Ascesa e declino delle grandi potenze. Tre scenari nella competizione egemonica Usa-Cina

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Le tensioni tra Washington e Pechino sono nuovamente salite alle stelle per la visita a Taiwan di Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera dei Rappresentanti degli Usa, seconda in linea di successione al Commander-in-Chief dopo la vice-presidente Kamala Harris e primo oratore della Camera a viaggiare a Formosa dal lontano 1997 quando il repubblicano Newt Gingrich si recò a Taipei durante il secondo mandato dell’amministrazione Clinton. La nuova crisi nello Stretto segnala una rivalità egemonica sistemica entrata nel classico e pericoloso ciclo di ascesa e declino egemonico tra grandi potenze.

1. La poderosa crescita economica cinese degli ultimi trent’anni ha diffuso in Occidente la percezione di una inarrestabile ascesa geopolitica dell’Impero del Centro, coltivata dalla narrazione del Partito Comunista Cinese (Pcc) abile a decantare come imminente il sorpasso economico, tecnologico e militare della Repubblica Popolare a scapito degli Stati Uniti. Tendenza resa ancora più preoccupante dal parallelo dibattito sull’inevitabile declino della posizione egemonica della superpotenza a stelle e strisce, divenuto moneta corrente tra i circoli intellettuali e popolari occidentali, nonostante le traiettorie strutturali dei due imperi in competizione per il primato globale non lascino intravedere per il prossimo futuro una fase di transizione di potere.

Questa dinamica, frutto di percezioni convergenti, ha contribuito ad aggravare le incomprensioni reciproche e i sentimenti conflittuali tra Washington e Pechino e rischia di innescare un meccanismo incontrollato inclinante verso lo scontro aperto. Scenario non affatto certo ma neppure impossibile. Certo, l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina potrebbe rallentare il progetto di Xi Jinping di annettersi Taiwan, anche con la forza se necessario. La Cina sarebbe molto più vulnerabile della Russia alle conseguenze della guerra economica occidentale perché profondamente integrata nella globalizzazione e il successo della resistenza ucraina dimostra la difficoltà, anche per una grande potenza, di sottomettere una popolazione ribelle.

Oppure, la guerra in coso nella sponda europea dell’Eurasia potrebbe paradossalmente accelerarlo. In questo scenario Xi sfrutterebbe la distrazione americana in Europa e la finestra di revisionismo hard dell’ordine basato sulle regole aperta da Vladimir Putin prima che nei prossimi anni Taiwan, con l’aiuto americano, rinforzi le proprie difese asimmetriche trasformandosi in “porcospino” dotato di aculei velenosi. Con la guerra russo-ucraina il meccanismo della mutua distruzione assicurata è saltato. L’arma nucleare americana non ha trattenuto Mosca dall’aggredire un paese sovrano per la prima volta in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. La paura di un possibile uso da parte russa di un’arma nucleare tattica ha impedito agli Usa di intervenire direttamente nel conflitto a difesa dell’aggredito, senza contare il fatto che gli effetti boomerang su Usa ed Europa di sanzioni economiche contro la Cina sarebbero devastanti.

2. La visita di Pelosi, accompagnata da latri cinque legislatori democratici, è una mossa tattica dei falchi anti-cinesi al Congresso che va letta come segnale dello scontro di visioni in atto tra gli apparati e della gara interna alla politica statunitense su quale partito assuma maggiore durezza verso il regime comunista. Più concretamente è il tentativo di stanare Xi in questa finestra geopolitica di brevissimo termine che consentirebbe a Washington di testare le linee rosse cinesi compiendo una tale provocazione senza innescare una guerra che difficilmente la Cina potrebbe muovere a Taiwan prima del dirimente Congresso del Partito del prossimo autunno.

In ogni caso nel breve e nel medio periodo una guerra guerreggiata sino-statunitense con oggetto del contendere Taiwan rimane improbabile, anche se non impossibile (a causa di una eventuale detonazione involontaria). In questo decennio sia la Cina che l’America dovranno infatti affrontare immense sfide interne.  

In America la burrasca interna continuerà ad infuriare nei prossimi anni, per l’incrocio di una moltitudine di crisi, tra le quali la più grave è di natura identitaria con il forte rischio di vivere una nuova stagione di violenze politiche interne.

