COS’È E QUALI OBIETTIVI UNISCE IL NEONATO GRUPPO I2-U2 

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Lo scorso 14 luglio si è tenuto il primo summit del neonato gruppo I2-U2, composto da Israele, India, Usa ed Emirati Arabi Uniti (UAE). L’obiettivo è quello di instaurare un multilateralismo cooperativo nelle materie di energia, sicurezza idrica e alimentare, spazio e trasporti. 

In questa nuova fase delle relazioni internazionali, le prospettive di guadagno reciproco sembrano apparire interessanti e vantaggiose, e la nuova partnership avvicina culture e visioni politiche diverse ma non per questo non coniugabili nell’interesse geopolitico generale.  

La visione degli USA

Washington ha svariati interessi nell’instaurare tale impegno politico ed economico. In primis, riprendere e rafforzare le partnership e le alleanze in Medio Oriente, dopo un periodo di (seppur moderato) retrenchment. Gli Stati Uniti, in questa area, sono in cerca di partner affidabili e stabili, in grado di esercitare una guida regionale credibile, allineata alla visione americana. In questo, Israele e gli EAU[1], rappresentano il vecchio e il nuovo. I primi sono gli alleati storici degli USA, soprattutto in termini di difesa e sicurezza. I secondi sono il “nuovo acquisto” derivato dagli Accordi di Abramo del 2020, pronti a rappresentare un driver di innovazione e condivisione tecnologica nella penisola arabica. 

In questo nuovo spazio di cooperazione, l’avanguardia statunitense rappresenta il collante di tutti gli altri interessi che saranno protagonisti. Come accade sempre nelle relazioni internazionali, il Paese più grande offre beni e servizi, detta le linee guida programmatiche e in cambio riceve i dividendi. 

Dividendi che, in questo caso, permetterebbe agli USA di avere degli ottimi “delegati” nelle questioni di interesse in un’area strategica per ogni grande potenza. 

Gli asset israeliani 

Lo Stato ebraico è alla costante ricerca di sicurezza interna all’interno di un contesto geopolitico costantemente a rischio di deflagrazione, pertanto, partecipare a reti intergovernative in cui vi partecipano anche Stati arabi, può essere un fattore di normalizzazione, con il benestare di Washington a fungere da garante internazionale. Si veda, ad esempio, il recentissimo sviluppo delle relazioni con l’Arabia Saudita, mediato proprio dal Presidente Biden durante la sua visita diplomatica. 

Inoltre, Israele presta molta attenzione alle questioni legate all’approvvigionamento di acqua potabile e alla sicurezza alimentare, rese precarie dalla morfologia del territorio e dalle risorse interne messe a rischio dal cambiamento climatico. Tematica che lo accomuna all’India, la quale però, ha un potenziale agricolo e idrico nettamente superiore. 

Da parte sua, Israele ha molto da offrire in temi come lo spazio e l’innovazione tecnologica. Proprio l’India assorbe circa il 45% del suo export complessivo, proprio a dimostrazione che questo quadrangolare di Paesi rappresenta una vasta gamma di intersecazioni. 

Oltre ad esportare armi, Israele possiede un settore di alta tecnologia votato all’esportazione che è estremamente attraente per gli investitori internazionali di industrie private. Nel 2019, le società tecnologiche israeliane hanno raggiunto un record di 8,3 miliardi di dollari di finanziamenti in conto capitale. La maggior parte degli investimenti è andata alle società di intelligenza artificiale che hanno raccolto 3,7 miliardi di dollari e alle società di sicurezza informatica che hanno raccolto 1,88 miliardi di dollari.

Il coinvolgimento dell’India

Anche l’India sembra avere tutto da guadagnare dalla partecipazione a questa nuova partnership. Sicuramente ne beneficia la sempre più ambita autonomia globale, congiunta alla necessità sia di non soccombere alla Cina, sia di instaurare legami propri non legati a subordinazione internazionale. Il gigante demografico ha bisogno di stabilità e prosperità interna, la quale può essere resa fattibile soltanto grazie a ingenti investimenti e da acquisizione di know-howavanzato. 

