Gli effetti della guerra in Ucraina sull’industria birraria

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Dopo le grandi chiusure del biennio 2020-2021 dovute alla pandemia di Covid-19, con la guerra in Ucraina l’industria birraria si ritrova a dover affrontare l’ennesima crisi nel giro di soli due anni. Stavolta, però, a rallentare la produzione di un settore chiave del comparto agroalimentare è un insieme di cause sistemiche di cui la guerra rappresenta solamente l’apice. 

Negli ultimi mesi la guerra in Ucraina ha catalizzato l’attenzione mediatica come solamente la pandemia di Covid-19 in precedenza era stata in grado di fare. Stampa, televisione e web sono stati inondati di notizie, aggiornamenti e analisi legati all’avanzata della Russia all’interno dei confini ucraini. A partire dal 24 febbraio, la parola “crisi” ha assunto una nuova – ed ennesima – accezione e alla crisi sanitaria si sono così affiancate quelle umanitaria, energetica e alimentare. Tra i tanti settori colpiti dagli effetti avversi del conflitto ve ne sono senz’altro alcuni che hanno subito maggiori ripercussioni. È questo il caso, per esempio, del settore agroalimentare. 

Dopo la grande crisi vissuta nel 2020, in Italia il Food & Beverage era ripartito con grande ottimismo. La riapertura di bar, ristoranti e locali aveva ridato ossigeno a un settore che estrae il grosso dei propri guadagni dal canale Horeca, quello più penalizzato dalle chiusure volte ad arginare la diffusione del nuovo coronavirus. Un utile esempio, in questo senso, lo fornisce il mercato birrario, all’interno del quale il consumo fuori casa rappresenterebbe circa il 64% del totale del valore condiviso dell’intera filiera. 

Secondo recenti stime, il Covid-19 avrebbe bruciato circa 1,4 miliardi di euro e 15mila posti di lavoro all’interno del mondo birra; un dato drammatico considerando che “gli 8,1 miliardi di euro di valore condiviso creati dall’industria della birra nel 2020 corrispondono a mezzo punto percentuale (0,49%) del Pil italiano e al 60% del valore alla produzione del settore delle bevande alcoliche”. Va da sé, un settore in grado di generare una tale quantità di risorse non può che risultare strategico in termini tanto economici quanto occupazionali. 

Il conflitto russo-ucraino: un’altra prova di resistenza per l’industria birraria

Sebbene la ripresa dei consumi all’interno di bar e ristoranti avesse fatto ben sperare, l’allargamento del conflitto russo-ucraino dal Donbass al resto del Paese ha soffocato gli entusiasmi generati dalla ripartenza del canale Horeca, determinando un’ulteriore pressione sulle aziende che producono e commercializzano birra. Da questo punto di vista, il conflitto tra Kiev e Mosca rappresenta l’ennesimo colpo a un settore già provato dalla riduzione dei consumi, l’ascesa dell’inflazione e l’aumento dei prezzi delle materie prime. 

Gli elementi da tenere in considerazione quando si analizza la crisi del settore birrario sono molteplici. Il primo effetto negativo indotto dal conflitto russo-ucraino ha a che fare con l’importanza assunta da Kiev e Mosca all’interno di un mercato della birra sempre più globalizzato. Fino a poco prima della guerra, entrambi i Paesi rappresentavano, per i grandi produttori internazionali, due mercati con grandi margini di crescita in virtù di una classe media con redditi in aumento e caratterizzata da un discreto dinamismo. A titolo esemplificativo, rimanendo nell’ambito delle bevande alcoliche, a dicembre 2021 Pernod Ricard aveva sottolineato la vivacità del mercato dell’Europa orientale, all’interno del quale aveva fatto registrare un aumento delle vendite pari al 21%. 

In questo contesto, l’imposizione delle sanzioni alla Russia e le restrizioni bancarie introdotte dall’Occidente hanno reso di fatto impossibile l’approvvigionamento di prodotti internazionali, mentre le devastazioni inflitte da Mosca a Kiev hanno trasformato l’Ucraina in un campo di battaglia assolutamente incompatibile con le leggi del mercato. 

