La resilienza della Turchia al nuovo (dis)ordine mondiale

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Fonte: www.interia.pl

A seguito dell’ultimo vertice Nato, tenutosi a Madrid dal 28 al 30 giugno, Svezia e Finlandia hanno avviato l’iter burocratico per entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica. La storica svolta è arrivata dopo la decisione della Turchia di rimuovere il veto inizialmente posto all’ingresso dei due paesi scandinavi nell’Organizzazione. Il summit ha così definitivamente sancito il ruolo di Ankara quale ago della bilancia nelle dinamiche regionali mediorientali e mediterranee, ma anche di più ampio respiro, come lo scontro Occidente-Russia emerso negli ultimi mesi.

Il summit NATO di Madrid

L’attacco russo all’Ucraina ha avuto conseguenze da molteplici punti di vista: economici, politici, sociali e geopolitici. Una di queste, è stata quella di provocare una vera e propria rivitalizzazione del ruolo della Nato, un’organizzazione che da tempo, e da più parti, era stata data per finita, in “stato di morte cerebrale”. Dunque, il blitz contro Kiev ha sortito l’effetto opposto a quello desiderato, aumentando notevolmente le tensioni lungo tutto il confine che Nato e Russia condividono. Confine che, quasi certamente, è destinato ad ingrandirsi. A seguito del vertice di Madrid, infatti, Svezia e Finlandia hanno ottenuto lo status di candidati ufficiali all’ingresso nell’Alleanza. La loro richiesta è stata accettata dopo che la Turchia ha rimosso il proprio veto, avendo ottenuto garanzie circa la fine del sostegno dei due paesi scandinavi alle milizie curde in Siria e al movimento Hizmet, fondato dal predicatore Fethullah Gülen. La vicenda ha messo in luce quanto potere negoziale e di “ricatto” Ankara ha accumulato nell’ultimo decennio, tanto da “costringere” i governi occidentali non solo a sacrificare la causa curda nonostante il fondamentale ruolo dei curdi nel contrastare ISIS – ma anche a chiudere un occhio sulle operazioni militari condotte da Erdoğan in Siria e Iraq: la stessa ragione per cui oggi si condanna Putin.

Il decennio 2011-2022

Le richieste avanzate dalla Turchia sono il frutto di una chiara strategia neo-ottomana portata avanti nel corso degli anni da Recep Erdoğan, che si esplica lungo tre direttrici geografiche principali: Medio Oriente, Mediterraneo e Caucaso.

In Medio Oriente il Presidente turco dispone oggigiorno sia di strumenti di soft power sia di hard power. Per quanto riguarda la prima dimensione, dal suo avvento al potere egli ha rivalutato completamente il ruolo dell’Islam – ribaltando l’impianto politico-sociale stabilito da Mustafa Kemal (Ataturk) con la costituzionalizzazione del principio di laicità del 1937 – diventando così punto di riferimento per la Fratellanza Musulmana e per quei movimenti e partiti di stampo islamista. 

Il sostegno a tali realtà si è articolato attraverso finanziamenti economici, così come nell’offerta di asilo politico, nel tentativo di destabilizzare quei paesi del Medio Oriente dove invece questi attori sono stati messi al bando, esercitando un’enorme influenza sull’intera regione (anche se, attualmente, il legame con questi attori sta scemando, anche a causa del riavvicinamento tra Turchia ed Egitto). Accanto a ciò, l’ex sindaco di Istanbul ha saputo sfruttare la situazione di disordine venutasi a creare a seguito del biennio 2011-2012, causata dal “pivot to Asia” degli Stati Uniti e dalle Primavere Arabe. Sia in Libia sia in Siria ha approfittato delle guerre che hanno devastato il paese, prendendo il controllo delle rotte migratorie dirette verso il continente europeo, “ricattandone” i governi. Così come nell’ex protettorato francese, anche in Iraq è presente una missione militare turca con l’obiettivo di combattere i curdi del PKK, considerati come un’organizzazione terroristica.

Spostandosi nel quadrante Mediterraneo, la Turchia ha fornito supporto al governo di Tripoli nel respingere l’avanzata delle milizie della Cirenaica, ottenendo in cambio il controllo delle basi navali di Misurata e Khoms e di quella aerea di al-Watya. Altro segnale della posizione di forza di Ankara è quanto sta accadendo nel Mediterraneo Orientale, dove nel 2020 si è quasi giunti ad uno scontro a fuoco con la marina francese, causato dalla disputa sulle acque territoriali con la Grecia. 

Non bisogna infine scordare che la Turchia ricopre un ruolo di primo piano anche nel Caucaso, specialmente nel Nagorno-Karabakh – nel cui conflitto è intervenuta a sostegno di Baku, in opposizione all’Armenia sostenuta dalla Russia – e nel Mar Nero, di cui controlla l’unico choke point esistente, lo stretto dei Dardanelli.

La Turchia nel nuovo (dis)ordine mondiale:

La crisi ucraina ha messo in luce di quanto spazio di manovra goda oggi la Turchia, che ha sia chiuso lo stretto dei Dardanelli al transito di navi militari (sotto pressione Nato), sia evitato di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca. La “ciliegina sulla torta”, se così si può definire, è stato piegare al proprio volere l’Alleanza Atlantica sul tema dei curdi, anche se è passato in sordina un altrettanto importante fatto: a margine del vertice di Madrid, infatti, Erdoğan ha “presentato il conto” agli alleati, ottenendo il sostegno di Biden all’acquisto dei nuovi caccia F-16V dagli Stati Uniti, al fine di modernizzare i velivoli di cui dispone attualmente l’aviazione turca, “costringendo” la Casa Bianca a sostenere la richiesta per evitare che Ankara si rivolga a russi o cinesi.

La consacrazione ad elemento indispensabile per gli equilibri regionali è arrivata con lo sblocco delle esportazioni del grano bloccato nei porti del Mar Nero, giunto dopo trattative condotte con la fondamentale mediazione di Ankara, unico attore in grado di essere accettato da Occidente e Russia quale interlocutore affidabile ed imparziale.

Sicuramente, la preoccupante situazione economica interna al paese può avere delle ricadute sulla dimensione estera; tuttavia, nel vuoto venutosi a creare nella regione mediterranea e in quella  mediorientale, la Turchia ha saputo comprendere meglio di altri, tramite una realpolitik spregiudicata, come tutelare i propri interessi. Complici l’assenza dell’Unione Europea quale attore geopolitico e un approccio funzionalista statunitense alle dinamiche regionali, Ankara occupa ed occuperà a lungo una posizione di privilegio, soprattutto a discapito del Vecchio Continente che, se vuole sopravvivere al (dis)ordine mediterraneo, dovrà dotarsi di obiettivi di politica estera chiari e condivisi.

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