Biden d’Arabia e la Realpolitik mediorientale degli Stati Uniti

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Il viaggio di Joe Biden in Medio Oriente ha palesato lo iato tra le vocazioni morali-valoriali e gli imperativi strategici dell’informale impero americano. Biden si inserisce nel solco tracciato da Obama e Trump le cui amministrazioni hanno sposato una linea realista in Medio Oriente con l’accettazione delle caotiche dinamiche della regione e il rifiuto di intestarsi un (im)possibile tentativo di cambiarne la conflittuale natura geopolitica attraverso l’uso della forza militare come aveva provato a fare l’amministrazione di George W. Bush all’indomani dell’11 settembre in pieno revisionismo rivoluzionario messianico

Il tour mediorientale di Joe Biden

Il viaggio del presidente Biden in Medio Oriente ha seguito una fitta agenda di priorità e di obiettivi, dal rassicurare Gerusalemme sull’impegno americano a garantirne la sicurezza e la superiorità militare qualitativa nella regione e a negare la capacità nucleare all’Iran all’ottenere l’impegno di Riyadh ad espandere l’offerta di petrolio per calmierare i prezzi energetici che aggravano l’inflazione in Europa e negli States e a normalizzare i rapporti con gli israeliani in chiave anti-iraniana. Il “viaggio a Canossa” del presidente Biden per incontrare il “paria” Mohammed bin Salman (MbS), leader de facto dell’Arabia Saudita è stato la più cruda testimonianza dell’importanza della petromonarchia Saud per gli equilibri energetici mondiali e per quelli geopolitici regionali, dunque per gli interessi strategici americani.

Per quanto concerne il primo punto elencato, con la Dichiarazione di Gerusalemme gli Usa hanno voluto trasmettere agli apparati e alla politica israeliana un messaggio chiaro e cioè che il sostegno americano alla causa dello Stato Ebraico è bipartisan, non dipende dal colore politico dell’amministrazione di turno sebbene le ali estreme della politica americana, a destra e a sinistra, siano su posizioni opposte.

Gli Usa si sono impegnati a consegnare alle Forze di difesa israeliane (Idf) nuove batterie missilistiche per il sistema di difesa Iron Dome. Questo sarà presto affiancato dall’Iron Beam, nuovo sistema difensivo laser ad alta potenza in grado di schermare minacce (missili, razzi e droni) a medio raggio con il ricorso ad impulsi elettrici anziché ad intercettori missilistici. Il nuovo strumento d’arma promette di aumentare il potere d’interdizione israeliano contro le insidie aeree provenienti da Libano, Siria e Gaza. Di più. Gerusalemme sarebbe intenzionata a sfruttare la nuova arma come strumento di contrattazione geopolitica, seguendo un approccio già testato con droni e prodotti di cybersecurity. Il governo israeliano infatti sta cercando l’autorizzazione degli Usa (che probabilmente arriverà) per consegnare unità dell’Iron Beam non solo ai paesi arabi con cui ha ripristinato le relazioni diplomatiche (Emirati, Egitto, Giordania, Bahrain) ma anche al Qatar e all’Arabia Saudita. 

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Le Forze Armate israeliane desidererebbero anche vendere tecnologie di difesa missilistica ai paesi arabi del Golfo e inglobare questi all’interno del proprio ombrello di difesa missilistica. In linea con l’obiettivo statunitense di dar vita ad un sistema di difesa collettiva regionale guidato da Israele per bilanciare l’Iran, il cui programma missilistico è il più ampio ed avanzato nella regione dopo quello israeliano.

Permane tuttavia il franco disaccordo tattico tra Washington e Gerusalemme sul dossier più spinoso: come impedire alla Repubblica Islamica di dotarsi della Bomba? Gli americani insistono sulla soluzione diplomatica nonostante lo stallo negoziale rischi di uccidere la riproposizione del Jcpoa, soprattutto a causa dall’avanzamento del programma di arricchimento di uranio, vicino al punto di non ritorno. Gli israeliani, d’altro canto, ritengono imprescindibile mantenere una reale e credibile minaccia militare. Nell’ambito della c.d. “octopus strategy” (strategia del polpo) il Mossad ha recentemente esteso le sue attività clandestine contro l’Iran concentrandosi non solo sulle azioni di sabotaggio del programma nucleare mediante l’assassinio di scienziati ma anche su chirurgiche azioni mirate all’interno della Repubblica Islamica, in alcuni casi condotte da postazioni israeliane in Azerbaijan e nel Kurdistan iracheno, attraverso omicidi di alti esponenti dei pasdaran, azioni di guerra informatica e attacchi alle infrastrutture militari di Teheran e dei suoi delegati regionali in Iraq, Libano e Siria.