La crisi della birra tra speculazione energetica e aumento dei costi delle materie prime

A questa situazione già di per sé molto critica, vanno aggiunti elementi di carattere strutturale come quelli relativi alla crisi energetica o all’acquisto di materie prime. A questo proposito, quella birraria è un’industria – così come quella del pane e della pasta – che sta affrontando un vero e proprio terremoto sistemico. La produzione agricola di orzo e avena negli ultimi due anni ha scontato gli effetti peggiori della pandemia e ha portato a una riduzione drammatica dei raccolti che ha limitato la produttività e ha fatto lievitare i prezzi, tanto per la produzione quanto per la vendita. Oltre a ciò, la guerra in Ucraina, con la devastazione delle aree coltivate e il blocco dell’esportazione dei cereali, ha determinato una crisi alimentare globale destinata a sconvolgere gli assetti politici ed economici in tutto il globo. Si calcola che nei porti ucraini al momento siano bloccati circa 25 milioni di tonnellate di grano e altri cereali; un fatto estremamente grave considerando che l’Ucraina è la sesta nazione al mondo per produzione ed esportazione di cereali. Tanto per avere un’idea della portata del fenomeno, il numero di Paesi africani che dipendono per oltre il 50% dalle importazioni provenienti da Kiev e Mosca ammonta a 16. 

In questo contesto, i mercati stanno subendo una pressione insostenibile per quanto riguarda il mais e l’orzo, in relazione ai quali Russia e Ucraina giocano un ruolo di primo piano in termini di produzione ed export. I prezzi rilevati negli ultimi mesi in Italia, già molto alti rispetto alla media nazionale, continuano ad aumentare, con il mais ucraino che ad aprile ha toccato i 371,94€ a tonnellata e l’orzo che ha raggiunto la cifra record di 362,64€ a tonnellata (pari a un aumento dell’89,3% rispetto ad aprile 2021). In questo senso, il futuro dei prezzi dei cereali dipenderà molto dalla volontà della Russia di rispettare gli accordi presi a Istanbul lo scorso 22 luglio in relazione allo sblocco del grano ucraino.

A caccia di imballaggi

Vi sono poi le grandi difficoltà che stanno investendo il settore degli imballaggi. Le motivazioni alla base di tale crisi hanno a che vedere con l’aumento dei prezzi del gas e delle materie prime determinato dall’invasione russa dell’Ucraina e dal generale aumento dei costi che ha investito il mercato energetico globale con la diffusione del Covid-19. Già a febbraio 2022, le bollette avevano registrato un notevole aumento dovuto alle speculazioni messe in atto dai grandi operatori energetici internazionali ma, con il peggioramento della situazione geopolitica, il costo di produzione di molti beni ha preso a toccare cifre record. Basti pensare al prezzo della carta, che ha subito un aumento che oscilla tra il 20% e il 50%. Emblematica, da questo punto di vista, è la sospensione della produzioneper una settimana negli stabilimenti di Pro-Gest, il principale gruppo produttore italiano di scatole e cartone ondulato, dovuto all’aumento della bolletta del gas. 

Ancora più drammatica, forse, è la crisi che ha investito l’industria del vetro, asfissiata contemporaneamente dall’aumento del costo dell’energia e dalla scarsità di materie prime. Per essere prodotto, infatti, il vetro ha bisogno di un’enorme quantità di energia, ma anche di materie prime sempre più costose. Oltretutto, non va dimenticato come, negli ultimi due anni, quest’industria sia stata di fatto monopolizzata dalla produzione di fiale per i vaccini contro il Covid-19, a scapito dell’industria agroalimentare. Senza considerare, poi, l’inaccessibilità dei costi necessari a sostenere un’eventuale riconversione degli stabilimenti produttivi in favore di materiali, come l’alluminio, meno colpiti dagli stravolgimenti degli ultimi anni, ma tra i più energivori tra quelli prodotti. Così, l’industria del vetro si è trovata a dover affrontare una crisi sistemica che ha fatto crollare il dogma del just in time, ovvero la metodologia produttiva fondata sulla gestione delle scorte per minimizzare gli sprechi e produrre solo quanto e quando richiesto dal mercato. 

Ovviamente, una crisi di questo tipo non può che ripercuotersi negativamente su un comparto industriale, come quello birrario, che utilizza massicciamente vetro per immettere nel mercato i propri prodotti. A questo proposito, è indicativo l’aumento di prezzo registrato dalle birre belghe: se negli ultimi dieci anni il prezzo era aumentato mediamente del 2,5%, tra marzo 2020 e marzo 2021 l’aumento è stato del 4,4%. Non esistono ancora dati precisi relativi al 2022, ma tutti gli elementi analizzati fin qui non sono certo di buon auspicio.  

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