La Cina dovrà gestire un rallentamento economico che palesa la crisi del pluridecennale ciclo espansivo fondato sulla bolla del real estate, sull’afflusso di capitali stranieri e sulle esportazioni di merci a basso costo e sarà al cospetto di numerose sfide problematiche: la rottura delle filiere commerciali globali (pandemia, guerra russo-ucraina); la spaventosa massa di debito; la preoccupante recessione demografica[1]; il record di disoccupazione giovanile; la fallimentare politica zero-Covid e la morsa statalista di Xi sui settori finanziario, immobiliare e tecnologico per costringere i tecno-capitalisti a riversare una parte delle loro immense ricchezze dalla sfavillante costa al povero entroterra rurale al fine di alleviare le enormi diseguaglianze economiche ed evitare la storica frammentazione lungo linee di faglia etniche, sociali ed economiche di una Cina che si apre al mondo. Queste politiche, unite al crescente autoritarismo in patria e all’aggressività diplomatica e geopolitica all’estero, hanno attirato a Xi numerosi nemici interni al Partito-Stato. Il core leader ha quindi lanciato una nuova campagna anti-corruzione per epurare possibili oppositori tra le fila del Partito e tra i grandi dirigenti del mondo dell’economia vicini alla cerchia dell’ex presidente Hu Jintao a alla c.d. “cricca di Shanghai” dell’ex presidente Jiang Zemin. 

3. Queste stesse difficoltà interne, qualora evolvessero in crisi economica, potrebbero alimentare l’instabilità sociale e politica domestica e trasformarsi in crisi geopolitica. Superando la linea di guardia del regime potrebbero indurre Xi ad aumentare e non diminuire nei prossimi anni l’assertività all’estero, battendo il tasto del nazionalismo han in assenza di risultati economici soddisfacenti (fattore primario di legittimità del Pcc). Specie se il XX Congresso del Partito del prossimo ottobre dovesse confermare o accrescere il potere politico di Xi come nuovo imperatore a vita forte di un terzo mandato presidenziale.

Una politica estera ancora più aggressiva potrebbe tuttavia intrappolare la Cina nel c.d. autoaccerchiamento, innescando una pericolosa dinamica di attrito tra una potenza liberale dominante in relativo declino e una potenza autocratica percepita in ascesa che mira ad acquisire una maggiore potenza geopolitica. Pechino potrebbe ripercorrere la traiettoria intrapresa dalla Germania guglielmina post-bismarckiana, la cui ascesa economica e navale concentrata davanti le coste britanniche, unita all’assertività militare, spaventò le altre potenze europee che si unirono in una coalizione anti-egemonica che a sua volta creò insicurezza nell’attore in ascesa.

Il rischio è che anche Usa e Cina finiscano intrappolati nella “tragedia” della politica delle grandi potenze, in un conflitto involontario frutto di errori di calcolo e irrazionalità nel quale tutti escono sconfitti, trascinati in rovina da una catena di reciproche sfiducie, percezioni errate, paure esistenziali e quindi aspettative di inevitabilità del conflitto. Profezia che si auto-avvera. Anche a prescindere dalle intenzioni della potenza emergente, come ci ricorda Henry Kissinger quando traccia il parallelo dell’interazione Germania-Impero britannico tra la seconda metà del XIX secolo e il 1914: “una volta che la Germania avesse raggiunto la supremazia navale (…) questo di per sé, indipendentemente dalle intenzioni tedesche, avrebbe costituito una minaccia oggettiva per la Gran Bretagna incompatibile con l’esistenza dell’Impero britannico”.

4. È il c.d. “dilemma della sicurezza” innescato dalla dinamica di una potenza in ascesa che sfida una potenza dominante. Secondo Graham Allison in 12 casi su 16 in cui negli ultimi cinquecento anni questa interazione si è manifestata ha generato come risultato la guerra. Questo dilemma emerge quando una potenza egemone accumula sproporzionate percezioni di insicurezza e teme di perdere lo status di egemone perchè si avverte in declino o comunque considera come oggettivamente minacciosa la crescita del potere materiale relativo di una potenza rivale emergente che altera l’equilibrio di potere e rivendica in modo assertivo il rimodellamento dell’ordine egemonico, invocando maggiore voce in capitolo, superiore potenza ed influenza. 

