I BRICS SFIDANO IL MULTILATERALISMO OCCIDENTALE MENTRE L’UE VIENE MESSA ALLA PROVA

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Il 30 novembre 2001 Jim O’Neill, capo economista di Goldman Sachs, firma un Global Economic Paper intitolato “Building Better Global Economics BRICs”. Nella sua analisi Jim O’Neill riflette come il probabile boom economico di questi Paesi emergenti possa impattare su un sistema di governance mondiale guidato dagli USA-UE.

Chi sono i Paesi BRICS?

Nel settembre 2006 i ministri degli Esteri di Brasile, Russia, India e Cina, riuniti al margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, diedero vita a un coordinamento diplomatico informale. Con l’intento di formare un club permanente e più strutturato, nel giugno del 2009 a Ekaterinburg si tenne il primo summit dei capi di Stato dei Paesi aderenti, che si concluse con una dichiarazione in favore di creare un nuovo ordine mondiale multipolare più equo. Nel dicembre del 2010 vi è l’ammissione del Sudafrica e nel 2014 i paesi BRICS rappresentavano il 42% circa della popolazione mondiale e il 22% dell’economia globale.

I Paesi Brics col passare del tempo hanno tentato e, tentano tutt’ora, di modificare l’architettura del sistema finanziario internazionale con lo scopo di ridurre il ruolo del dollaro e consolidare, allo stesso tempo, la capacità dei singoli Paesi aderenti di resistere a fughe di capitali.

Brics lanciano la sfida all’occidente

Il 24 giugno scorso a Pechino si è concluso il summit annuale dei Paesi Brics. Tutt’ora questi Paesi (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) rappresentano il 25% del Gdp mondiale. All’apertura il presidente Xi Jinping ha affermato: “Alcuni Paesi tentano di espandere alleanze militari alla ricerca di sicurezza assoluta costringendo altri Paesi dalla loro parte alla ricerca di un dominio unilaterale”. Poi continua dicendo: “E’ importante che i paesi Brics si supportino a vicenda su temi che riguardano interessi fondamentali e praticare un autentico multilateralismo”.  

Al termine del summit i Paesi Brics hanno firmato un accordo per impegnarsi a creare una rete di scambi commerciali ed economici che utilizzi le valute dei singoli paesi e il rafforzamento della New Development Bank Brics (Ndb Brics), istituzione nata nel 2015 come alternativa come alternativa alle istituzioni finanziare, come il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, nate dopo gli accordi di Bretton Woods. L’accordo prevedeva di sviluppare il Cips cinese, un sistema simile allo Swift, per le transazioni internazionali.

Una novità riguardo i Paesi Brics è l’accordo per all’allargamento: dopo appena 48 ore dal summit sono arrivate le candidature di Iran e Argentina. Una dimostrazione di come intendono raggruppare, facendo leva con gli stati sanzionati dagli USA e dall’Dall’UE.

In occasione del 14° incontro dei paesi Brics a Pechino, per la prima volta hanno partecipato alla riunione i ministri degli Esteri di Kazakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto Indonesia, Nigeria, Senegal, Thailandia. Tutto questo indicherebbe che l’espansione dei Brics sta procedendo. Il presidente argentino Alberto Fernandez ha ribadito il desiderio di unirsi quanto prima ai Brics e Paesi come l’Egitto, Uruguay ed Emirati Arabi Uniti, già l’anno scorso hanno aderito alla New Development Bank. L’ingresso dell’Iran, che detiene un quarto delle riserve petrolifere del Medio Oriente e la seconda di gas al mondo, aggiungerebbe ulteriore valore. Nello stesso periodo, Teheran ha partecipato a due giorni di colloqui a Doha volti a riallacciare il rapporto con gli Usa, riportando in vita l’accordo del Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) tra Iran e Stati Uniti, che si sono conclusi con esito negativo. Poiché i legami con il blocco occidentale non si sono normalizzati, l’Iran guarda ora al Brics come un’occasione per uscire fuori dall’isolamento.

