LA SOLIDARIETA’ COME ECCEZIONE ALLA REGOLA

12 mins read
Seduta del Consiglio dei ministri dell’Unione europea, https://www.unioneeuropea.it/il-consiglio-dei-ministri-dellunione-europea/

Il principio di solidarietà e di equa ripartizione degli oneri sancito all’art. 80 del TFUE è uno dei pilastri del SECA. Tuttavia, fin dalla crisi dei rifugiati del 2015, tale principio viene declinato in maniera emergenziale per correggere le disfunzioni prodotte dal sistema. 

Il 10 giugno il Consiglio di Giustizia e Affari interni ha adottato una decisione politica con la quale i ministri degli affari interni degli Stati membri si impegnano a trovare un meccanismo solidaristico per alleviare la pressione migratoria su alcuni Stati membri. Questa decisione si è concretizzata con l’adozione di una dichiarazione politicada parte di 21 Stati membri e tre Stati associati[1] che prevede un meccanismo di ricollocazione e/o altri tipi di contributi, tra cui anche alcuni di natura finanziaria.

Secondo la presidenza francese, di turno al Consiglio dell’Unione, l’adozione di questa dichiarazione sarebbe un grande traguardo visto il prolungamento della negoziazione all’interno del Comitato per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Comitato LIBE) del Regolamento “Gestione Asilo e Migrazione” che, qualora adottato, dovrebbe andare a sostituire l’attuale Regolamento di Dublino. A che punto siamo, dunque, con l’adozione del nuovo Regolamento? E perché il fatto che è stata adottata questa dichiarazione non è un buon segno nel lungo periodo? 

Prima di tutto è opportuno chiarire alcuni punti salienti sia della proposta del nuovo Regolamento che della dichiarazione adottata a giugno. Nonostante la proposta della Commissione contenuta nel Patto del 2020 sia stata attesa con trepidazione, essa si è poi rivelata piuttosto deludente. Sebbene l’ambizione di sostituire l’attuale sistema di Dublino, la proposta di regolamento del 2020 si presenta come una copia del Regolamento del 2013 con alcuni emendamenti presi direttamente dalla vecchia proposta di refusione della Commissione del 2016. 

La struttura generale del sistema viene mantenuta: i criteri di determinazione dello Stato membro responsabile sono conservati pressocché invariati. In particolare, il criterio di paese di primo ingresso irregolare, una delle principali criticità del sistema, viene preservato facendo sì che i maggiori oneri continuino a ricadere su pochi Stati membri alle frontiere esterne soprattutto se di sbarco. È sicuramente positivo l’ampliamento del criterio familiare attraverso il riconoscimento di fratelli e sorelle. Anche il criterio che si basa sul rilascio dei titoli di soggiorno o visti viene modificato in maniera positiva attraverso l’inclusione di titoli o visti scaduti da non più di tre anni dalla registrazione della domanda. Infine, viene aggiunto un ulteriore criterio che valorizza gli anni di studio permettendo di venire assegnati allo Stato membro dove è stato rilasciato un diploma o una qualifica. 

Tuttavia, nonostante questi passi in avanti, la proposta mantiene il criterio di paese di primo ingresso irregolare come pilastro nella determinazione dello Stato membro responsabile. Questo sicuramente è uno dei punti più critici sia dell’attuale Regolamento di Dublino che della proposta di riforma. Crea, infatti, numerosi attriti tra gli Stati membridivisi tra quelli di frontiera – sovraccarichi di richieste di asilo – che richiedono maggiore solidarietà da parte degli altri Stati membri e quelli più centrali che spingono affinché vengano fatti controlli più rigorosi sia alle frontiere esterne che all’interno del territorio degli Stati di primo arrivo per evitare i cosiddetti movimenti secondari.

Oltre alla parziale e non soddisfacente modifica dei criteri, il secondo punto di attrito è sicuramente il meccanismo di solidarietà previsto nella proposta. L’idea di uno strumento di solidarietà che allevi gli oneri degli Stati membri in momenti di ingenti arrivi era già presente nella proposta del Parlamento del 2017[2] ma, a parte la convinzione che sia necessaria una maggiore solidarietà tra gli Stati membri, non è rimasto null’altro della precedente proposta.

Lo strumento previsto dalla proposta è, non solo estremamente complesso dal punto di vista tecnico dal momento che prevede diversi contributi di solidarietà (tra cui anche la possibilità di prendersi carico del rimpatrio degli stranieri irregolari) in base alla situazione più o meno grave dello Stato membro in difficoltà, ma non è altro che uno strumento emergenziale. Il problema è alla radice: il sistema in sé, i criteri in particolare, non garantisce un’equa ripartizione delle responsabilità ma, invece che modificare tali criteri, vengono aggiunti altri strumenti, complessi, che si pongono come “eccezione all’operare delle regole generali”. 

L’attuale proposta di Regolamento, nonostante le speranze di esperti giuristi, varie associazioni e organizzazioni internazionali, andrebbe addirittura a peggiorare l’attuale situazione sia dal punto di vista oggettivo di distribuzione dei richiedenti asilo che, soprattutto, dal punto di vista del rispetto dei diritti umani degli individui coinvolti. 

