La Turchia: una cara alleata 

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Fonte Immagine: Ambasciata d’Italia Ankara

La Turchia ha saputo ritagliarsi con maestria un ruolo di primo piano sulla scena politica mondiale, divenendo un partner strategico e capace di dialogare con tutti i protagonisti del sistema internazionale. L’Italia è uno dei suoi alleati principali, poiché condividono molti dossier rilevanti, come quello migratorio ed energetico. Tuttavia, essere alleati con il governo turco significa saper accettare compromessi difficili per ottenere vantaggi considerevoli.   

Il 5 luglio scorso, ad Ankara, l’ex Premier italiano Mario Draghi ha incontrato il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan in occasione del terzo vertice intergovernativo Italia-Turchia. L’incontro è stato considerato un segnale di distensione delle relazioni tra i due paesi, le quali erano diventate tese dopo che Draghi aveva definito il politico turco un dittatore.  

Le relazioni bilaterali tra l’Italia e la Turchia sono antichissime: per secoli, ci fu un intenso scambio culturale, commerciale e linguistico con la Serenissima Repubblica di Venezia; durante il Medioevo si stabilì in questo paese la più antica colonia italiana al mondo, ossia gli Italiani del Levante che sono oggi ben integrati nella comunità turca. 

I legami tra i due paesi si sono consolidati con il passare del tempo in diversi ambiti. Innanzitutto, la comune appartenenza all’identità mediterranea rende prioritario collaborare affinché l’area del Mediterraneo diventi stabile e prospera. Di conseguenza, il dialogo verte su temi specifici come la questione migratoria, centrale ogni volta che si parla dell’importanza strategica della Turchia sul piano internazionale; la tutela dell’ambiente marino e lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi. A tal proposito, è opportuno evidenziare come la Turchia rappresenti per l’Italia un fondamentale partner energetico, poiché il gasdotto Tanap (Trans-Anatolian Pipeline) è la terza rotta italiana di approvvigionamento di gas.

La Turchia è il primo partner italiano nella regione MENA, quindi i rapporti sono destinati ad intensificarsi dal punto di vista economico e commerciale, come ribadito anche durante questa visita. Secondo le stime, nel 2021, l’interscambio reciproco è stato pari a 19,4 miliardi di euro; le esportazioni italiane sono state 9,5 miliardi e gli investimenti sono equivalsi a circa 6 miliardi di dollari.   

Il recente vertice ha rispecchiato le reciproche esigenze nazionali di rafforzare quanto più possibile una cooperazione, che si è rivelata essere proficua per entrambi gli alleati. Infatti, la Turchia necessita dell’appoggio italiano per il suo processo di adesione all’Unione Europea e l’Italia continua a beneficiare di un solido sbocco commerciale su cui fare affidamento anche per un controllo serrato dei flussi migratori. 

In particolare, l’incontro bilaterale si è concluso con la firma di nove accordi, che trattano i temi di cui si è parlato finora: una partnership in materia di difesa ed esteri, di sviluppo sostenibile, di sostegno alle imprese, di energia, di ricerca scientifica e di gestione dell’immigrazione, che deve essere umana ed efficace.

La visita ufficiale è stata un’occasione per ribadire la mutua condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e l’impegno nel ricercare una soluzione negoziale per porre fine alle ostilità. In questo scenario, la Turchia ha saputo ritagliarsi un ruolo da protagonista, confermando la sua crescente importanza come interlocutore regionale e internazionale. Infatti, il governo turco ha mediato con successo con la Russia affinché si raggiungesse un accordo per sbloccare le tonnellate di grano bloccate dai russi nei porti ucraini, così da scongiurare una grave crisi alimentare, già accentuata dal cambiamento climatico.    

Grande assente di questo bilaterale è stata la questione dei diritti umani, solo accennata dall’ex Premier Draghi, che ha sottolineato quanto sia importante assicurarne il rispetto e ha invitato l’alleato a rientrare nella Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, da cui la Turchia si era ritirata nel 2021. Come si evince dalla dichiarazione congiunta, nessuna pressione è stata esercitata sul governo turco affinché si apportino migliorie nel contesto nazionale con riguardo alla tutela dei diritti umani, sistematicamente violati, preferendo dare prelazione ai vantaggi economici, commerciali, difensivi ed energetici.  

L’alleanza con la Turchia non è indispensabile solo per l’Italia, ma anche per l’Unione Europea e per la Nato, di cui è membro dal 1952. Ma perché il paese anatolico è così importante nelle relazioni internazionali, tanto da spingere gli alleati occidentali ad accettare dei compromessi, talvolta scomodi?

L’importanza strategica della Turchia 

La Turchia, oggi, spronata dalla sua ambizione di leadership come potenza regionale e dalla sua necessità di perseguire precisi interessi geostrategici, securitari, energetici ed economici, è uno degli attori più dinamici dello scenario internazionale. La propria collocazione geopolitica ha contribuito positivamente all’ascesa turca, dato che la posiziona al centro di uno degli scacchieri regionali più importanti dell’era post-bipolare, ossia l’ampia area che comprende Mar Nero, Mediterraneo Orientale, Medio Oriente, Caucaso ed Asia centrale. In altre parole, il suo essere un collegamento diretto tra Occidente e Oriente gioca a suo favore nell’elevarla ad interlocutore privilegiato.

Il governo turco, per soddisfare le proprie mire di egemonia regionale, investe le sue risorse diplomatiche ed economiche per la costruzione e il rafforzamento di legami bilaterali e multilaterali con una vasta gamma di partner differenti tra loro. Infatti, dialoga contemporaneamente con le Repubbliche caucasiche, centro asiatiche, con i paesi africani e mediorientali, con gli alleati Nato ed europei, e con la Russia soprattutto in merito alla cooperazione energetica e di sicurezza. Questa capacità di dialogo è stata saggiamente sfruttata da Erdoğan per rendersi indispensabile ai suoi alleati nella ricerca di contatto con realtà talvolta ostili nelle relazioni internazionali.   

