Macedonia del Nord e Albania nell’UE: la crescente politicizzazione dell’allargamento

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L’avvio dei negoziati con l’Albania e la Macedonia si apre sull’onda di una continua politicizzazione della strategia di allargamento dell’Unione.

Il 19 luglio scorso, dopo un lunghissimo periodo di stallo, sono stati finalmente avviati i negoziati con Macedonia del Nord e Albania, candidati all’adesione all’UE rispettivamente dal 2005 e dal 2014. “È il vostro successo e dei vostri cittadini, avete dimostrato resistenza ai nostri valori comuni e fede in quelli dell’accesso all’Unione”, sono state le parole della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, inaugurando la giornata “storica” per l’UE e per i due Paesi balcanici.

L’iter altalenante del processo dell’allargamento

La buona notizia è arrivata dopo quasi vent’anni di temporeggiamenti nell’avvio dei negoziati di adesione dei due Stati, considerati i candidati più “europeizzati” e più avanzati nei progressi di allineamento agli standard economici, politici e democratici europei. Nonostante le numerose riforme attuate nell’ordinamento interno, il loro percorso verso l’UE è stato segnato da continui blocchi all’interno del Consiglio dell’UE. 

All’inizio era stata la Grecia, la quale per vent’anni è stata frenata da una lunga contesa con la Macedonia per la questione del nome, convertito successivamente in Macedonia del Nord per venire incontro allo Stato membro dell’UE. Nel 2019 è stato il turno della Francia, la quale, durante il Consiglio europeo del 17-18 ottobre, ha bloccato assieme a Danimarca e Paesi Bassi l’avvio dei negoziati di adesione per entrambi gli Stati. Le argomentazioni della Francia si basavano ufficialmente sulla presunta inadeguatezza delle regole dell’allargamento e la necessità di una riforma del processo. Tuttavia, c’è chi ha sostenuto che il vero motivo derivasse dalle dinamiche della politica interna francese: data la diminuzione del consenso a nuovi allargamenti verso est registrata dai sondaggi francesi, il partito di governo del presidente francese Emmanuel Macron, già a partire dal 2017 e ancor prima delle elezioni del Parlamento europeo del 2019, si era dimostrato riluttante al discorso dell’allargamento per evitare di indebolire la propria popolarità. Nel Consiglio dell’UE di novembre del 2020 anche la Bulgaria si è affiancata con un ulteriore veto, prolungato fino al 2022, contestando l’identità macedone ed esigendo che Skopje riconosca che la propria lingua e cultura siano in realtà di origini bulgare.

Le continue interruzioni nell’iter dell’allargamento hanno avuto sicuramente un effetto sulle aspettative a lungo termine della Macedonia del Nord e dell’Albania. Non a caso, il 21 dicembre 2021 entrambi hanno firmato l’accordo Open Balkan con la Serbia, per instaurare una sorta di mercato unico tra i Paesi balcanici, nella prospettiva che l’ingresso in quello dell’Unione sarebbe stato ancora lontano. E infatti, proprio nel pieno della crisi ucraina e della necessità di consolidare una forte alleanza con il vicinato, la Bulgaria ha reiterato il suo veto all’ingresso della Macedonia del Nord: stavolta, motivo della negazione era la richiesta da parte del governo bulgaro di un riconoscimento formale nella Costituzione macedone dell’esistenza di una minoranza bulgara presente sul territorio contestato.

A sbloccare la situazione è stato il Consiglio dell’UE che, a seguito dell’accettazione del compromesso tra Macedonia del Nord e Bulgaria sull’oggetto della disputa, si è riunito il 19 luglio e ha deciso di avviare i negoziati di adesione. Il Commissario europeo per l’allargamento Olivér Várhelyi ha dichiarato che “adesso possiamo andare avanti nel processo di adesione dei due Paesi”, poiché “c’è molta più apertura verso nuovi Stati membri”, ribadendo però “che dovranno dimostrare di avere tutti i requisiti”. 

La politicizzazione della strategia UE di allargamento 

Sicuramente, il cedimento alle richieste bulgare, dimostrazione dell’estrema volontà macedone di far parte dell’UE, è stato un tassello fondamentale per sbloccare l’impasse dei due paesi. Un ostacolo che, ancora una volta, si rivela essere non l’inadempimento ad uno dei tre criteri di Copenhagen del 1993 – la presenza di istituzioni democratiche, il modello di economia di mercato e la capacità di accettare gli obblighi derivanti dall’adesione -, bensì una questione di natura fondamentalmente politica e bilaterale. 

