“NATO 2.0: tra minacce rinnovate e nuove sfide “

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Fonte Immagine: Open online https://www.open.online/2022/06/29/vertice-nato-madrid-cina-russia-italia-usa/

All’indomani del vertice NATO tenutosi lo scorso 29 giugno a Madrid, la Federazione russa si conferma nuovamente quale minaccia principale all’ordine internazionale e quale prima fonte di insicurezza per i Paesi del Patto Atlantico anche nel panorama politico post-Guerra Fredda.

Il nuovo Strategic Concept della NATO, ovvero l’insieme di direttive in materia securitaria approvato in occasione del summit di Madrid, pone ancora una volta in evidenza la sempre crescente pericolosità della minaccia moscovita. Alla luce delle nuove sfide poste al fianco est dell’Alleanza i leader internazionali, convenuti al vertice madrileno, hanno adottato decisioni che segnano una svolta nel percorso intrapreso dai Paesi membri sin dai primi giorni della ratifica del Trattato di Washington. Tra queste figurano, in primis, la rinuncia del veto da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan all’ammissione di paesi – storicamente – neutrali, quali Svezia e Finlandia, e un più robusto dispiegamento militare delle forze dell’Alleanza.

Tuttavia, se da un lato la sigla di protocolli d’intesa tra la premier svedese Andersson, il presidente finlandese Niinisto ed il presidente turco Erdoğan sia palese manifestazione di una sempre più maggiore coesione ed unità nel paradigma NATO, contraddicendo lo “stato di morte cerebrale” ad essa affibbiata qualche anno fa, dall’altro i suddetti Memoranda of Understanding (MoU) sembrerebbero essere essi stessi fonte d’incertezza e maggior instabilità dentro i confini euro-atlantici.

Del resto, l’imminente ingresso di Svezia e Finlandia all’interno del Patto Atlantico, con la conseguente estensione dei confini orientali di ulteriori 1.300 chilometri dispiegati nell’area baltica, richiederebbe un maggior impegno, sia economico che militare, da parte degli stati membri, esortati nuovamente ad incrementare la spesa pubblica per la difesa e ad inviare contingenti numericamente in crescendo. In tal senso, in occasione dello stesso vertice è stata adottata una seconda risoluzione da parte dei Paesi membri, i quali si sono schierati a favore dell’incremento numerico della cosiddetta NATO Response Force (NRF), ovvero la forza di risposta rapida dell’Alleanza.

A distanza di cinque mesi circa dall’inizio del conflitto, il numero che costituisce la suddetta NRF vedrebbe subire un incremento significativo, passando da uno schieramento iniziale di 40.000 soldati – tra truppe di aria, terra e mare – alla mobilitazione di oltre 300.000 uomini varata in occasione del summit di Madrid. Decisioni, queste, che non sono passate inosservate agli occhi del Cremlino, ora più che mai, costretto a dover fare i conti con una NATO in continua espansione ed un’Alleanza caratterizzata da posture sempre più assertive.

Sebbene il contesto geopolitico attuale si discosti da quello proprio della Guerra Fredda per l’assenza di una minaccia permanente – allora indentificata nel gigante sovietico – e per la sua natura multipolare e di policentrismo, il summit di Madrid e lo stesso NATO Strategic Concept 2022 segnano un punto di svolta per il percorso dell’Alleanza. Infatti, a distanza di trent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, l’Occidente, ancora una volta, individua nel vicino russo la più pericolosa minaccia per la sicurezza degli Alleati, chiamati a dare nuovamente vigore alla strategia di difesa e deterrenza che per anni aveva dominato il panorama politico internazionale e che, ancora oggi, continua ad essere la base su cui s’innesta l’intero operato dell’Alleanza.

Sebbene il Nato Strategic Concept 2022 non si discosti di molto dai suoi predecessori, è possibile riscontrarvi alcune peculiarità: nella fattispecie, la Russia viene identificata quale “minaccia diretta” per la sicurezza e la stabilità interne allo spazio euro-atlantico, mentre la Cina viene qualificata come “sfida”, a sottolineare possibili aperture a nuovi scenari. Anche se già nel lontano 2008 con il “Pivot to Asia”, di obamiana memoria – concepito nell’ottica di contrastare l’allora emergente potenza cinese e basato su un progressivo disengagement del colosso “a stelle e strisce” dalla regione del Medio Oriente – l’occidente individuava nella potenza asiatica la principale sfida per il nuovo ordine globale, in questi giorni la situazione sembrerebbe essere leggermente diversa.

Nonostante l’allerta nel lontano est asiatico rimanga alta, data la continua militarizzazione da parte della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nella regione dell’Indo-pacifico, dove almeno tre delle diverse isole artificiali create da Pechino sono state munite di sistemi missilistici antinave e antiaerei e di dispositivi laser e di disturbo, a suscitare maggior preoccupazione in occidente è senz’altro la politica estera aggressiva che continua ad essere perseguita dal Cremlino. A destare preoccupazioni sono infatti le ambizioni di stampo imperialistico avanzate da Putin, il quale, paragonandosi più volte allo zar Pietro il Grande, sembrerebbe essere intenzionato ad assoggettare tutti quegli stati un tempo di dominio sovietico.

