La sfida geopolitica Usa-Cina tra Levante e Golfo

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Fonte Immagine: The Washington Institute

La guerra in Ucraina sta producendo effetti geoeconomici e geopolitici su scala globale. Il Grande Medio Oriente in particolare è tra le aree del pianeta più dipendenti dal grano russo e ucraino, più direttamente colpite sul piano economico-finanziario (crisi alimentare, inflazione, svalutazione monetaria, deflusso di capitali stranieri) e interessata da smottamenti tattici sul piano geopolitico che segnalano una minore presa degli Usa nella regione, da tempo considerata teatro secondario dagli strateghi d’Oltreoceano. Negli ultimi anni altre grandi potenze esterne come Russia e Cina hanno accresciuto enormemente la loro influenza politica, economica e militare coltivando intensi rapporti d’affari anche e soprattutto con gli alleati e i partner della superpotenza a stelle e strisce. 

La Cina è stata il vero Elefante nella stanza durante gli incontri mediorientali avuti dal presidente Joe Biden con gli omologhi di Israele, Egitto, Giordania, Iraq e paesi membri del Gulf Cooperation Council (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Oman, Qatar). Gli Usa temono gli effetti strategici e politici della penetrazione politica, economica, tecnologica e potenzialmente militare delle nuove vie della seta cinesi (Belt&Road Initiative, Bri) nella vasta area mediorientale, crocevia tra Est e Ovest. L’Egitto è divenuto uno dei perni mediterranei della Bri mentre l’Iraq è tra i principali fornitori di petrolio della Cina e lo scorso anno si è distinto come il paese dell’intera area MENA che ha ricevuto più investimenti cinesi via Bri. Intensi sono i rapporti di Pechino anche con i paesi più vicini a Washington sul piano strategico: Israele, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Arabia Saudita.

L’ancora israeliana del Dragone

I rapporti diplomatici tra Stato Ebraico e Repubblica Popolare Cinese (Rpc) risalgono al 1992. Da allora Pechino è ascesa a secondo partner commerciale di Gerusalemme dopo gli Stati Uniti[1]. Il rapporto tattico con la Rpc è considerato utile dagli israeliani sia sul piano geopolitico (dotarsi di una leva negoziale verso Washington attirando il corteggiamento mandarino) che geoeconomico (assicurarsi materie prime e componentistica in settori come il farmaceutico; attirare e diversificare investimenti; beneficiare del vasto mercato cinese come sbocco delle esportazioni).  

La Cina, d’altra parte, è particolarmente interessata agli investimenti in know-how e tecnologie avanzate di sorveglianza, intelligenza artificiale (IA), robotica e biomedicina (settori in cui le aziende hi-tech, le start-up e i politecnici israeliani sono avanguardia mondale, motivo per cui sono finite nel mirino delle acquisizioni e dello spionaggio informatico cinese) per accrescere la propria potenza tecnologica e il proprio apparato di cyberspionaggio, da usare anzitutto in patria per rafforzare il controllo sociale sulla popolazione domestica, specie tra le minoranze etniche in Xinjiang, Tibet e Mongolia Interna. Soprattutto, Pechino ha interesse a mettere piede in infrastrutture strategiche israeliane funzionali al proprio progetto imperiale, come il porto di Haifa, principale scalo marittimo israeliano gestito dal 2021, con concessione venticinquennale, da Shanghai International Port Group che vi ha investito ben 2 miliardi di dollari per la costruzione del terminal commerciale Bay Port.

L’obiettivo strategico della Cina è quello di acquisire porti strategici con affaccio mediterraneo che in futuro potrebbero trasformarsi in basi navali in fieri da cui disturbare Usa e Nato. Da Haifa infatti la Cina potrebbe spiare le attività delle Us Navy, che detiene una base navale nei pressi del porto. Fattore che preoccupa gli apparati militari e di intelligence della superpotenza che vedono la presenza cinese come una minaccia alla sicurezza e alla libertà di movimento delle unità navali della Sesta Flotta.