Lo scorso anno la Casa Bianca e il Pentagono avevano provato a rassicurare i rispettivi interlocutori israeliani facendo riferimento ad altre opzioni militari (vedi esercitazioni compiute da Israele per simulare attacchi agli impianti nucleari iraniani)[1] e/o di intelligence da adottare nel negoziato con l’Iran in caso di fallimento della diplomazia. Un piano B per mettere pressione ai negoziatori hardliner persiani e a potenziali mediatori come la Cina, per la quale uno scenario di escalation armata sarebbe estremamente dannoso considerati i suoi interessi energetici nell’altopiano iranico. 

Fonte: geopoliticalfutures.com

Tuttavia, al di là delle promesse e delle rassicurazioni gli Usa temono che la crescente aggressività israeliana verso Teheran sfoci in una escalation militare diretta tra i due primattori mediorientali con effetti destabilizzanti nell’intero quadrante geostrategico ricompreso tra Levante e Golfo, con il rischio di trascinare nuovamente la superpotenza in un pantano geopolitico mediorientale dal quale vuole disimpegnarsi militarmente. Un eventuale strike convenzionale condotto da Usa e Israele con bombardamenti sui siti nucleari iraniani avrebbe un effetto di breve termine. Aumenterebbe il tempo di breakout da mesi ad anni (2-5 anni) ma nel lungo termine incentiverebbe vieppiù i persiani a puntare il tutto per tutto sull’arma nucleare come assicurazione sulla vita, sfruttando i siti segreti e quelli sopravvissuti agli attacchi per continuare a sviluppare il programma nucleare e l’arricchimento dell’uranio. Inoltre l’Iran scatenerebbe i suoi proxies attaccando le truppe Usa nella regione e azionando i suoi missili contro Israele e gli arabi del Golfo. 

Strettamente connesso alla sfida geopolitica Israele-Iran è l’altro pilastro portante della diplomazia bideniana in Medio Oriente, in prosecuzione di quella trumpiana. La spinta per una maggiore integrazione politico-militare e tecnologica-economica fra Israele e Arabia Saudita in chiave anti-persiana, il cui primo passo pubblico è stato lo stabilimento delle connessioni aeree dirette tra lo Stato Ebraico e il Regno saudita con l’apertura dello spazio aereo saudita a tutti i voli civili israeliani – in precedenza erano consentiti solo i voli diretti da Israele verso Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Seguiranno iniziative in campo economico, energetico e militare che dovrebbero portare al riconoscimento diplomatico saudita di Israele quando MbS salirà sul trono Saud.

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Per incentivare una normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita gli Usa hanno mediato gli sforzi di sauditi, israeliani ed egiziani per attuare l’accordo geopolitico raggiunto tra Riyadh e Il Cairo nel 2018 per il trasferimento della sovranità dall’Egitto all’Arabia Saudita delle strategiche isole di Tīrān e Sanafir, situate nel Mar Rosso. Concesse dai sauditi al paese dei Faraoni nel 1950, occupate dagli israeliani nel 1967 quindi restituite agli egiziani nel 1982 dopo gli accordi di pace israelo-egiziani di Camp-David del 1979 mediati dall’amministrazione di Jimmy Carter, le due isole hanno una posizione altamente strategica perché costituiscono le chiavi di accesso allo Stretto di Tīrān, strettoia marittima che collega il porto giordano di Aqaba in Giordania alla città portuale di Eilat (Israele). Via marittima strategica in quanto dona ad Israele un accesso oceanico via Mar Rosso e Bāb al-Mandab alternativo in caso di chiusura di Suez – scenario già conosciuto dagli israeliani con il blocco egiziano di Suez nel 1948 e la crisi del 1956, quando il presidente Nasser chiuse gli Stretti di Tīrān spingendo Israele ad inviare soldati nel Sinai.

Il principale ostacolo all’attuazione dell’accordo saudita-egiziano atteneva al via libera che Israele avrebbe dovuto rilasciare ai sensi del trattato di pace israelo-egiziano del 1979 che richiedeva la presenza di osservatori internazionali nelle isole. Il semaforo verde israeliano è arrivato con la mediazione americana. Washington ha promesso ai sauditi di ritirare dall’isola le sue truppe mascherate da contingenti multinazionali che verranno trasferite nell’alto Sinai. In cambio Riyadh si impegna a mantenere la libertà di navigazione per le navi israeliane nello Stretto di Tīrān con gli Usa che fungeranno da garanti nei confronti di Israele.

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Fonte: middleeasteye.net

Sauditi ed israeliani saranno inoltre legati anche dal cavo Blue Raman da 400 milioni di dollari che verrà costruito da Google e connetterà digitalmente l’Italia all’India attraverso Giordania, Arabia Saudita e Oman, dunque aggirando Suez per diversificare i rischi derivanti da una possibile interruzione del collo di bottiglia egiziano che spegnerebbe dal 17% al 30% delle connessioni globali.