Il progetto R5 dei Brics

R5 è la sigla che sta per la lettera iniziale, della valuta dei i Paesi membri (il real brasiliano, il rublo, la rupia, il renmindi e il rand). L’idea del progetto è creare un sistema alternativo per la multilateralizzazione degli accordi di pagamento facendo ricorso alle proprie valute e non al dollaro, bypassando le istituzioni finanziarie occidentali e mettendosi cosi al riparo dalle sanzioni. 

L’Europa e l’intesa sul gas

La questione del gas ha tenuto l’UE a dura prova. Dall’inizio dell’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina, il gas è stato utilizzato come mezzo di pressione per fare leva sui popoli e sui governi per mettere un freno alle sanzioni imposte dal blocco occidentale a Mosca. Il 26 luglio 2022 i ministri dell’energia dell’UE hanno trovato l’intesa nell’ottica di una maggiore indipendenza dalle forniture russe. L’accordo prevede di ridurre in modo coordinato i propri consumi di gas del 15%, aiutando cosi la Germania a fronteggiare il suo fabbisogno energetico dopo una nuova drastica riduzione delle consegne russe.

L’intesa ha trovato una svolta dopo che nelle ultime ore il piano precedente della Commissione europea aveva incontrato critiche da parte di vari paesi come Spagna e Grecia. Il piano d’emergenza è stato approvato in Consiglio Affari Energia con la sola opposizione dell’Ungheria. Per l’approvazione del pacchetto era richiesta la maggioranza qualificata. Il voto contrario di Budapest è stato quindi ininfluente. Con questo accordo l’Unione Europea ha compiuto un passo molto importante per fronteggiare qualsiasi minaccia di interruzione del gas da parte di Mosca. Secondo la Commissione e il Consiglio europeo il piano Salvare il gas per un inverno sicuro garantirà una graduale diminuzione ordinata e coordinata del consumo del gas in tutti i paesi membri dell’eurozona per il prossimo inverno. Inoltre la presidente della Commissione UE Von der Leyen ha affermato che “Il piano integra tutte le altre azioni intraprese fino ad oggi nel contesto di REPowerEU, in particolare per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas, accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili e aumentare l’efficienza strategica”.

In autunno si discuterà dell’ipotesi del tetto al prezzo del gas. La Commissione sta valutando questa possibilità, ma per farlo dovrà consultare i Paesi membri per mettere in campo proposte specifiche. L’organo esecutivo dell’UE intende procedere su questa linea per resistere alla troppa volatilità dei prezzi.

I problemi dell’eurozona

Nonostante l’esito positivo dell’accordo sul gas con l’Algeria, dopo Boris Johnson anche Mario Draghi è stato colto dall’instabilità politica. Durante il suo discorso al senato il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, è stato molto chiaro sulla potenzialità di Mosca di interferire e in qualche modo di condizionare il dibattito politico in Italia. Per la Russia la crisi politica italiana ha un duplice vantaggio, perché indebolisce l’alleanza atlantica e mette fuori scena colui che ha concepito la sanzione più dolorosa per Mosca, cioè il blocco delle riserve della banca centrale russa. La crisi di governo è iniziata quando la BCE ha smesso di comprare titoli del debito degli stati e, per fronteggiare l’inflazione (8,6 % a giugno e 8,9 % a luglio), vara la sua svolta decidendo di scegliere una linea più rigida sul costo del denaro e di alzare i tassi di interesse su tutte le operazioni di 50 punti base invece dei 25 attesi. Il tasso principale sale a 0,5%, il tasso sui depositi a zero e il tasso sui prestiti marginali a 0,75%. 

La crisi politica italiana ha portato alla presidentessa della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, a mettere in piedi uno strumento a sostituire il quantitative eaasing, un scudo anti-spread per rassicurare i mercati in modo che non facciano salire troppo il costo del debito pubblico per i Paesi a più rischio.

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