Al contempo, la situazione nei Balcani è stata molto condizionata da un fattore interveniente esterno: lo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 ha svolto indirettamente una funzione catalizzatrice per sbloccare la politica di allargamento, dimostrandosi anche un banco di prova dell’estesa politicizzazione del processo. Lo sblocco dei veti dai negoziati con la Macedonia del Nord e Albania è avvenuto pochi giorni dopo il riconoscimento di Ucraina e Moldova come candidate all’adesione durante il Consiglio europeo del 23 giugno scorso. Questa decisione è arrivata dopo soli quattro mesi dalla presentazione da tale richiesta da parte dell’Ucraina e cinque giorni dalla raccomandazione della Commissione di garantirle lo status di candidata. Un iter molto velocizzato, se paragonato alla lunga attesa dei governi albanese e macedone, nonostante i pareri positivi della Commissione per l’avvio dei negoziati fin dal 2018.

La necessità di stringere ancora di più i legami con il vicinato per arginare la Russia ha acuito l’entusiasmo europeo verso i Balcani e il Caucaso, accelerando il processo in un lasso di tempo record. Se da un lato ciò ha in qualche in modo influito nell’attuale ottimismo verso l’adesione Albania e Macedonia del Nord, dall’altro l’iter utilizzato per l’Ucraina rischia di trasformare nella prassi la politica di allargamento in uno strumento geopolitico, invece che una procedura tecnica di allineamento agli standard europei.  Ciò a scapito invece degli sforzi che gli altri paesi dei Balcani stanno compiendo affinché l’UE non sia solo una promessa mancata dal vertice di Salonicco del 2003. 

Addirittura, ha destato diverse reazioni la proposta di Macron di creare una comunità politica europea, ossia formare una “piattaforma di collaborazione”, secondo la formula usata a Bruxelles, che permetterebbe di associare all’Unione i paesi che non sono ancora in grado di aderire all’UE. L’idea per alcuni rappresenta un vagone di seconda classe del treno europeo, a cui si accoderebbero Paesi, precedentemente considerati “potenziali candidati”, come Kosovo e Bosnia e Erzegovina, mentre per altri costituirebbe una soluzione immediata, per quanto limitata, a problemi che l’allargamento risolverebbe solo a lungo termine.

Questo carattere geopolitico non fa altro che minare la figura dell’UE stessa del processo di allargamento e alimentare la sfiducia dei candidati nel progetto europeo. Già a fine giugno con l’ultimo veto Bulgaro, il primo ministro macedone Dimitar Kovačevski aveva definito questa interruzione un “un duro colpo per la credibilità dell’Unione europea” e lo stallo macedone “una perdita di tempo”. Dal canto suo, il premier albanese Edi Rama invece, riguardo all’accettazione della candidatura dell’Ucraina, ha commentato invitando lo Stato “a non farsi troppe illusioni”.

Dal punto di vista dell’opinione pubblica dei due Paesi balcanici, sono stati rilevati dei dati contrastanti in merito al calo della fiducia nel progetto europeo. Da un lato, il consenso per la candidatura all’UE è rimasto maggioritario in entrambi gli Stati: secondo un sondaggio di European Western Balkans, nel 2021 le preferenze sono rimaste altissime in Albania al 94%, mentre in Macedonia del Nord si attesta al 79%. Tuttavia, è vero anche che, secondo altri dati, il sostegno pubblico all’adesione all’UE nella Macedonia settentrionale era già in graduale calo da oltre un decennio, rispetto ai livelli iniziali, e che almeno un terzo della popolazione teme che lo Stato non entrerà mai a far parte dell’UE.

Con questo nuovo semaforo verde per la Macedonia del Nord e l’Albania, sono due le linee guida che l’UE potrebbe seguire per rimanere un attore politico credibile nel vicinato e mantenere una politica di allargamento coerente. Innanzitutto, è necessario che essa non manchi le proprie promesse, sia nei Balcani che in Ucraina, che non retroceda nelle sue posizioni e che la procedura rimanga sottoposta a una valutazione tecnica e oggettiva per tutti i candidati. Infine, se la politicizzazione di una politica strettamente intergovernativa è inevitabile, l’Unione deve essere consapevole che permettere alla penisola Balcanica di allontanarsi ulteriormente sarebbe del tutto controproducente e un errore irreversibile nel contesto geopolitico attuale. 

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