OLTRE LA GUERRA IN UCRAINA: GRANO, TURCHIA, RUSSIA E AFRICA

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Fonte Immagine: Corriere

Il 22 luglio scorso a Teheran sono stati firmate le intese per garantire la ripresa dall’esportazione di alcuni prodotti alimentari dai porti dell’Ucraina nel Mar Nero. Passo fondamentale per alleviare la situazione di tutti quei Paesi fortemente dipendenti dai prodotti agricoli di Kiev/Kyiv e, conseguentemente, l’impazzita pressione sui prezzi che sta colpendo mezzo mondo.

La firma. La guerra tra Russia ed Ucraina, iniziata il 24 febbraio scorso, dopo 149 giorni riesce a fruttare un accordo (si vedrà quanto effettivo) per la ripresa dei trasporti delle immense risorse ucraine. È bene subito notare, tuttavia, che il testo del 22 luglio firmato a Teheran non è stato un accordo unico bensì due intese, data l’impossibilità-indisponibilità delle due parti, Kyiv e Mosca, a trattare direttamente. Si sono trattate, dunque, di due intese con l’intermediazione della Turchia di Erdogan e delle Nazioni Unite (con il Segretario Generale Antonio Guterres), l’una con il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, l’atra con il Ministro delle Infrastrutture ucraino Oleksandr Kubrakov

Gli accordi. Il contenuto nello specifico prevede l’istituzione di un ‘corridoio’ che garantisca alle navi ucraine una libera e sicura transizione nel Mar Nero fino a Istanbul. Andando nello specifico sono individuati i tre porti di Odessa, Chernomorsk, Pivdennyi e la validità di questo lasciapassare è riservata a quattro mesi (120 giorni per l’esattezza). Nel caso in cui, tuttavia, il conflitto dovesse perdurare ancora a fine Novembre-data di scadenza delle intese-, le parti dovranno impegnarsi al rinnovamento degli accordi.

Le richieste. La soluzione alle divergenze russo-ucraine sul tema si può dire che sia stata trovata spartendo le pretese di ciascuna parte tra l’andata e il ritorno delle navi: la prima agli ucraina, la seconda ai russi. Nella prima fase, infatti, dai porti ucraini al Bosforo, le navi cariche di prodotti alimentari saranno pilotate esclusivamente da ucraini, senza la presenza di navi russe ma piuttosto con l’accompagnamento, in caso di necessità, di dragamine-sempre ucraine, ovviamente. Nella fase successiva, invece, prima del rientro nel Mar Nero, le navi dovranno essere sottoposte a ispezioni nei porti turchi da parte di autorità di un centro di coordinamento internazionale, al fine di garantire a Mosca che non vengano trasportate di nascosto delle forniture belliche per Kyiv.

Le conseguenze. Solo la notizia della buona riuscita della firma è riuscita ad acquietare i mercati, abbassando il prezzo internazionale del grano che a luglio, come precedentemente ad inizio primavera aveva raggiunto livelli straordinari. Bisognerà vedere però se e per quanto il contenuto delle intese reggerà poiché già solo doppo 12 ore dalla firma sono stati riportati degli attacchi al porto di Odessa. Per il momento, comunque, il Presidente ucraino Zelensky ha affermato come la navi ucraine siano pronte a salpare e solo nel porto di Odessa vi siano poco meno di due decine di imbarcazioni trasportanti circa 600 mila tonnellate di grano.

Turchia. Istanbul ancora una volta ha saputo sfruttare opportunità e spazi che le si sono aperte dinnanzi agli occhi. Prima con il veto sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO, adesso nella mediazione tra i due Paesi belligeranti. Non è un segreto che l’obiettivo di Erdogan sia far riguadagnare alla sua Turchia il prestigio e l’influenza di un tempo. Il Presidente turco sta agendo- e al momento, su un piano politico, sembra star riuscendo- per occupare sempre più quegli spazi che attorno alla penisola anatolica si stanno creando, così da rendere indiscussa la classe di potenza regionale della sua nazione. Prendendo la scena da un’ottica un po’ più larga, infatti, e collegando gli avvenimenti (apparentemente un po’ dimenticati adesso) in Libia; i freschi vantaggi ottenuti dal compromesso per l’avvallamento dell’entrata svedese e finlandese nell’Alleanza Atlantica; la ripresa dell’interventismo in Siria e, ora, il ruolo di primo piano nella soluzione alla controversia del grano ucraino: la Turchia di Erdogan si sta evidentemente esponendo molto all’esterno. Se tutto questo riuscirà anche alla fine dei conti è ancora presto per dirlo, soprattutto vista la difficoltà economica che il Paese sta attraversando già da tempo e per l’ostinata volontà del Presidente di voler puntare più sull’industria che sui redditi dei suoi cittadini.

