La lunga storia di persecuzione dei Rohingya

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Fonte Immagine: https://espresso.repubblica.it/internazionale/2017/11/01/news/viaggio-tra-i-rohingya-i-musulmani-perseguitati-dalla-birmania-1.313149/

Definiti dalle Nazioni Unite come la minoranza più perseguitata al mondo, i Rohingya, oggi divisi tra Myanmar e Bangladesh dove vivono in condizioni precarie, continuano a subire gravi violazioni dei diritti umani. 

I Rohingya, minoranza etnica musulmana che risiede da secoli nello Stato di Rakhine in Myanmar (Birmania), paese a maggioranza buddista, sono da decenni vittime di violenze, discriminazioni e persecuzioni. Già nel 1982, il governo militare allora in carica, facendosi promotore di una retorica anti-islam basata sulla difesa dell’identità burmese, adotta una legge che nega la cittadinanza alla minoranza musulmana, decretandone definitivamente lo status di stranieri. I Rohingya costituiscono ad oggi la popolazione apolide più grande al mondo. 

L’ondata di odio ai danni della minoranza etnica, esacerbatasi negli anni a seguire, raggiunge il suo picco nell’agosto 2017, quando una violenta repressione ad opera delle forze armate burmesi, costringe oltre 700.000 persone a fuggire e a cercare rifugio nel vicino Bangladesh. In quell’occasione, migliaia di Rohingya sono stati uccisi, quasi la metà dei loro villaggi è stata bruciata e distrutta e le donne della comunità sono state vittime di diversi episodi di violenza sessuale. Va detto, inoltre, che tali violenze, classificate a tutti gli effetti come genocidio, sono state perpetrate con il tacito consenso di un governo democratico guidato, per di più, da Aung San Su Hyi, premio Nobel per la pace nel 1991.

Oggi, sono più di 900.000 i migranti rohingya che vivono in Bangladesh, insediatisi nello specifico nel distretto di Cox’s Bazar, che è attualmente il campo profughi più grande e densamente popolato al mondo. Inoltre, l’instabilità politica e i continui conflitti armati che interessano il Myanmar hanno fatto sì che il numero degli sfollati interni salisse a più di un milione. 

Le condizioni di vita in cui versano i membri della comunità sono critiche. In Myanmar, privati della cittadinanza, vengono considerati come immigrati clandestini e vivono in ostile convivenza con la popolazione buddista. La condizione di apolidia, oltre a non garantire diritti fondamentali quali, il diritto di voto o di spostamento sul territorio se non con un permesso ufficiale, li rende inevitabilmente più vulnerabili a sfruttamento, violenze sessuali e di genere e abusi. 

In Bangladesh, la loro situazione è forse anche peggiore se si considera innanzitutto che il paese non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951, negandogli così la possibilità di beneficiare di una forma di protezione internazionale. Sebbene il Bangladesh, nella prima fase dell’esodo, si sia dimostrato solidale nei confronti dei Rohingya, tuttavia l’insufficiente sostegno da parte della comunità internazionale e l’insofferenza della popolazione locale – gravata dal forte impatto che centinaia di miglia di immigrati immancabilmente hanno sulle infrastrutture e i servizi – hanno portato il paese a chiudere il confine con il Myanmar nel 2019.

L’alta densità abitativa del distretto di Cox’s Bazar rende estremamente precarie le condizioni dei rifugiati, più che altro ammassati in baraccopoli improvvisate in spazi minimi. I livelli di malnutrizione sono elevatissimi (un terzo dei bambini sotto i cinque anni è malnutrito) e un’alta percentuale di bambini non ha accesso al sistema scolastico e sanitario. Inoltre, l’alta densità e le pessime condizioni igienico-sanitarie esasperano il rischio di epidemie.

Da non sottovalutare è anche l’impatto ambientale della stagione dei monsoni. Infatti, l’altissima piovosità e i forti venti che colpiscono ogni anno il Bangladesh durante questa stagione aumentano il rischio di inondazioni e frane, mettendo seriamente in pericolo la resistenza delle precarie abitazioni in cui centinaia di migliaia di migranti hanno trovato rifugio. La stagione delle piogge, poi, in un contesto abitativo di totale degrado, favorisce l’insorgenza di malattie come, epatite, malaria, dengue e chikungunya. Si ricordi che, nel luglio del 2021, le piogge monsoniche hanno devastato la regione di Cox’s Bazar, provocando la morte di sei Rohingya e danneggiando o distruggendo circa 3.800 rifugi. 

Sono ancora tanti i Rohingya che, alla ricerca di migliori prospettive di vita, tentano di fuggire dal Myanmar o dal Bangladesh, dirigendosi soprattutto verso la Tailandia, la Malesia e l’Indonesia. Lo scorso giugno, la marina tailandese ha tratto in salvo 59 persone appartenenti alla minoranza etnica, rimasti bloccati sull’isola di Koh Dong. La ONG Human Rights Watch ha sollecitato il governo tailandese a garantire loro l’accesso al sistema di protezione internazionale. Tuttavia, le autorità locali hanno sempre dichiarato di non volere accogliere i migranti rohingya, i quali vengono spesso sottoposti a misure di detenzione arbitraria senza la possibilità di accedere alle procedure necessarie alla determinazione dello status di rifugiato. Intanto, la marina tailandese ha annunciato che continuerà a perseguire politiche di respingimento nei confronti dei Rohingya che arrivino alla frontiera, in assoluta contravvenzione con quanto stabilito dal diritto internazionale che vieta il respingimento dei richiedenti asilo, senza aver prima adeguatamente esaminato la loro richiesta di protezione internazionale. 

Vi sono diversi elementi che inducono a pensare che difficilmente la situazione attuale sia destinata a migliorare. I Rohingya, infatti, non smuovono l’opinione internazionale e non rientrano nel gioco geopolitico delle grandi potenze. Non godono, pertanto, nemmeno della solidarietà di altri popoli, come nel caso dei profughi palestinesi o venezuelani e hanno sbocchi migratori limitati (Tailandia, Malesia e Bangladesh).

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