IL SUMMIT DELLE AMERICHE ED IL SUO NAUFRAGARE

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Fonte Immagine: https://www.thedialogue.org/analysis/will-the-summit-of-the-americas-lead-to-lasting-change/

Lo scorso giugno si è tenuto il Summit delle Americhe. Dalle aspettative bassissime, il vertice non ha fatto altro che confermare le difficoltà statunitensi nell’area, nonostante progetti ed iniziative interessanti.

Dal 6 al 10 giugno scorso si è tenuto il il nono Summit delle Americhe a Los Angeles. Istituito dal Presidente Clinton nel 1994, l’iniziativa nasceva con l’obiettivo di rafforzare la presenza statunitense nel continente. Dal primo vertice del 1994 a Miami, nacque il progetto dell’Area di libero scambio delle Americhe (Free Trade Area of the Americas) e furono alimentate grandi aspettative su un nuovo e diverso capitolo delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina. 

A distanza di ventotto anni, quando i progetti, relazioni, volontà e situazioni erano diverse, il summit ha deluso praticamente ogni aspettativa. Il preludio di un incontro proficuo, di unità d’intenti, della possibilità remota di rialzare un progetto ormai alla deriva, erano già stati sotterrati nel 2018 col precedente incontro a Lima, quando l’allora Presidente Donald Trump che non prese parte all’evento. Questa edizione in programma negli Stati Uniti ha avuto simili condizioni fallimentari già alla vigilia, accompagnata da molteplici polemiche in seguito alla decisione di Biden di escludere Cuba. Nicaragua e Venezuela, in quanto ritenuti dall’Amministrazione statunitense non democratici. Punto, la democrazia, sul quale Biden ha l’accento nel discorso di apertura e sull’identificazione delle Americhe come comunità di stati democratici riuniti dalla Inter-American Democratic Charter. A cascata, il Presidente del Messico López Obrador ha boicottato l’evento, mentre i leader di Honduras con Xiomara Castro, Guatemala, El Salvador e Bolivia hanno deciso di non presentarsi, mandando delegazioni di secondo piano al Summit. 

Queste disastrose premesse erano solo il preludio ad un Summit pressoché inutile se non oggetto che ha rimarcato la frammentazione e situazione confusa e travagliata del continente intero, dove gli Stati Uniti dovrebbero essere e sono percepiti attore principale.

Le numerose defezioni sono state un duro colpo, oltre che all’immagine e credibilità del summit emisferico, anche per Washington. Infatti Joe Biden pensava e sperava che l’incontro potesse essere l’occasione per trattare in maniera coesa ed importante il tema immigrazione. Non a caso qualche mese prima la Vicepresidente Harris aveva lanciato il programma Central American Serice Corps (CASC), del valore di 50 milioni di dollari, progetto volto a dare e creare opportunità di formazione e lavoro per i giovani del Triangolo Norte, oltre che un nuovo pacchetto di investimenti da 2 miliardi per contrastare l’immigrazione illegale. Queste iniziative e temi sono stati però dibattuti in maniera molto minore e molto meno significativa, in quanto i presidenti di Triangolo Norte, ovvero Guatemala, Honduras, El Salvador e Messico non erano presenti. 

Chi invece era presente a Los Angeles era Alberto Fernández, nonostante i dubbi nei mesi precedenti ed aspre critiche verso gli Stati Uniti per le varie defezioni. Anche il Presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, nonostante gli evidenti attriti tra l’attuale inquilino della Casa Bianca e il Capo di Stato verde-oro. A chiudere le presenze va segnalato Ivan Duque, ormai ex Presidente colombiano, al fianco di Biden a rimarcare il rapporto bilaterale tra i due Paesi e Gabriel Boric su cui tutti hanno puntato gli occhi ed attenzioni.

Appurate le presenze e mancanze, il Summit ha comunque prodotto dei risultati. Sul tema già citato dell’immigrazione, nonostante le assenza di Paesi fondamentali sull’argomento, al vertice è stata firmata la Los Angeles Declaration on Migration and Protection, con cui i leader si impegnano a frenare l’immigrazione illegale, ad aiutare i Paesi che accolgono un gran numero di migranti, il tutto attraverso l’aumento dei finanziamenti ai paesi di origine, la definizione di nuovi meccanismi per la protezione temporanea e i permessi lavorativi, miglioramento delle procedure per le richieste d’asilo. Condizione imprescindibile di questa dichiarazione è ovviamente un approccio congiunto degli Stati americani.

Altra azione lanciata dagli Stati Uniti al vertice è stato l’Action Plan on Healt and Resilience in the Americas. Questo piano è indirizzato alla prevenzione e rafforzamento delle strutture e sistemi sanitari per prevenire future pandemie o situazioni di sanità gravi. 