La reazione washingtoniana alla penetrazione tecnologica sinica nella Stella di Davide non è tardata ad arrivare. È stata proprio l’amministrazione repubblicana di Donald Trump a sfruttare il rapporto privilegiato con l’ex primo ministro del Likud Benjamin Netanyahu per ottenere un (parziale) riallineamento tattico verso ovest. Su pressione del Dipartimento di Stato (DoS) il governo israeliano ha dapprima escluso la società hongkonghese Hutchinson Water dal più grande impianto di desalinizzazione del paese, quindi ha aderito alla Clean Netwotk Initiative del DoS per la sicurezza delle reti e delle infrastrutture critiche Ict (cavi sottomarini in fibra ottica, cloud, telco, app store) tramite l’esclusione delle aziende cinesi Zte e Huawei dalle gare per la costruzione della rete 5G nazionale.

Dura posizione confermata dall’amministrazione  Biden che lo scorso anno indusse il nuovo governo Bennet a cambiare la posizione astensionista del governo Netanyahu e ad appoggiare una dichiarazione che criticava la Cina al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per il trattamento riservato agli uiguri del Xinjiang, a tibetani e hongkonghesi.

Quindi il governo israeliano si è impegnato ad informare preventivamente Washington di qualsiasi importante accordo che firmerà con la Cina e a riconsiderare questi patti qualora superassero le linee rosse americane (cioè investimenti in tecnologie strategiche e nei porti). Dopo le reprimende statunitensi, alla porta di Haifa si è presentato il colosso della logistica portuale emiratino Dp Worldinteressato alla privatizzazione dello scalo di Haifa e all’apertura di una linea di navigazione tra il porto di Eilat sul Mar Rosso e quello di Jebel Ali di Dubai, il più grande hub di trasbordo merci del Medio Oriente.

Ma usciti dalla porta con l’ingresso degli Emirati i cinesi rischiano di rientrare dalla finestra.

Emirati “rossi”

Fittissimi sono infatti i rapporti politici ed economici tra Abu Dhabi e Pechino. Gli EAU sono il primo partner commerciale della Cina nell’area MENA[2] (più del 60% delle merci cinesi nella regione transita attraverso gli Emirati) e mirano a divenire il più grande hub finanziario, commerciale, marittimo e logistico regionale per la connettività tra Oriente ed Occidente. I legami con la Cina rendono il piccolo emirato particolarmente prudente nel (non) denunciare le politiche cinesi di repressione dei musulmani nel Xinjiang. La “piccola Sparta” del Medio Oriente (appellativo dato agli EAU per sottolinearne la significativa potenza e proiezione militare nonostante la ristrettezza demografica e territoriale) intercetta il corridoio marittimo e quello terrestre mediorientale della Bri e considera le nuove vie della seta pienamente complementari alla propria strategia di espansione marittimo-portuale tesa lungo un arco che parte dal Golfo Persico e giunge nel Mediterraneo, passando per Bab-el-Mandeb, Mar Rosso e Suez tramite il controllo di un collana di terminal portuali in Yemen (Aden e Socotra), Gibuti (Doraleh), Eritrea (Assab), Somaliland (Berbera), Sudan, Egitto, Cirenaica e Cipro.

Il rapporto di amorosi sensi con la Cina, anche sul piano militare (Pechino ha fornito i droni armati Wing Loongutilizzati dagli emiratini in Libia a supporto dei cirenaici del generale Haftar), torna poi utile ad Abu Dhabi nella contrattazione geopolitica con gli Usa, imprescindibile garante della sicurezza del piccolo Emirato, per ottenere concessioni, investimenti e soprattutto tecnologie ed armi d’avanguardia.

