Iraq e Iran tra ostilità e cooperazione per la stabilità regionale

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Iraq e Iran si trovano a dover fronteggiare proteste interne, difficoltà economiche e problematiche internazionali che li vedono avversari su molti aspetti. I tentativi di andare oltre le inimicizie storiche e i disaccordi a breve termine, tuttavia, potrebbero essere proficui per la stabilità regionale dell’area mediorientale.

Da sempre storici avversari, attualmente l’Iraq e l’Iran si trovano a dover affrontare notevoli difficoltà sia a livello domestico che internazionale che indeboliscono i rispettivi ruoli di potenze regionali. Nonostante le perduranti occasioni di scontro, tuttavia, alcuni tentativi di cooperazione fanno sperare in una tregua, perlomeno momentanea, a beneficio della stabilità dell’area mediorientale. 

La situazione irachena, tra crisi energetica e stallo politico

Per quanto riguarda l’Iraq, il Paese rimane dipendente dalle importazioni di gas nonostante le sue immense riserve energetiche e ha all’attivo un debito nei confronti dell’Iran fin dal 2020, poi congelato per lo stallo dell’accordo sul nucleare. Pur nel maggior tempo a disposizione, tuttavia, l’Iraq ha mancato il pagamento di 1.6 miliardi di dollari per le forniture iraniane di gas, fondamentali per il funzionamento degli impianti energetici durante gli intensi caldi estivi e con il rischio di tagli nell’erogazione delle risorse dalla controparte, già normalmente soggetta a inadempienze e stop improvvisi. 

Alle temperature roventi si sono aggiunte le frequenti tempeste di sabbia, che hanno colpito già dieci volte dall’inizio dell’anno e hanno portato a morti e ricoveri in tutto il Paese. In tale contesto, i cittadini iracheni fanno affidamento sui condizionatori e i dispositivi di refrigeramento che, tuttavia, necessitano delle incostanti, inaffidabili riserve iraniane, nel circolo vizioso e senza vie di uscita della dipendenza energetica. Lo scorso aprile, infatti, il Ministero dell’Olio iracheno ha firmato un accordo volto a garantire forniture pari 50 milioni di metri cubi di gas naturale per i prossimi cinque anni, ma si è poi trovato costretto a rinunciare a causa delle limitazioni di spesa imposte al governo transitorio vigente dalla Corte federale dello Stato. 

Ciò pone forti rischi sul piano politico, come accaduto nel corso delle proteste e della successiva caduta del governo durante i tre anni precedenti, aventi come casus belli l’interruzione o la scarsa disponibilità di forniture energetiche. A questo si aggiunge il forte rialzo dei prezzi dei beni alimentari dovuto alla guerra in Ucraina e alla scarsità delle forniture a livello globale, che aggravano la situazione di un Paese che conta per più del 50% sulle importazioni nel settore come l’Iraq. 

L’apice della crisi irachena, tuttavia, è costituita dal persistente stallo nella nomina del Presidente della Repubblica, dovuto alla mancanza di accordo parlamentare in seguito alle elezioni del 2021. La perdurante incertezza del quadro istituzionale si ripercuote, inoltre, sulle relazioni con le milizie sciite, che il governo transitorio sta cercando di indebolire attraverso tagli alle risorse a loro disposizione e attacchi diretti ai principali gruppi filoiraniani. Dopo la morte del generale Soleimani e della sua controparte irachena, Abu Mahdi al-Muhandis, sono infatti venuti meno molti obiettivi strategici condivisi dai due militari e le milizie si sono trovate prive di una guida altrettanto carismatica, da un lato, e delle fonti di supporto preesistenti, dall’altro. 