Tuttavia, la creazione di un nuovo stato russo concepito alla stregua dell’URSS propria dello scenario post-Seconda guerra mondiale pare sia di difficile realizzazione, a causa degli elevati livelli di interconnessione e dipendenza reciproca che non permetterebbero a Mosca un totale isolamento dal contesto politico-economico globale: malgrado ciò, Bruxelles resta comunque vigile, non precludendo il concretizzarsi di ogni possibile scenario futuro. Se è vero che la storia è “magistra vitae”, non è da escludere nel medio-lungo periodo un futuro tentativo di annessione di stati – strategicamente rilevanti – da parte della Federazione russa.

Per quanto una probabile invasione delle repubbliche baltiche, seppur più volte temuta, sia da considerarsi una strategia più difficile da perseguire per il Cremlino, data la loro appartenenza alla NATO, la quale sarebbe costretta ad intervenire nel rispetto dell’Art. 5 della Carta Atlantica, lo stesso non può dirsi per quegli stati la cui sicurezza non è strettamente garantita dalla comunità internazionale per mezzo di vincoli giuridici. Al riguardo, sono da considerarsi fonte di incertezza e instabilità regioni come, ad esempio, quella dei Balcani occidentali, in cui un progressivo allargamento della membership euro-atlantica non sarebbe gradito a Mosca, che rischierebbe di assistere – se (e quando) ciò dovesse accadere – ad un graduale indebolimento della propria influenza esercitata mediante strumenti di potere concepiti in entrambe le accezioni di hard e soft power in stati come la Serbia o la Bosnia Erzegovina, dove il governo moscovita si serve dell’esecutivo guidato dal leader politico della Repubblica Srpska.

Difatti, se già l’espansione della membership NATO a Svezia e Finlandia aveva suscitato non pochi scalpori a Mosca, che aveva definito tali decisioni quali “atti destabilizzanti”, un futuro rafforzamento delle forze euro-atlantiche nei territori dell’Europa orientale esacerberebbe ulteriormente quello che nelle relazioni internazionali è comunemente definito come “dilemma della sicurezza”, conducendo ad un totale deterioramento delle già tese relazioni tra l’occidente e Mosca. Pertanto, è evidente come in un futuro prossimo i leader dei paesi occidentali non debbano abbassare la guardia e anzi è necessario, ora più che mai, un fronte euro-atlantico unito. 

D’altro canto, la Russia, seppur indebolita a livello militare, continua ad esercitare il proprio leverage mediante il settore energetico. Nonostante l’impegno da parte dei vertici delle istituzioni europee per attenuare le conseguenze della crisi energetica che si prospetta per il prossimo inverno, l’Europa si trova nuovamente divisa su più fronti. Arrivata in seguito alla riapertura del gasdotto Nord Stream 1 lo scorso 21 luglio, la proposta della Commissione europea di procedere con un taglio del 15% dei consumi tra agosto 2022 e marzo 2023 costituisce l’ultimo spartiacque ai vertici di Bruxelles.

A bloccare la richiesta avanzata dalla Von der Leyen figurano i Paesi dell’area del Mediterraneo che non condividono la scelta del target fissato dalla Commissione, giudicato “troppo ambizioso” e soprattutto impossibile da applicare universalmente a tutti gli Stati membri. Viepiù, la decisione del governo di Orban di voler acquistare ulteriori 700 milioni di metri cubi di gas naturale dalla Russia, oltre alle quantità già previste da contratto, inasprisce ancor di più la spaccatura all’interno dei confini europei. 

In un panorama internazionale fatto di equilibri precari e minacce in continuo mutamento, appare evidente la necessità di coesione ed unità nel rispondere alle nuove sfide poste dai diversi players. Sebbene in occasione del vertice di Madrid la Cina sia stata elevata a “sfida sistemica” posta all’ordine internazionale, piuttosto che esser definita quale “direct threat” (al pari della Russia), tuttavia ciò non deve far pensare ad una minor pericolosità proveniente dalla RPC, la cui partnership con Mosca è sempre più forte.

Basti pensare alla sottoscrizione di un accordo di 30 anni per la fornitura di gas russo alla Cina attraverso la realizzazione di un nuovo gasdotto o alle molteplici esercitazioni militari congiunte. Nondimeno, giova sottolineare come il mancato consenso tra i membri dell’Alleanza in merito al grado di minaccia proveniente da Pechino ponga la NATO in una posizione “scomoda”. Da un lato vi sono attori quali gli USA, che, fermi sostenitori del “Pivot to Asia”, cercano di controbilanciare Pechino mediante iniziative come la Partnership globale per le infrastrutture e gli investimentiovvero un progetto da 600 miliardi di dollari sviluppato con i partner del G7 e concepito in funzione anticinese quale “alter ego” della Belt and Road Initiative.

Dall’altro, i Paesi dell’Europa centrale, in quanto privi del cosiddetto “global outreach”, sono perlopiù focalizzati su minacce a loro pressocché vicine. Tuttavia, tali divergenze, dettate da interessi nazionali talvolta contrastanti, possono inficiare, nel lungo periodo, il successo della stessa NATO, il cui ruolo di garante della sicurezza fa di essa un attore di fondamentale importanza nello scacchiere geopolitico attuale.  

Dunque, in un contesto internazionale dominato da atteggiamenti propri della Realpolitik, dall’inottemperanza ai principi di sovranità territoriale e non ingerenza e dalla continua militarizzazione di aree geopoliticamente strategiche, sembra evidente come incertezza e instabilità siano destinate a dominare il futuro dell’ordine globale, il cui equilibrio continua ad esser scosso da minacce rinnovate e nuove sfide. 

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