Gli EAU hanno sempre vissuto sotto la protezione di una talassocrazia. Prima il Regno Unito, poi gli Usa. In cambio della protezione americana, dalla guerra del Golfo del 1991 Abu Dhabi ha partecipato a tutte le coalizioni militari a guida Usa, facendosi attivo attore nella global war on terror ed ospitando assetti militari e truppe statunitensi (circa 2.000 unità del 380° Air Expeditionary Wing della Us Air Force) nella base aerea di Al Dhafra e in una base navale nel Golfo di Oman[3]

L’ombrello difensivo americano, seppur sempre più volutamente ristretto, funge anche da leva politica. Il caso più eclatante si è registrato lo scorso autunno quando Washington si trovò costretta a minacciare di tagliare la protezione militare ad Abu Dhabi nel caso in cui questa non avesse bloccato la costruzione da parte del colosso cinese Cosco di una base militare nel porto di Khalifa, affacciato sul Golfo Persico e in ottima posizione per spiare la presenza militare statunitense nella penisola araba e i movimenti della Quinta Flotta nonché per sorvegliare lo strategico stretto di Hormuz, dal quale passa una parte considerevole del petrolio e del gas destinato alla Rpc.  

Gli Usa hanno inoltre escluso dall’accordo per la vendita di 50 F-35 e su 18 droni armati MQ-9B Reaper i trasferimenti di tecnologie ritenuti incompatibili con l’utilizzo da parte emiratina di tecnologie cinesi nel campo delle telecomunicazioni e delle infrastrutture portuali. Abu Dhabi vuole fortemente quelle tecnologie e ha risposto sospendendo l’accordo con il Pentagono e acquistando dodici aerei da addestramento cinesi L-15. Non per sostituire gli F-35 con prototipi cinesi, dato che gli L-15 non possono svolgere i compiti operativi assicurati da un F-35, ma per mettere pressione a Washington e ottenere gli aerei prima della prevista data di consegna (2027).

La Cina in Arabia

Ancora più importante sul piano geopolitico è il legame sino-saudita, intessuto soprattutto sul piano energetico secondo un classico rapporto di cliente e venditore che in futuro si estenderà anche nella cooperazione per lo sviluppo congiunto di impianti petrolchimici e di raffinazione nel nord-est della Cina. Riyadh considera imprescindibile rafforzare i rapporti economici, commerciali e finanziari con Pechino per l’attuazione del piano Vision 2030 per la modernizzazione e diversificazione (dalla rendita energetica) dell’economia saudita. Giganti tecnologici cinesi come Huawei ed Alibabastanno già investendo in progetti di smart cities, con particolare focus sulle soluzioni di cloud computing e di IA e hanno avviato una partnership con il National Center for Artificial Intelligence. Riyadh inoltre sta discutendo la possibilità di firmare nuovi accordi con la Cina per la negoziazione delle vendite di petrolio saudita in Cina denominate in yuan piuttosto che in dollari. Intesa che farebbe di Riyadh attivo partecipe al processo di internazionalizzazione del renmimbi e di de-dollarizzazione del commercio internazionale perseguito da Pechino.

Ma a preoccupare gli apparati statunitensi sono soprattutto le crescenti liaison militari tra il suo principale cliente arabo e il suo più serio rivale egemonico. Pechino dispone di consiglieri militari in seno alle forze armate saudite e sta supportando lo sviluppo nucleare a fini civili del Regno. Di più. La Cina sta aiutando l’Arabia Saudita a sviluppare un programma autoctono di missili balistici impegnandosi nel trasferimento di tecnologie sensibili. Un supporto che l’amministrazione Trump aveva deciso di ignorare dopo aver puntato sui MbS come attore regionale di riferimento. L’amministrazione Biden sembra invece intenzionata a punire con sanzioni economiche le entità coinvolte nel trasferimento di tecnologie. La dinamica che coinvolge sauditi e cinesi rischia infatti di generare una escalation missilistica nella regione, complicando il già improbo negoziato con Teheran che potrebbe giustificare il proprio arsenale missilistico – che gli Usa intendono congelare – in funzione anti-saudita.

