Kim Jong-un non scherza

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Fonte: https://www.marketwatch.com/story/north-koreas-kim-threatens-to-use-nukes-amid-tensions-with-u-s-south-korea-01658977488

L’ultimo acceso discorso del dittatore nordcoreano ha avuto quali bersagli le forze di Seoul e il suo recente avvicinamento con Washington; questa volta la temuta minaccia nucleare potrebbe non essere totalmente retorica.

Lo scorso venerdì, 29 luglio, il leader della Corea del Nord Kim Jong-un ha lanciato un nuovo violento avvertimento: se la Corea del Sud tenterà in qualsiasi modo un attacco di tipo militare nei confronti di Pyongyang, “il regime di Seoul e il suo esercito saranno eliminati”. La comunità e gli osservatori internazionali sono generalmente abituati a questo tipo di retorica da parte del “Leader Supremo”, tuttavia questa volta parrebbe necessario non sottovalutare eccessivamente le parole di Kim.

La preoccupazione principale che viene solitamente ribadita all’indomani di suddetto tipo di dichiarazioni riguarda l’arsenale nucleare di cui dispone la Repubblica Popolare Democratica di Corea (nome ufficiale del nord). Non è un caso infatti che appena quattro giorni dopo il discorso di Kim, Antony Blinken, Segretario di Stato americano, abbia messo in allerta il proprio governo e i suoi alleati circa la possibilità che le autorità del nord diano il via al primo test nucleare del Paese dal 2017; non solo questa volta le probabilità di tale esperimento sono alte, ma il dittatore asiatico si è anche rivolto direttamente a Washington accusando gli Stati Uniti di “spingere” le forze della Corea del Sud a uno scontro suicida e di essere loro stessi pronti a affrontare il gigante americano sul piano militare.

Osservando analiticamente la situazione, e non minimizzandola come spesso accade dipingendo il leadercoreano come un “pazzo” quasi ridicolo e innocuo, è facile notare due elementi: il primo riguarda l’avanzamento tecnologico del regime coreano e il secondo il fatto che le accuse di Kim non siano totalmente infondate. Per quanto riguarda quest’ultimo punto infatti non solo il Ministero della Difesa sudcoreano ha recentemente annunciato l’avvio ufficiale di una nuova serie di esercitazioni militari congiunte con le forze armate statunitensi che avranno luogo a fine mese, ma non bisogna nemmeno dimenticare che gli stessi Stati Uniti hanno direttamente effettuato proprie esercitazioni di tipo bellico presso la zona demilitarizzata che separa le due realtà politiche della penisola coreana. Inoltre, Yoon Suk-yeol, il presidente sudcoreano in carica dallo scorso maggio, starebbe iniziando i preparativi per rimettere in sesto il programma di attacco preventivo nei confronti del vicino nord noto con il nome di “Kill Chain”. Sebbene lo stesso conservatore Yoon abbia dichiarato che lascerà comunque sempre aperta la porta del dialogo con Pyongyang, questa stessa porta gli è stata, metaforicamente, sbattuta in faccia da Kim lo scorso 29 luglio.

Per quanto riguarda l’avanzamento tecnologico, invece, sappiamo come sin dall’amministrazione Obama il governo di Pyongyang abbia costantemente investito le proprie risorse nel miglioramento del proprio arsenale militare. Più recentemente, alcuni test hanno mostrato come il regime disponga di armi sempre più sofisticate, come missili che per la prima volta non sono stati intercettati dai radar sudcoreani e giapponesi e che possono tecnicamente fungere da armi tattiche nucleari. Sebbene alcuni osservatori abbiano sempre sottovalutato l’importanza delle armi tattiche nel contesto della potenziale “terza era del nucleare”, queste in realtà non solo disporrebbero di una forza distruttiva pari a 16 volte quella di Hiroshima ma potrebbero anche agire “localmente” evitando lo scenario apocalittico da Guerra Fredda che ha finora funto da deterrente.

Appare chiaro come in questo nuovo contesto sia necessario ripensare l’approccio che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno sinora adottato nei confronti della Repubblica Popolare Democratica, nella speranza che questa volta la miccia di un nuovo conflitto mondiale non si accenda a oriente.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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