Il grano. Come si è già detto e come si è potuto osservare nelle settimane scorse, la guerra in Ucraina ha avuto tra le sue conseguenze anche la riduzione dell’offerta di grano e altri prodotti alimentari sui mercati internazionali. Questo in funzione del fatto sia che il trasporto marittimo dai porti ucraini è stato impedito sia dalla contemporanea comunicazione unilaterale da parte di Mosca di una apparente riduzione dei propri livelli di produzione. In altri termini, cioè, oltre l’un terzo dell’offerta mondiale di grano, orzo, mais (un quinto) e derivati di girasole (50%), è stato bloccato. A seconda delle diverse dipendenze da questi rifornimenti di ogni Paese nel mondo, la situazione si è incrinata. Caso drammatico è stato evidentemente quello del Libano che già dall’estate scorsa, dopo l’esplosione nel porto di Beirut che aveva distrutto magazzini su magazzini di stoccaggio, il governo libanese era dovuto ricorrere al razionamento dei beni, dal febbraio 2022 la situazione è diventata tragica dato che il Paese importava ben il 90% di grano solo da Ucraina e Russia.

 La Russia e l’Africa. Il continente che, tuttavia, ha patito e sta patendo maggiormente lo shock nella produzione e commercio del grano è stato quello africano. In media, infatti, un gran numero di Stati africani importavano da Kyiv e Mosca almeno il 50% del proprio fabbisogno alimentare. La mossa del cavallo che sta tentando di fare in questi giorni la Russia è riuscire a strappare sempre più consensi- o per meglio dire buone relazioni- con questi Paesi. L’Africa si sa, sin dalla Guerra Fredda, è stato un terreno di scontro celato e competizione tra le principali potenze internazionali. Oggigiorno però la divisione non è più tanto ideologica (che nella realtà dei fatti non è mai stata solo questa sul grande continente), quanto piuttosto economica. Un attore che è diventato e sta diventando sicuramente più rilevante è la Cina, ma oltre a Pechino, anche Mosca ha guadagnato e sta cercando di ottenere sempre più margini di manovra nel continente con l’hard power, ovvero sfruttando i servizi che le sue compagni di mercenari possono offrire alle diverse richieste dei governanti africani. Non è una novità, e in molti altri articoli di miei colleghi dello IARI è meglio affrontato, del cosiddetto “Grande gioco del Sahel” che sta avendo luogo da tempo tra potenze occidentali (Francia in primis) e influenze russe. Lasciando discorsi più tecnici alle altre sedi già citate, dunque, e ritornando alle conseguenze conflitto ucraino, bisogna segnalare il “safari” diplomatico del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov tra Egitto, Congo, Etiopia e Uganda ed interpretarlo proprio come una mossa per consolidare ancora di più il ruolo e la presenza che Mosca vuole proiettare sul continente africano, diffondendo il messaggio che “la crisi del grano non sia colpa di Mosca”. A riprova della celata sfida che vi sta giocando, infine, basti pensare che il Presidente francese Emmanuel Macron negli stessi giorni ha compiuto nell’Africa occidentale.

Per concludere, quindi, la guerra in Ucraina, giunta al quinto mese, continua a mietere vittime e affliggere ben più che un solo Stato. Gli attori in campo e non, però, non si muovono solo all’interno del conflitto bensì cercano di sfruttare le debolezze e gli spazi vuoti che si creano nel contesto della guerra in Ucraina, e a quelli bisogna prestare altrettanta attenzione. 

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