L’Iran tra fragilità interne e questioni internazionali

La situazione, tuttavia, non è migliore nel vicino Iran, lacerato da problematiche interne e dal difficile revival dell’accordo sul nucleare. Il Paese è protagonista di proteste per il carovita, aggravato dal conflitto in Ucraina, e contro il Presidente Ebrahim Raisi e la sua coalizione, accusati di non aver mantenuto le promesse compiute in campagna elettorale e di scarse performance a livello economico. Nonostante alcuni dati positivi come quelli sulla riduzione della disoccupazione, infatti, rimangono forti le difficoltà dei cittadini sul piano salariale e lavorativo. 

Le fragilità sul piano domestico sono emerse in tutta la loro evidenza nel corso del tentato attacco informatico contro la Khuzestan Steel Company, la più importante azienda siderurgica statale. Già in passato l’Iran aveva accusato Israele e gli Stati Uniti di aver condotto simili attacchi e per questo aveva deciso di sottrarre alla rete Internet le infrastrutture strategiche del Paese. 

Il nodo principale delle problematiche iraniane, tuttavia, sussiste nelle dinamiche internazionali che si concentrano sulle risorse energetiche del Paese, il quale – contrariamente alla maggior parte degli Stati del Medio Oriente, compreso l’atteggiamento più neutrale adottato dall’Iraq – ha supportato incondizionatamente l’invasione russa dell’Ucraina. Ciò ha contribuito a rafforzare ulteriormente i legami tra i due Paesi, rendendo più difficile trovare un accordo con gli Stati Uniti per riportare alla luce l’accordo sul nucleare del 2015, abbandonato da Trump nel 2018. 

Nonostante gli sforzi statunitensi, infatti, l’Iran pare talora riluttante a tornare al tavolo delle trattative di Vienna, alimentando la convinzione di quella parte dell’amministrazione USA che sostiene che l’interesse iraniano risieda soprattutto nella rimozione delle sanzioni. Altri, tuttavia, affermano che la preoccupazione iraniane per le sanzioni estere sia meno marcata rispetto a qualche anno fa, dal momento che le esportazioni del Paese di risorse petrolifere e di gas sono cresciute esponenzialmente dall’anno scorso, e che la mancanza di un accordo sia principalmente dovuta alle divisioni politiche interne alla maggioranza stessa del Presidente Raisi sul punto.

Segnali incoraggianti per la cooperazione regionale

La volontà di Biden di non accondiscendere ad alcune condizioni cruciali per lo Stato mediorientale, tra le quali la rimozione delle Guardie Rivoluzionarie dalla lista delle organizzazioni terroristiche, non agevola l’immediato accordo tra le due parti. Tuttavia, segnali incoraggianti provengono perlomeno dalla ripresa deicolloqui indiretti tra le due parti a Doha, alla presenza di un mediatore dell’Unione europea. 

Segnali positivi di cooperazione provengono altresì da Iraq e Iran, che hanno concordato sulla ripresa del dialogo a beneficio della stabilità regionale. Ciò è stato affermato anche dal Primo Ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi durante la visita al principe Mohammed bin Salman lo scorso giugno, nel corso del quale è stata ribadita la volontà di riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, data l’interruzione dei rapporti che perdurava dal 2016. Grazie alla mediazione irachena (finora portata avanti senza successo), i due Stati leader delle correnti sunnita e sciita hanno dunque aderito a riprendere il dialogo, apportando un’importante svolta strategica rispetto alle politiche regionali precedenti.

In questo clima positivo si inserisce, dunque, anche la visita del Presidente iraniano Raisi a Teheran nel giugno scorso, nella quale egli e il Primo Ministro Kadhimi si sono impegnati a sostenere l’armistizio in Yemen e lavorare fattivamente a favore della pace regionale. I rappresentanti dei governi iracheno e iraniano hanno raggiunto un accordo politico di collaborazione volto a una maggiore efficacia degli interventi a livello regionale e internazionale, con la speranza e l’obiettivo di favorire una stabilità duratura nella regione e rafforzare l’influenza dei due Paesi sulle questioni territorialmente circoscritte e di portata transnazionale tramite azioni cooperative.

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