Secondo la teoria della transizione di potere, il rischio di una guerra strategica ovvero di sistema inizia proprio nella fase in cui scatta il meccanismo di sospetti reciproci tra la potenza incumbent in declino e quella emergente in ascesa. La prima potrebbe lanciare una guerra preventiva contro la seconda per stroncarne definitivamente l’ascesa poiché il margine di superiorità di cui (ancora) gode rende una vittoria più probabile nel breve termine. In altre parole, l’attore più forte è tentato di colpire l’ascesa dell’avversario più debole mentre la correlazione delle forze è a sé favorevole. D’altro canto, la crescita di potere relativo può orientare la potenza emergente ad assumersi maggiori rischi sfidando l’egemone declinante qualora si senta abbastanza sicura da iniziare e vincere una guerra. 

In entrambi i casi il risultato sarebbe lo stabilimento di una nuova potenza guida oppure il rinnovamento dell’incumbent come potenza dominante. 

5. Ma esistono altre due alternative molto più pericolose a questo scenario (ascesa-declino) di lungo termine. 

Il primo è quello di una dinamica percettiva di parallelo declino di incumbent e sfidante che aumenta il rischio di una guerra egemonica perché entrambi gli attori cercherebbero di massimizzare i propri vantaggi nel breve termine temendo che nel lungo periodo la loro posizione geopolitica si indebolirà relativamente rispetto a quella della potenza rivale. Questo perverso meccanismo si innescò negli anni antecedenti alla Grande Guerra quando Londra temeva che il riarmo navale tedesco avrebbe messo fine alla talassocrazia inglese mentre la Germania imperiale valutava nel medio termine la possibilità di essere superata dalla Russia zarista nell’Europa centro-orientale.

Altrettanto pericoloso è il terzo scenario. Quello di una Cina che diventa vecchia prima di divenire ricca e potente. Una Cina che, dopo aver raggiunto l’apice della propria ascesa geopolitica, non riesce a raggiungere il primato egemonico né a rivedere o a riordinare la gerarchia della forza con gli Usa e si incanali in una discendente fase di declino a causa di fattori come la recessione demografia e la stagnazione economica che ne invertirebbero la sensazione di fiducia sulla circostanza che il tempo sia dalla propria parte. 

Il probabile lento declino della Cina nei prossimi decenni rende Pechino una minaccia strategica meno grave nel lungo termine ma paradossalmente aumenta il rischio nel breve termine di una risoluzione violenta della competizione egemonica perché se la potenza in ascesa-declino (Cina) si convince di non poter superare la potenza dominante (Usa) con mezzi pacifici potrebbe puntare il tutto per tutto in una corsa contro il tempo sulla soluzione bellica per sovvertire i rapporti di forza diventando più aggressiva non solo in patria ma anche all’estero. Traiettoria che il Giappone imperiale perseguì negli anni ’30 quando, dopo la profonda crisi globale della fine degli anni ’20 (Grande Depressione), avviò una politica estera espansionista e militarista in tutta l’Asia orientale e sud-orientale.

La Cina ha storicamente dimostrato di esser pronta ad accettare di subire ingenti perdite umane ogniqualvolta ha percepito insicurezza per la propria sovranità su territori che essa considera di propria appartenenza o quando ha avvertito una incombente minaccia di accerchiamento da parte di potenze esterne. Dalla guerra di Corea, combattuta per impedire agli americani di stanziarsi al di là del fiume Yalu, ai ripetuti scontri con l’India lungo l’Himalaya, passando per le tre crisi dello stretto di Taiwan per impedire a Taipei di dichiararsi indipendente.

Xi Jinping ha invitato Washington a “non giocare col fuoco” sostenendo l’indipendenza e il separatismo di Taiwan perché “coloro che giocano con il fuoco periranno per questo”. 

L’America sembra voler testare la credibilità di questa minaccia. 

L’unico dato certo è che il futuro del pianeta si giocherà intorno a Taiwan, portaerei inaffondabile, chiave e barriera del Sogno Cinese. 


[1] Pericolo ben delineato nell’ultimo rapporto Global Trends 2040: “A more contested world” del National Intelligence Council: “la variabile più grande è probabilmente il modo in cui la Cina gestirà la crisi demografica che vedrà nei prossimi due decenni: il profondo declino della fertilità dovuto alla sua politica del figlio unico ha già fermato la crescita della sua forza lavoro e la supporterà con un raddoppio della sua popolazione sopra i 65 anni durante i prossimi due decenni a quasi 350 milioni, di gran lunga il più grande di qualsiasi paese. Anche se la forza lavoro cinese è in grado di avvicinarsi ai livelli di produttività di un’economia avanzata attraverso una migliore formazione e automazione, la Cina rimane in pericolo di cadere in una trappola del reddito medio entro il 2030, il che potrebbe mettere a dura prova la stabilità interna”.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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