Conferenza di Vienna: verso un disarmo nucleare generalizzato e totale?

15 mins read
Fonte Immagine: https://www.icanw.org/1msp_declaration_and_action_plan_adopted

Il 23 giugno si è conclusa la Prima Conferenza degli Stati Parte del TPNW con l’approvazione di una Dichiarazione e di un Piano di Azione per la messa al bando delle Armi Nucleari. Quali sono le azioni che questi Stati vogliono mettere in campo per attuare il Trattato?

Dal 21 al 23 giugno 2022 si è tenuta a Vienna la prima Conferenza degli Stati Parte del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), con la partecipazione di 83 Stati. Il Trattato era entrato in vigore il 22 gennaio 2021, ma a causa della pandemia da coronavirus la prima conferenza degli Stati Parte è stata a lungo rimandata. In questa occasione gli Stati aderenti al Trattato, gli Stati non aderenti che hanno partecipato come osservatori, organizzazioni internazionali – quali la Croce Rossa e ICAN –, insieme ai rappresentati di diversi gruppi della società civile si sono riuniti per delineare delle linee guida con l’obiettivo di universalizzare il Trattato. La conferenza ha portato all’adozione della Dichiarazione di Vienna e del Piano d’Azione di Vienna. Questi due documenti hanno come obiettivo la costruzione di una norma internazionale che porti al bando delle armi nucleari, passando per una condanna pubblica, etica e morale non solo dell’utilizzo di queste armi ma dello stesso possesso.

Analizzando la Dichiarazione emergono molte somiglianze con il Preambolo dello stesso Trattato di Proibizione in quanto si richiamano i principi del disarmo umanitario e si sottolineano nuovamente le terribili conseguenze di una guerra nucleare: “the risks posed to all humanity by the existence of nuclear weapons are, thus, so grave that immediate action is needed to achieve a world without nuclear weapons. This is the only way to guarantee that they are never used again, under any circumstances. We cannot afford to wait” (Dichiarazione di Vienna, p.2). 

Nel testo gli Stati dichiarano che “any use or threat of use of nuclear weapons is a violation of international law, including the Charter of the United Nations”, tuttavia la sentenza dell’8 luglio 1996 sull’uso delle armi nucleari della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’impiego di tali armamenti è contrario ai principi del diritto internazionale umanitario e costituisce una violazione dei diritti umani, in particolare del diritto alla vita, ma ci possono essere dei casi in cui l’uso di armi nucleari, nonostante il loro impatto sulla vita e la salute, può risultare proporzionato al pericolo a cui è sottoposto lo Stato che le utilizza ed è quindi lecito. Gli Stati Parte del TPNW, al contrario, ritengono che in nessuna circostanza l’utilizzo di armamenti nucleari possa essere giustificato e ne dichiarano apertamente l’illiceità.

All’interno della Dichiarazione vengono criticati apertamente gli Stati non nucleari che ospitano armamenti nucleari – tra questi gli Stati parte del sistema di nuclear sharing quali Italia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Turchia. Viene riconosciuto come questa particolare forma di proliferazione orizzontale aumenti l’instabilità e il rischio di un conflitto esacerbando la possibilità che gli armamenti nucleari vengano utilizzati. Questa preoccupazione è frutto anche dei recenti sviluppi geopolitici, del conflitto in Ucraina e della volontà di Mosca di trasferire le sue armi agli Stati alleati. Inoltre, vengono denunciate le enormi spese, sostenute dagli Stati nucleari, di mantenimento degli arsenali e di come queste ricchezze potrebbero essere “better utilized for sustainable development”.