Conclusioni

La Cina mira ad intralciare i piani mediorientali della superpotenza per impedirne il ridimensionamento militare e il rafforzamento della deterrenza nell’Indo-Pacifico. Si incunea nel sistema hub and spoke degli Usa proponendosi agli Stati arabi del Golfo come grande potenza alternativa in grado di appianare le tensioni regionali con il risuono del denaro. Secondo la formula “pace attraverso lo sviluppo” la Cina presenta sé stessa come alternativa al sistema “egemonico” americano (“Crediamo che le persone del Medio Oriente siano i padroni del Medio Oriente. Non c’è “vuoto di potere” e non c’è bisogno di “patriarcato dall’esterno”, nelle parole usate dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi in occasione della sua visita con i rappresentanti governativi di Arabia Saudita, Kuwait, Oman, Bahrain, Turchia e Iran). Promette di lavorare per un ordine stabile e cooperativo basato su commercio e investimenti, indispensabili per la trasformazione economica degli stati del Golfo. Soprattutto, a differenza del modello occidentale di “pace democratica” non chiede in cambio il rispetto di diritti umani e democrazia, valori alieni alla locale cultura di matrice tribale.

Tuttavia, nonostante il peso economico cinese, il rapporto diplomatico-energetico (Opec+) intrattenuto con la Russia e il sentimento di inaffidabilità dei regnanti del Golfo verso le politiche riduzionistiche americane nella regione e verso l’idealista agenda bideniana sulla nuova contrapposizione globale tra democrazie ed autocrazie il legame tra Usa e arabi rimarrà ben saldo anche nei prossimi anni. Gli interessi strategici di Washington e Riyadh (così quelli di Abu Dhabi) sono convergenti nell’opposizione all’Iran e alla Turchia. Gli investimenti sauditi in uscita in Cina, pari a quasi 100 miliardi di dollari, sono un’inezia rispetto agli Ide sauditi negli Usa, che superano gli 800 miliardi di dollari.

Riyadh diffida del sostengo russo-cinese all’acerrimo rivale persiano e nonostante i massicci investimenti miliardari per lo sviluppo di tecnologie militari autoctone continua a dipendere strategicamente dalla superpotenza per la sua sopravvivenza e sicurezza contro nemici esterni ed interni – dal 2008 al 2020 Riyadh ha speso più di 147 miliardi di dollari in armi statunitensi, che rappresentano l’80% delle importazioni saudite nel settore della difesa, un dato che fa impallidire quelli di Cina (1%) e Russia (0,1%). Senza lo scudo americano gli arabi del Golfo sono sprovvisti di capacità di difesa missilistica e navali in un campo, quello della guerra missilistica, dove chi attacca parte avvantaggiato dal momento che le difese anti-missilistiche e anti-aeree presentano costi sensibilmente più alti rispetto a quelli necessari alla produzione di strumenti d’attacco (si pensi ai droni).

Infine, la Cina non è in grado né vuole sostituirsi agli Usa come potenza esterna in grado di assicurare stabilità attraverso una massiccia presenza militare e fatica a prendere posizione ogniqualvolta emergano conflitti tra i suoi partner della regione, ad esempio tra iraniani e sauditi o tra iraniani ed emiratini. Per gli Usa un Medio Oriente non dominato da alcuna grande o locale potenza è scenario sufficientemente accettabile.


[1] Secondo i dati dell’Amministrazione israeliana per il commercio estero, negli ultimi dieci anni le esportazioni israeliane in Cina sono aumentate del 402%. Tuttavia, l’Asia rimane la terza (28%) macroregione destinataria dell’export israeliano, dietro Europa (35%) e Nord America (31%)

[2] Nel 2021 l’interscambio commerciale Cina-EAU ammontava a 75,6 mld$ 2021, più del doppio di quello con gli Usa (23 mld$) e di poco inferiore a quello con l’India (61 mld$), secondo partner commerciale degli Emirati seguito dal Giappone (37 mld$). Gli investimenti cinesi si concentrano soprattutto nei settori dei trasporti, delle telecomunicazioni (5G) e delle infrastrutture specie quelle portuali che nascondono un lato militare.

[3] Anche l’Italia aveva una propria presenza militare negli Emirati prima di essere espulsa dopo i divieti all’esportazione di materiali bellici imposti da Roma in scia ai medesimi provvedimenti intrapresi dagli Usa a causa delle attività militari emiratine nello Yemen

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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