Sul tema climatico ed ambientale invece Kamala Harris ha annunciato l’inizio della U.S. – Caribbean Partnership to Address the Climate Crisis 2030 (PACC 2030). Azione che intende crare una cooperazione e sfondo legislativo congiunto tra Washington e i paesi caraibici sul cambiamento climatico e sicurezza energetica. 

Infine l’ultimo piano esposto al Summit è stato l’Americas Partnership for Economic Prospery. L’iniziativa, di stampo ovviamente economico, si basa su alcuni punti chiave: rafforzamento delle istituzioni economiche regionali (la Inter-American Development Bank, in particolare) e mobilitazione di capitali privati diretti alla regione; miglioramento, diversificazione e bilanciamento delle catene produttive nella regione; miglioramento delle condizioni di vita tramite investimenti nel settore – tra gli altri – della salute, dell’istruzione, dell’anticorruzione; creazione di posti di lavoro nel settore delle energie pulite, avanzamento della decarbonizzazione, protezione della biodiversità; promozione di pratiche commerciale sostenibili, trasparenti, inclusive. Il progetto pare richiamare fortemente l’Indo-Pacific Economic Framework lanciato qualche mese prima da Tokyo.

In conclusione qualche progetto interessante è fuoriuscito da questo Summit delle Americhe, ma tutt’al più sono cose ancora da definire su più fronti, come cifre, meccanismi, finanziamenti, partecipanti ed adesioni. In definitiva le iniziative proposte rimangono sostanzialmente tali e chissà se mai diverranno reali. Le aspettative, già basse, sul vertice si sono confermate quindi tali, seguendo la scia degli incontri interamericani degli ultimi decenni.

Il vertice di Los Angeles ha sancito ancora di più che la reputazione ed influenza di Washington su tutto l’emisfero è in discesa. Dopo la parantesi Trump, Joe Biden ha tentato di ritrovare il dialogo con il Sud America, accorgendosi però che gran parte dei Paesi dell’area non erano più li ad aspettarlo, come invece accadeva in passato.

La frammentazione nella regione è una realtà, con la quale gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a fare i conti o quantomeno a cambiare il loro approccio in relazione ad essa. 

Nonostante un agenda comune e problemi condivisi, la mancanza di coesione e dialogo è un ostacolo al momento difficilissimo da superare.

Le colpe statunitensi sono molteplici. Negli ultimi vent’anni il Paese stelle e strisce ha progressivamente allentato il suo interesse verso l’area, con svariati Presidenti che hanno accentuato questo fenomeno. A ciò vanno aggiunti i problemi interni stessi degli USA, con una leadership politica traballante e che non è mai riuscita nell’ultimo decennio ad adattare le sue scelte ai differenti contesti e realtà dei Paesi latinoamericani. Su questo tema non erano mancate le critiche anche poco prima del Summit, quando tanti criticavano gli Stati Uniti per il grado di flessibilità con cui veniva applicato il criterio democratico nella conduzione dei rapporti internazionali. Con i Paesi Sud americani un approccio rigido e ferreo, mentre molto più flessibile con Stati extra-regionali ipoteticamente più strategici come l’Arabia Saudita.

Ma il declino dei rapporti tra emisfero Sud e Nord dell’America non è solo questione e colpa della Casa Bianca. L’America Latina oggi più che mai è in una fase di transito e cambiamento. La girandola di elezioni ha rimescolato nuovamente le carte e ridato al mondo una regione fortemente frammentata, incapace di riunirsi quando vi è da collaborare e rappresentare le istanze dell’intera regione. 

A beneficiare di questa situazione è stata quindi la Cina. L’influenza ed ascesa cinese nell’area Sud americana negli ultimi tempi è stata spaventosa e veemente. Laddove gli Stati Uniti hanno vacillato e dove gli investimenti sono mancati o diminuiti, Pechino prontamente ha riempito quel vuoto divenendo punto fermo per l’America Latina. I soli numeri danno l’idea di come la Cina sia prepotentemente entrata nell’area: il commercio tra Cina, Caraibi e America Latina è aumentato da 18 miliardi di dollari nel 2002 a quasi 449 miliardi di dollari nel 2021, diventando partenr principale di Brasile, Perù e Uruguay. 

Come se non bastasse ben 21 Paesi della regione hanno aderito alla Belt and Road Initiative, iniziativa cardine della politica estera cinese. 

Sono tante quindi le ragioni per gli Stati Uniti per provare a rilanciare il dialogo con l’America Latina, anche se è un’impresa tutt’altro che semplice. Ricostruire la fiducia e riprendere il ruolo predominante del passato sarà, se avverrà, un processo lungo. Il Summit delle Americhe che doveva forse essere il punto di svolta in cui questo processo doveva iniziare, non ha fatto altro che confermare le basse aspettative e rimarcare la perdita di influenza degli Stati Uniti, la frammentazione cronica dell’America Latina e l’ascesa della Cina nell’area.

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