale composto da 11 Stati. 

Va riconosciuto che il governo di sua maestà, guidato da Johnson, ha saputo sfruttare l’indipendenza dall’Ue per allineare la politica estera inglese, a quella perseguita dall’amministrazione Biden. In un discorso sulla Conferenza di Sicurezza di Monaco nel febbraio 2021, Il primo ministro Johnson aveva annunciato un aumento di 22 miliardi di dollari della spesa britannica, su tutto il comparto della difesa per i prossimi 4 anni. In quell’occasione la Casa Bianca si complimentò per l’iniziativa e un tale impegno da parte di Londra. 

Inoltre, Il Regno Unito ha approfittato del suo ruolo di presidenza al G7 e della co-presidenza al vertice delle Nazioni Unite sul clima 2021, tenutosi a Glasgow (COP26), per accreditarsi sulla scena internazionale, come un paese dal respiro globale. La politica estera inglese è stata agevolata dal fatto che la Casa Bianca guidata dal Presidente Biden ha riabbracciato il multilateralismo, in questo senso sia Londra che Washington hanno riaffermato il loro impegno a proteggere insieme le democrazie del mondo, contro l’autoritarismo di Stati come Russia e Cina.  

In realtà la capacità per il Regno Unito di sostenere un ruolo significativo su scala mondiale, come imporrebbe la Global Britain per il momento è limitato. La sensazione è quella che grazie all’attivismo di Boris Johnson, l’Inghilterra è stata leader nella risposta all’aggressione russa in Ucraina, Londra ha sostenuto fin dalla prima ora con ogni mezzo possibile la resistenza di Kiev contro Mosca, di fatto il Regno Unito con questo atteggiamento è risultato il principale contributore della sicurezza europea insieme agli Stati Uniti. In questo contesto va, inoltre, inserita la decisione di Svezia e Finlandia di aderire alla Nato, mettendo fine a decenni di neutralità dei due paesi. Pertanto, i governi di Stoccolma ed Helsinki hanno chiesto una serie di garanzie sul fronte securitario, il primo ministro britannico Johnson, ha saputo cogliere il momento per dare loro le garanzie necessarie a firmare un patto militare. L’accordo prevede l’assistenza militare diretta da parte del Regno Unito nel caso di un ipotetico attacco della Russia ad uno dei due paesi scandinavi. Tutto ciò significa che Londra interverrebbe con un dispiegamento di mezzi appartenenti sia alla Royal Air Force che alla Royal Navy, ecco che la Gran Bretagna si pone de iure de facto garante della libertà e sovranità di Svezia e Finlandia.  

Per quanto riguarda il versante dell’indo-pacifico, l’accordo siglato con Australia e Stati Uniti, noto come AUKUS ha rafforzato l’immagine di una Gran Bretagna globale, inoltre, anche il Giappone è al centro di questa strategia. Lo scorso anno, il Regno Unito ha schierato alcune unità navali che hanno condotto esercitazioni con la marina giapponese, statunitense ed olandese. Sempre il Regno Unito e il Giappone hanno firmato un trattato di difesa nel 2017 per una maggiore cooperazione militare e nel 2022 hanno raggiunto un accordo sul principio di accesso militare reciproco. 

La presenza inglese nella regione è affidata alla Royal Navy che tiene schierati due pattugliatori in modo permanente, e di recente l’ammiragliato ha espresso l’intenzione di inviare sempre in modo permanente, una fregata fino al 2025. Al dispositivo navale, va poi aggiunta una presenza militare a Singapore e una guarnigione d’istanza in Brunei. 

Come ampiamente analizzato fin qui, dal dopo brexit in poi, il Regno Unito ha cercato di ritagliarsi un ruolo da protagonista sulla scena internazionale. Il maggior risultato ottenuto è stato sicuramente sul versante della sicurezza e difesa, soprattutto nell’area euro-atlantica. La risposta inglese alla guerra in Ucraina è stata rapida e coraggiosa, basti pensare che Londra ha offerto molto più velocemente di altri paesi sia assistenza militare che economica, con un fondo di 1,6 miliardi di dollari e anche nell’aprire la strada all’adesione di Svezia e Finlandia nella Nato, il contributo dell’Inghilterra è stato fondamentale. 

Tuttavia, a fronte di questi successi, bisogna registrare anche alcune criticità interne, quella già menzionata riguardante la Scozia e l’Irlanda del Nord, a cui va aggiunta anche quella economica e finanziaria, nel giugno 2022 il Regno Unito ha raggiunto il tasso d’inflazione più alto degli ultimi 40 anni, circa il 9,4% e la crescita prevista per il PIL per il 2023 si attesta intorno al 1,2%.  

Infine, Londra ha perso tutta l’influenza che prima esercitava sull’Unione Europea, ormai, raramente viene invitata per riunioni a Bruxelles, a questo va aggiunta la recente instabilità politica, il governo di sua maestà ormai dimissionario dovrà fare i conti con lo scontro per la leadership del partito conservatore tra la ministra degli esteri, Liz Truss, e il ministro delle finanze Rishi Sunak. Nell’attesa di sapere chi sarà il nuovo Primo ministro, come da consuetudine, il Regno Unito si affida alla secolare stabilità della Corona inglese.  

Classe 1991, attualmente è il Vice Presidente IARI. Dal 2019 al 2021, ha ricoperto per IARI la carica di Capo Redattore. Per l’Istituto si occupa di redigere analisi geopolitiche in Affari Europei, sono oggetto delle sue analisi le Istituzioni dell’Unione Europea e gli Stati membri. Ha conseguito una laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali, presso l’Università di Catania, con tesi dal titolo: “L’Unione Europea post covid-19: sfide interne ed esterne del mercato unico europeo”. Inoltre, presso lo stesso ateneo, ha conseguito una laurea triennale, in Politica e Relazioni Internazionali, con tesi dal titolo: La Comunicazione politica dei leader globali: dal Presidente J.F. Kennedy a Papa Francesco. In seguito, ha ottenuto un diploma di specializzazione in Affari Europei, presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).

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