Nella Dichiarazione gli Stati Parte affrontano anche una questione chiave, che è stata fonte di numerose critiche: il rapporto tra TPNW e TNP (Trattato di Non Proliferazione del 1968). Questo secondo Trattato costituisce la pietra miliare del disarmo nucleare e della non proliferazione. Data l’entrata in vigore del TPNW si temeva che gli Stati aderenti si sarebbero ritirati dal TNP per rafforzarne la messa al bando, generando così la fine dello stesso Trattato. Questa preoccupazione emerge se andiamo ad analizzare le dichiarazioni degli Stati che hanno partecipato come osservatori, quali Germania, Svezia, Norvegia e Paesi Bassi. Nella Dichiarazione viene invece rimarcata la complementarietà dei due tratti: il TNP viene riconosciuto come “the cornerstone of the disarmament and nonproliferation regime” (ivi, p.3) ma allo stesso tempo viene sottolineata la necessità di implementare l’articolo VI del TNP che stabilisce che “ciascuna Parte si impegna a concludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare, come pure per un trattato sul disarmo generale e completo sotto stretto ed efficace controllo internazionale”. 

Nelle conclusioni del documento gli Stati sottolineano come non si facciano illusioni sulle sfide e sugli ostacoli che li attendono per realizzare gli obiettivi del Trattato, ma si dichiarano ottimisti e determinati. “In the face of the catastrophic risks posed by nuclear weapons and in the interest of the very survival of humanity, we cannot do otherwise. (…) We will not rest until the last state has joined the Treaty, the last warhead has been dismantled and destroyed and nuclear weapons have been totally eliminated from the Earth.”(ivi, p.4). 

Assieme alla Dichiarazione, gli Stati Parte hanno anche sottoscritto il Piano d’Azione, diviso in 50 punti e che ha come obiettivi l’individuazione di azioni concrete che gli Stati possono intraprendere e la divisione delle responsabilità per l’effettiva applicazione del Trattato. Il Piano si divide in sei sezioni. La prima riguarda l’implementazione dell’art. XII sull’universalizzazione del Trattato: il piano prevede di diversificare gli approcci tenendo conto dei differenti status degli Stati non aderenti – nucleari, non, ospitanti armamenti o parte di zone libere da armi nucleari, etc. In primo luogo, si vuole spingere gli Stati a aderire alle risoluzioni dell’Assemblea Generale sul disarmo nucleare che vanno verso la messa al bando di queste armi. Si sottolinea come il coinvolgimento di nuovi stati debba passare per la diplomazia e il coordinamento con la società civile, sia a livello internazionale, che regionale e nazionale. Nell’instaurare un dialogo con gli Stati non parte del Trattato si vuole far leva sulle conseguenze umanitarie di tali armamenti, più che su altri tipi di considerazioni. 

La seconda sezione riguarda l’art. IV sull’eliminazione delle armi. Grazie ai documenti prodotti dalle commissioni preparatorie alla Conferenza si è stabilito che gli Stati nucleari hanno 10 anni dall’adesione al Trattato per eliminare tutti gli arsenali, mentre gli stati ospitanti 90 giorni per ritirare le armi. Inoltre, è stata ripresa la proposta, già contenuta nel TPNW all’art. IV, c. 6, di istituire un’autorità internazionale con mandato per negoziare l’adesione degli Stati e verificare il rispetto delle norme. 

La terza sezione riguarda l’assistenza alle vittime, all’ambiente e la cooperazione e assistenza internazionale, priorità stabilite agli artt. VI e VII. È stata prevista la creazione di un fondo fiduciario per l’assistenza alle vittime che si aggiungerà ai fondi degli Stati Parte non colpiti dagli esperimenti nucleari o dalle detonazioni di guerra, e delle organizzazioni internazionali. Gli Stati colpiti dalle sperimentazioni nucleari sono Algeria (Stato firmatario), Australia, Isole Marshall, Kazakistan (Stato Parte), Kiribati (Stato Parte), Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. A questi vanno aggiunti il Giappone e gli Stati Nucleari che hanno effettuato test nei loro confini o nei territori di oltremare, come nel caso della Polinesia Francese. Un’altra area che è stata interessata dalle sperimentazioni è l’area del Pacifico, per cui anche i mari sono destinatari di queste norme. In questa fase è fondamentale il coinvolgimento delle vittime, a partire dagli hibakusha¸ ossia i sopravvissuti ad Hiroshima e Nagasaki.