Il Regolamento di Dublino è uno degli strumenti più controversi di tutto il SECA e, fino ad oggi, sembra impossibile la sua riforma. È rimasto pressocché invariato fin dalla sua nascita negli anni Novanta ad oggi. Perché è così difficile una sua riforma? Perché è più conveniente il mantenimento dello status quo. Perché fino ad oggi pochi Stati membri hanno subito le sue conseguenze. Perché avere criteri così oggettivi e restrittivi permette molti meno ricollocamenti ed evita che gli Stati membri non di primo arrivo siano ‘costretti’ ad accettare troppi richiedenti asilo.

Eppure, sono anni che sia tra gli Stati membri che all’interno delle istituzioni europee cresce la consapevolezza che qualcosa deve cambiare e che serve, quanto meno, un meccanismo di ricollocamento dei richiedenti asilo. È proprio da questa consapevolezza che nasce la dichiarazione di giugno scorso. Lo strumento solidaristico ivi proposto è su base totalmente volontaria e ne possono beneficiare gli Stati membri “most affected by migratory flows in the Mediterranean and mainly under pressure, including the Western Atlantic route”.

Anche questo rientra dunque negli strumenti emergenziali con il limitato scopo di ridurre gli effetti provocati dagli sbarchi delle operazioni SAR nel Mediterraneo e degli arrivi alle frontiere esterne. Riguardo ai contributi che gli Stati membri possono offrire essi sono diversi tra cui il ricollocamento, progetti da attuare negli Stati terzi per ridurre le cause, contributi finanziari e personale, servizi o strutture da mettere a disposizione degli Stati beneficiari. Tuttavia, oltre alla volontarietà, un altro elemento negativo consiste nella possibilità di esprimere preferenze riguardo alle persone da ricollocare sul proprio territorio tra cui la loro nazionalità o specifiche vulnerabilità.

Ciò che stupisce è che, da un lato, gli Stati membri riconoscono la necessità di condividere gli oneri degli sbarchi, dall’altro, chiedono sempre maggiori controlli alle frontiere esterne. L’avviamento del meccanismo solidaristico sarebbe, infatti, dipendente dall’accordo negoziale sulle proposte del Regolamento sullo screening e del Regolamento Eurodac. Inoltre, l’adozione della dichiarazione non è altro che l’ennesima dimostrazione che qualcosa nel sistema non funziona. Fin dalla crisi dei rifugiati del 2015 gli Stati membri e le istituzioni europee hanno dovuto adottare strumenti emergenziali, temporanei e/o facoltativi per arginare le disfunzioni prodotte dal sistema.

Ne sono un esempio le due Decisioni del Consiglio adottate nel 2015 che prevedevano il ricollocamento di complessivamente 160.000 richiedenti asilo, o la Dichiarazione di Malta del 2019. Questi esempi dimostrano che qualcosa si potrebbe fare ma manca la volontà politica di acconsentire ad obblighi vincolanti e definitivi. Questa decisione, per utilizzare le parole di Giuseppe Morgese, non rappresenta altro che una “graziosa concessione” per oltrepassare l’opposizione degli Stati alle frontiere esterne nei confronti dei sempre maggiori controlli che dovranno fare con l’adozione dei nuovi regolamenti Screening ed Eurodac. Inoltre, la possibilità di usufruire di questi strumenti temporanei, ma prorogabili, distoglie l’attenzione dalla necessità di riformare il sistema di Dublino e, quindi, dalla negoziazione del Regolamento Gestione Asilo e Migrazione sulla quale sembra impossibile raggiungere un accordo. 

In questo momento la negoziazione della proposta della Commissione si trova al vaglio del Comitato LIBE, dopo essere stata sottoposta a una serie di emendamenti, il quale dovrà adottare la versione finale che rispecchierà la posizione del Parlamento europeo. Solo a questo punto la proposta può passare ai governi degli Stati membri all’interno del Consiglio dell’Unione.

Come detto, l’attuale proposta non rivoluzionerà il sistema di Dublino positivamentecome si sperava, la Commissione ha giocato al ribasso, tenendo poco da conto i diritti dei richiedenti asilo e non modificando i criteri. Inoltre, a parte alcuni emendamenti proposti da pochi parlamentari, i principali rispecchiano le paure e gli interessi degli Stati membri. I governi degli Stati membri sono sempre più restrittivi quando si parla di richiedenti asilo e di migranti irregolari e questo rischia di rendere ancora più difficile la successiva negoziazione nel Consiglio. Per il momento non resta che aspettare la versione finale del Comitato LIBE sperando che almeno alcuni degli emendamenti peggiori non vengano votati. 


[1] Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Spagna, Finlandia, Francia, Croazia, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Norvegia, Svizzera, Lichtenstein. 

[2] La c.d. “Relazione Wikstrom” che emendò la proposta della Commissione del 2016 e venne adottata come posizione finale dal Parlamento europeo nel 2017.

Latest from EUROPA