Un segnale per i “primi abitanti”?

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Fonte immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Draupadi_Murmu_-_Governor_of_Jharkhand_%2811%29_%282492 2534796%29.jpg

Jal, jungle, zameen. Acqua, foresta, terra. Questo è ciò che chiedono gli adivasi, popolo indigeno dell’India – ciò che invece ottengono è un simbolo privo di qualsiasi significato, in un Paese che li opprime sistematicamente.

La quindicesima presidente dell’India, recentemente eletta, è Draupadi Murmu, già governatrice del Jharkhand e appartenente alla tribù dei Santals, la più grande tribù adivasi (cioè indigena) dell’India. E’ stata candidata dal Bharatiya Janata Party, ovvero il partito di maggioranza che sostiene il governo di Narendra Modi.

Draupadi Murmu è la prima presidente dell’India adivasi. Succede a Ram Nath Kovind, il quale apparteneva alla casta dalit. I dalit si trovano in fondo al sistema delle caste indiano, e Ram Nath Kovind, anche egli candidato dal BJP, era solo il secondo dalit nella storia dell’India a ricoprire la carica di presidente.

Sembrerebbe dunque lecito pensare di trovarsi di fronte a un governo progressista, che offre a fette importanti della società indiana il giusto riconoscimento del loro diritto a esistere e a contare; ma si tratterebbe di un eccesso di ingenuità o superficialità, sulle quali evidentemente il Bharatiya Janata Party conta ampiamente percostruire il proprio consenso.

La nomina alla presidenza di Ram Nath Kovind non era la manifestazione di una volontà politica di promuovere ilmiglioramento delle condizioni dei dalit, i quali hanno vissuto e continuano a vivere

gravi episodi di discriminazione e violenza, bensì del mero riconoscimento del loro peso come elettori e della volontà di presentarsi sullo scenario internazionale come un interlocutore meno imbarazzante per i paesioccidentali – probabilmente anche sovrastimando il reale interesse dell’occidente per i diritti umani, quando sull’altro piatto della bilancia ci sono interessi economici e strategici.

Altrettanto drammatiche sono le condizioni delle tribù adivasi, le quali rappresentano l’8,6% della popolazioneindiana. Il termine adivasi significa “primi abitanti”, ma negli ambienti collegati all’ideologia dell’hindutva sipreferisce il termine vanvasi, ovvero “abitanti delle foreste”. Storicamente nel sistema delle caste gli adivasi si posizionano al di fuori, ma ciò non ha comportato un’emancipazione dalle dinamiche di casta. La supposta impurità attribuita tradizionalmente ai dalit è stata associata anche agli adivasi, con tutte le difficoltà che ne conseguono. Con la costituzione promulgata nel 1950, dopo l’ottenimento dell’indipendenza, gli adivasi sono entrati a far parte delle cosiddette scheduled tribes, le tribù riconosciute, diventando ufficialmente obiettivo di politiche di sviluppo.

Diverse iniziative negli anni hanno mirato a favorire l’integrazione delle tribù adivasi nel tessuto sociale indiano, ma al contempo numerosi progetti di sviluppo economico hanno causato, fin dal 1800, la rimozione di milioni diindigeni dai loro territori.

Le tribù indigene adivasi vivono tradizionalmente nei pressi delle foreste, facendo affidamento per il loro sostentamento quasi interamente sulle risorse naturali che il territorio in cui vivono gli offre. Il Forest Rights Actpromulgato nel 2006 rispondeva alla necessità di tutelare i diritti delle tribù indigene sulle foreste in cui abitano, garantendo ai consigli dei loro villaggi, i Gram Sabhas, il potere decisionale sui progetti che avrebbero interessato i loro territori. Tuttavia la mancanza di una salda volontà politica ha portato a un’implementazione di tale legge frammentata, talvolta distorta e nel complesso insufficiente: le rivendicazioni presentate alle autorità giudiziarie sulla base dei diritti garantiti dal Forest Rights Act rimangono spesso in sospeso per molti anni e moltissime vengono rigettate, privilegiando altri interessi e permettendo così che migliaia di adivasi vengano estromessi dalle proprie terre.

Nel 2019 una decisione della Corte Suprema indiana ha stabilito la rimozione di un milione di famiglie indigene dal loro territorio sulla base di richieste avanzate da associazioni ambientaliste, ma è solo l’ultima clamorosa espulsione di una lunga serie: negli ultimi 50 anni ben 50 milioni di persone sono state allontanate forzatamente dalla loro casa, il 40% di queste appartenenti a tribù adivasi. I luoghi di destinazione, stabiliti con decisionitendenzialmente unilaterali, spesso non permettono il sostentamento della popolazione, in genere legato alla raccolta e, in misura minore, alla caccia; ciò ha spinto gli adivasi verso una povertà sempre più estrema, oltre chein una situazione di vulnerabilità per le donne.

Gli adivasi nel tempo si sono uniti in associazioni e in proteste, ma la loro resistenza si è scontrata spesso con la brutalità della polizia: numerosi i casi di violenze sessuali e tortura nei confronti delle donne adivasi, oltre che di uccisioni arbitrarie tra le persone unite in protesta. Dietro l’impunità di queste violenze e alle numerose accuse disedizione che vengono mosse contro attivisti adivasi si cela l’interesse a silenziarli: il governo di Modi continua adestinare i loro territori all’estrazione di carbone, nell’ottica di un piano per aumentare notevolmente le attività di estrazione del carbone nel Paese, le quali si concentrano principalmente in cinque Stati: Jharkhand, Chhattisgarh, Odisha, West Bengal e Madhya Pradesh, abitate da diverse popolazioni indigene.

Dell’apertura del settore dell’estrazione del carbone alle aziende private ha beneficiato Gautam Adani, tycoon sostenitore del BJP fin dai tempi in cui il primo ministro indiano era governatore del Gujarat: la Adani Group è infatti ora tra le principali aziende private estrattrici di carbone in India. L’azienda, la quale già estrae carbonedalla miniera di Parsa East-Kente Basen in Chhattisgarh con effetti potenzialmente disastrosi sulle popolazioni tribali che vivono nei pressi della circostante foresta di Hasdeo Aranya, aveva recentemente ricevuto l’autorizzazione per espandere le attività nella miniera e avrebbe presto dovuto iniziare a operare in un nuovo sito nei pressi di Parsa. La prospettiva di vedere più 1000 ettari di foresta distrutti ha mobilitato le popolazioni adivasi in una grande protesta che si è protratta per numerosi mesi. Il maggiore rischio che corrono gli abitanti dei villaggi che protestano è quello di essere arrestati con gravi accuse: l’emendamento del 2019 alla legge UnlawfulActivities Prevention Act ha permesso al governo indiano di far incarcerare individui come terroristi senza passare per un processo, potendo tenerli in prigione anche diversi anni prima di vedere l’aula di un tribunale.

Ciò che gli adivasi da molti anni chiedono è jal, jungle, zameen – acqua, foresta, terra, oltre che rispetto per la loro identità culturale. La scelta del BJP di candidare Draupadi Murmu alla presidenza non è sintomo della volontà di riconoscere le loro richieste, ma significa ben altro: che la vita di 104 milioni di indigeni si puòsacrificare – i loro voti, no.

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