La quarta sezione riguarda la costituzione di un gruppo scientifico di consulenza con il compito di produrre report e monitorare il Trattato. Questo gruppo dovrebbe essere composto da quindici membri divisi per genere e origine geografica. La quinta sezione, invece, riguarda il rapporto con gli altri Trattati ONU in materia di non-proliferazione e disarmo. Viene riaffermata la necessità di complementarità tra TNP e TPNW, così come la necessità che il Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari del 1996 entri in vigore. Viene anche privilegiata la cooperazione con l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e la CTBTO (Organizzazione per il Trattato di Messa al Bando Totale dei Test Nucleari). In questo piano viene sottolineato come le Zone Libere da Armi Nucleari[1] siano riconosciute come compatibili con il TNP e come il TPNW sia in sostanza la costruzione di una zona libera da armi nucleari a livello internazionale. 

Infine, l’ultima sezione riguarda i rapporti con la società civile, che ha avuto un ruolo attivo nell’entrata in vigore del Trattato, e sulle considerazioni di genere. Da ultimo, viene stabilito come il Trattato debba avere una struttura intersezionale: dai lavori preparatori sappiamo che sono stati proposti tre gruppi di lavoro. Il primo guidato da Sud Africa e Malesia sull’universalizzazione, il secondo guidato da Kiribati e Kazakistan sull’assistenza alle vittime, all’ambiente e la cooperazione e il terzo per l’implementazione dell’art.VI coordinato da Messico e Nuova Zelanda. 

La Conferenza di Vienna si è conclusa in una generale atmosfera di ottimismo, data anche l’adozione di questi due documenti. Questo ottimismo, tuttavia, non lo ritroviamo nelle dichiarazioni che gli Stati che hanno partecipato come osservatori hanno presentato. La Germania ha chiaramente affermato che “as a member to NATO – and as long as nuclear weapons exist, NATO will remain a nuclear Alliance – (…) Germany cannot accede to the TPNW, which would collide with our membership in NATO including nuclear deterrence” (Statement by Ambassador Rüdiger Bohn). Dichiarazioni simili sono state fatte dai Paesi Bassi, dalla Norvegia e dalla Svezia.

Ad oggi il TPNW non ha portato all’eliminazione di nessuna arma e questa è la principale critica che gli viene mossa. Se con questo programma gli Stati Parte riusciranno a far aderire nuovi Stati, il Trattato cambierebbe le relazioni internazionali e gli equilibri di potere in modi che ad oggi difficilmente è possibile prevedere. L’intera politica Atlantica si basa sulla deterrenza e l’eliminazione delle armi nucleari porterebbe ad una vera e propria rivoluzione delle relazioni internazionali. Se da un lato l’eliminazione di questi armamenti appare come una lunga strada tortuosa, dall’altro lato il rischio di proliferazione orizzontale aumenta di giorno in giorno[2]. Non essendoci più un equilibrio ‘del terrore’ e visto il passaggio sempre più evidente ad un sistema multipolare, si tratta di fare una scelta: l’eliminazione delle armi nucleari o la loro proliferazione, ma entrambe le opzioni cambieranno il sistema internazionale.


[1] Trattato di Tlatelolco per America Latina e Caraibi; Trattato di Rarotonga per il Pacifico del sud; Trattato di Bangkok per il sudest asiatico; Trattato di Pelindaba per l’Africa e il Trattato per l’Asia Centrale. 

[2] L’invasione dell’Ucraina e la minaccia di uso delle armi nucleari, la recente dichiarazione del governo di Teheran e l’espansione dell’arsenale cinese ne sono alcuni esempi.

Latest from LAW & RIGHTS