A causa dell’attuale instabilità regionale e di un sistema internazionale in costante trasformazione, la Turchia si impegna come power broker regionale, capace di mediare e risolvere le dispute e i conflitti locali. Pertanto, destina una parte cospicua delle sue risorse nazionali all’industria militare e di difesa, accrescendo così la sua credibilità come paese a cui chiedere supporto militare. 

Questo nuovo scenario internazionale ha causato un profondo cambiamento della politica estera turca. Inizialmente, essa si è ispirata al principio “zero problemi con i vicini, che si concretizza nell’utilizzare il soft power nella ricerca di pace e stabilità. Invece, attualmente, il governo di Erdoğan adotta una politica interventista e militarizzata che combina soft power religioso, culturale e commerciale con hard power. A tal proposito, emblematico è l’intervento militare turco in Siria per neutralizzare la presenza lungo il confine meridionale delle Unità di protezione popolare (YPG), percepite da Ankara come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Con l’ascesa al potere dell’AKP guidato da Erdoğan, la Turchia privilegia una politica estera pragmatica, il cui obiettivo è da una parte tutelare gli interessi e la sicurezza nazionali attraverso la stabilizzazione regionale (Dottrina della Profondità Strategica), dall’altra fare della Turchia un alfiere del mondo musulmano che riscopre la centralità dell’Islam come fattore aggregante.

Questo nuovo corso di politica estera ha causato un isolamento regionale della Turchia dai suoi tradizionali alleati. Ad esempio, il crescente sostegno alla Fratellanza Musulmana aveva deteriorato i rapporti con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oppositori del movimento, d’altra parte aveva rinforzato quelli con il Qatar “in quella che fino a ora si è configurata come una politica “win-win per entrambi: sostegno militare turco al piccolo emirato da un lato, capitali qatarini all’economia turca in affanno dall’altro”. In tempi recenti, Turchia e Qatar si stanno impegnando per normalizzare i rapporti con questi paesi alla ricerca della stabilità regionale.    

Una cara alleanza 

Grazie al suo protagonismo regionale e alle sue spiccate abilità ad interloquire con tutti, l’alleanza con la Turchia appare ineluttabile per l’Occidente, ma non è comunque esente da ambiguità e prezzi da pagare per preservarla. 

Recenti scelte di politica estera hanno incrinato i rapporti con l’Alleanza Atlantica, già messa in bilico da una pluralità di ragioni, come l’appoggio statunitense alle milizie curde. Pertanto, la Turchia ha iniziato a volgere lo sguardo verso l’Asia e, in particolare, verso la Russia. 

Con la regione asiatica, la Turchia vuole instaurare una partnership strategica in ambito economico, commerciale e militare, divenendo anche dialogue partner della Shangai Cooperation Organization, considerata dall’Occidente come un possibile blocco difensivo anti-occidentale.  

Ma è l’avvicinamento alla Russia ciò che preoccupa maggiormente. Il crescente risentimento verso i propri alleati atlantici ha fatto da collante tra Ankara e Mosca, che condividono un’affinità di vedute sul piano politico e dell’evoluzione del sistema internazionale. La loro cooperazione è solida in termini economici, energetici, politici e, recentemente, anche militari con l’acquisto di missili russi S-400 che ha provocato le sanzioni statunitensi. 

Per quanto Russia e Turchia abbiano appianato le loro divergenze, le loro relazioni sono ben lontane dall’essere simmetriche e strutturate con leggero sollievo della Nato, ben consapevole di non poter fare a meno del paese anatolico nonostante tutto. Infatti, i rapporti Turchia-Nato sono caratterizzati dalla cosiddetta alliance dependecy, cioè entrambe sono indispensabili l’una all’altra per la propria sopravvivenza.

Ankara ha ben chiaro quanto sia rilevante negli equilibri mondiali, quindi non ha paura di avanzare pretese pur di conseguire risultati fondamentali per la propria sicurezza nazionale. Un esempio recente è il “baratto” verificatosi per permettere alla Svezia e alla Finlandia di aderire alla Nato: il Presidente turco è stato favorevole solo in cambio della fine del loro sostegno agli indipendentisti curdi e dell’embargo nel campo della difesa.

Il “ricatto” privilegiato da Erdoğan è quello dei migranti. Dopo un periodo di forti tensioni, Unione Europea e Turchia hanno ripreso la via del dialogo e della cooperazione su vari dossier strategici, come quello della migrazione. In relazione a questo tema, ricordiamo la Dichiarazione congiunta del 18 marzo 2016, in base alla quale il controllo delle frontiere europee viene affidato ad un paese terzo che si impegna nel contenere il flusso migratorio in cambio di aiuto economico, riapertura del processo di adesione e liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. Tuttavia, pur avendo registrato risultati positivi nella riduzione migratoria, l’accordo è stato oggetto di critiche da parte turca perché l’UE non ha saputo mantenere gli impegni presi, facendo ricadere tutti gli oneri sulla Turchia stessa. Per tale motivo, Ankara ricorre all’arma politica dei migranti per esercitare pressioni sull’Unione e ricordare chi detiene il coltello dalla parte del manico su questo tema.

È evidente quanto la Turchia sia indispensabile nello scenario mondiale, quindi, pur chiedendo a gran voce il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, allo stesso tempo si è disposti a guardare dall’altra parte per i propri interessi geopolitici ed economico-commerciali. 

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