I sauditi condividono con gli israeliani un nemico, l’Iran, accusato dai regnanti arabi di sobillare le varie minoranze sciite presenti in tutti i paesi del Golfo per destabilizzarli internamente. I rapporti militari e di intelligence segreti fra Israele e sauditi affondano le proprie radici all’inizio degli anni ’60 quando i servizi di intelligence dei due paesi ufficialmente rivali si ritrovarono alla stessa parte nel sostenere con la consegna di armi la fazione dei lealisti alla monarchia yemenita contro il governo repubblicano di Sana’a, sponsorizzato da egiziani e sovietici. Più recentemente quel filo segreto è stato riannodato dopo gli accordi di Oslo del 1993 in chiave prevalentemente anti-iraniana.

Ma tra Riyadh e Gerusalemme permane una strisciante sfiducia che risale ai decenni di contrapposizione tra sionisti e arabi, considerati dagli israeliani come il nemico esistenziale per tutto il Novecento sino alla fine degli anni ’70, quando la rivoluzione islamica in Iran sconvolse l’equazione geopolitica mediorientale spezzando la segreta alleanza Israele-Persia e spingendo gli egiziani (accordi di Camp David, 1979) a stipulare un trattato di pace con Israele con la decisiva mediazione degli Usa[2] che riuscirono a sottrarre Il Cairo alla sfera di influenza sovietica e a farne uno dei principali baluardi mediorientali, insieme a sauditi e turchi, dell’espansionismo sovietico e persiano post-1979. 

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Realismo vs. idealismo

Il retrenchment americano dal Medio Oriente iniziato durante il secondo mandato obamiano e accelerato dall’amministrazione Trump per ridurre il fardello delle “guerre per sempre” e ricalibrare risorse politiche e militari nei due teatri egemonici dell’Europa e dell’Indo-Pacifico ha già modificato la mappa geopolitica della regione attirandovi altre grandi potenze (Russia, Cina, Turchia) e trasformando l’ordine regionale guidato dagli Usa, nel quale “tutte le strade sembravano condurre a Washington”, in un’arena nella quale la superpotenza resta primus inter pares ma non più unico attore geopolitico esterno alla regione a distribuire le carte del gioco trovandosi ad agire in un habitat geopoliticamente conteso tra grandi potenze (Usa, Russia e Cina) e potenze regionali (Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita).

Come ha scritto Jake Sullivan, attuale consigliere per la sicurezza nazionale d Biden, gli Usa devono essere “meno ambiziosi” militarmente in Medio Oriente, “ma più ambiziosi nell’usare la leva diplomatica (…) per premere per una de-escalation delle tensioni e, infine, arrivare ad un nuovo modus vivendi tra i principali attori regionali”. È la definizione (o la speranza) di un nuovo ordine regionale regolato dall’equilibrio di potenza del quale l’Iran dovrebbe essere partecipe attore legittimato da un nuovo accordo sul nucleare (piano A) ovvero, in caso di fallimento del negoziato con i persiani, potenza revisionista da contenere con Israele chiamato ad assumere un ruolo di garante della sicurezza degli arabi del Golfo nel quadro degli accordi di Abramo e a supplire (non a sostituire) il parziale ritiro degli Usa (piano B). 

Questo progetto geopolitico, tuttavia, appare in stridente contrasto con la dottrina di politica estera dell’amministrazione Biden, ruotante intorno alla contrapposizione tra democrazie ed autocrazie. Visione idealista che ha dovuto presto fare i conti con la realtà geopolitica e cioè con l’importanza strategica di paesi autocratici o illiberali come l’Arabia Saudita e la Turchia in Medio Oriente, la Polonia in Europa, il Vietnam nel sud-est asiatico, utili nel contenimento dei rivali geopolitici degli Usa: nell’ordine Cina, Russia e Iran. Il dualismo democrazia-autocrazia non può descrivere le dinamiche geopolitiche del 21° secolo perché non abbraccia tutte le sfumature della competizione strategica tra grandi potenze, mai basata unicamente su una diarchia ideologica. L’obiettivo degli Usa non è e non sarà combattere ogni autocrazia ma contenere quelle autocrazie le cui capacità ed intenzioni sono tali da poter sfidare e minare l’ordine internazionale liberale basato sulle regole e di minacciare l’egemonia statunitense sui mari o in Europa.


[1] All’inizio del 2022 Israele ha concluso un accordo da 3,1 miliardi di dollari per l’acquisto di 12 elicotteri Lockheed Martin-Sikorsky CH-53K e di due aerei da rifornimento Boeing KC-46, dispositivi questi ultimi determinanti per il supporto logistico ai raid aerei israeliani

[2] Nel 1994 con gli accordi di Wadi Arava mediati dagli Usa i giordani seguiranno gli egiziani nella strada della normalizzazione politica e diplomatica con Israele

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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