Proprio pochi mesi fa, India ed EAU hanno stipulato un importante e unico accordo bilaterale in tema di cooperazione economica e commerciale. l’accordo fornirà alle aziende di Abu Dhabi uno status speciale; verranno infatti trattate alla pari delle aziende indiane nelle eventuali partecipazioni alle gare d’appalto del governo centrale. Agevolazione che rappresenta un unicum, poiché nessun altro Paese gode di questa concessione destinata all’India.

Come riporta il documento del partenariato, “le parti riconoscono l’importanza degli appalti pubblici nelle relazioni commerciali e fissano come obiettivo l’apertura effettiva, reciproca e graduale dei loro mercati degli appalti pubblici, al fine di massimizzare, tra l’altro, le opportunità competitive per i fornitori”. 

Da parte statunitense, invece, inserire l’India in una partnership esclusiva potrebbe essere letto come il tentativo di avvicinarla sempre di più politicamente e strategicamente. Si tratta pur sempre della più grande democrazia del mondo – perlomeno in termini numerici e definitori – e pertanto un terreno potenzialmente fertile in cui poter proiettare stabilità internazionale e stabilizzazione interna. 

Inoltre, nell’ultimo lustro, l’India è stata la prima importatrice mondiale di armi. Settore nel quale gli USA sono i primi nell’export e in cui Israele gioca un ruolo altrettanto da protagonista, come riportato sopra. 

Il ruolo degli EAU

Gli Emirati Arabi sono in rampa di lancio dal punto di vista economico e geopolitico, rinvigoriti – come detto – dagli Accordi di Abramo. Visti da Washington come un potenziale partner sempre più affidabile nel lungo termine, rappresentano un altro tassello nelle reclute americane per il Medio Oriente. 

Il Paese emiratino si presente come un importante sostenitore delle tematiche messe al centro di questo summit geopolitico. In materia di energia, gli EAU hanno già adottato misure per costruire le proprie credenziali ecologiche. Abu Dhabi ospita il quartier generale dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili e il fondo sovrano della città da 240 miliardi di dollari, Mubadala, ha investito pesantemente nel suo braccio di energie rinnovabili Masdar. 

La decisione potrebbe rafforzare l’offerta degli Emirati Arabi Uniti di ospitare la COP28. L’unico altro paese in lizza per ospitare i colloqui sul clima del 2023 è la Corea del Sud, che ha già un obiettivo zero.

L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere l’impatto zero al 2050, con un investimento attuale di circa 160 miliardi di dollari. 

Anche nel settore spaziale vi sono importanti questioni da sottolineare. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la creazione di un fondo pubblico da 820 milioni di dollari dedicato a questo comparto tecnologico. Il fondo sarà dedicato allo sviluppo di aziende e realtà private, favorendo la collaborazione con gli enti pubblici e il settore internazionale. L’obiettivo è far crescere il settore spaziale, in un Paese che attualmente dispone del programma più ambizioso, organizzato e finanziato di tutto il mondo arabo.

In seguito a questo breve quadro descrittivo, si deduce come i settori di cooperazione condivisi siano legati agli interessi di tutti i partner, in cui ogni rispettivo Paese si presenta come “cliente” e “fornitore”. 

Saranno interessanti gli sviluppi in termini di politiche di attuazione e di interscambio economico-commerciali a cui potremmo assistere nei prossimi mesi e anni. 

In termini geopolitici possiamo etichettare questa come una coalizione a matrice occidentale, sia per la guida statunitense, sia per un chiaro ruolo (anche) anti-iraniano ed infine per l’opposizione strategica che indirettamente riguarderà la Cina.


[1] Acronimo in italiano, quello usato precedentemente fa riferimento alla dicitura inglese

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