Stati Uniti: delusione e timori dopo le dimissioni di Draghi

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Fonte Immagine: Huffpost

Segnali di insofferenza a Washington dopo le dimissioni di Mario Draghi. Alcuni ambienti progressisti americani non vedrebbero di buon occhio un’affermazione del partito FdI di Giorgia Meloni alle prossime elezioni italiane, ad oggi in testa ai sondaggi assieme al Pd, preoccupati soprattutto che il cambio di governo possa incrinare l’ allineamento italiano all’Alleanza Atlantica e l’appoggio alle scelte americane in Ucraina.

A seguito del voto di fiducia ottenuto con soli 95 voti favorevoli in Senato, con l’astensione di Lega e Forza Italia, il primo ministro italiano Mario Draghi ha rassegnato le sue dimissioni nelle mani del Capo dello Stato Sergio Mattarella che, prendendo atto dell’impossibilità di procedere ad un nuovo esecutivo, ha così sciolto le Camere: gli italiani saranno chiamati alle urne il 25 settembre prossimo. Il premier resta in carica per gli affari correnti.

Le delusioni statunitensi dopo le dimissioni di Draghi

Poco prima della conferenza stampa del presidente statunitense Joe Biden con l’omologo israeliano Lapid, durante la visita del Capo della Casa Bianca in Medio Oriente, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale John Kirby si intratteneva a chiacchierare con i giornalisti. Alla domanda su come valutava la crisi del governo italiano, allargava le braccia e sorrideva amaramente. Il linguaggio del corpo a volte è spesso più efficace delle parole ma poco dopo il Dipartimento di Stato  forniva il suo parere ufficiale sulla crisi: “Non commentiamo le questioni politiche interne. Rispettiamo e sosteniamo il processo costituzionale e lo stato di diritto”, parole dettate anche in considerazione del fatto che Usa e Italia hanno una “forte partnership e valori condivisi su democrazia, diritti umani e prosperità economica”. 

Ma il Dipartimento ha tenuto a precisare, compiendo un chiaro “endorsement” in favore del premier dimissionario italiano, chiarendo come: “La guida dell’Italia sotto il primo ministro Draghi è stata determinante per raccogliere ambiziosi impegni sul clima alla Cop26, forgiare una risposta senza precedenti di Ue e Nato alla guerra della Russia in Ucraina” e rinvigorendo gli “interessi condivisi di Usa e Italia” nel Mediterraneo.

Negli Stati Uniti “si speravano grandi  cose” dal governo Draghi, la sua caduta “non è vista positivamente,  per niente”. A dirlo all’Adnkronos è stato il politologo americano Edward  Luttwak visto come a Washington “si sperava che il governo Draghi potesse cominciare a modernizzare lo stato italiano”.

A chiarire queste precisazioni arriva in soccorso il parere di un  professore di Georgetown Charles Kupchan, che durante l’amministrazione Obama, con Biden che ricopriva la carica di Vice, era direttore per l’Europa: “Sullo sfondo dell’invasione russa dell’Ucraina  l’ultima cosa di cui la comunità atlantica ha bisogno in questo momento è un tracollo politico in Italia”, anche in considerazione della transizione politica che sta attraversando il Regno Unito. La  “mano ferma sul volante” del premier italiano ha contribuito a garantire la solidarietà europea e transatlantica nel “respingere la Russia e sostenere l’Ucraina”. 

Kupchan esprime un timore comprensibile: Washington si trova dinanzi a una serie di pressioni notevoli tra i propri alleati. Caduto il governo di Boris Johnson nel Regno Unito e comunque incerte le adesioni di Francia e Germania al fronte del contenimento anti-russo, Draghi appariva un perno stabile, assieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dell’allineamento atlantico dell’Italia.

Ancora più netto il giudizio espresso da Ian Bremmer: secondo il suo parere, il voto del 25 settembre prossimo potrebbe essere “molto destabilizzante”, in quanto andrebbe a minare i progressi sulle riforme, mettendo a repentaglio l’accesso al finanziamento Ue del Recovery Fund, fondamentale per le prospettive economiche. L’Italia correrebbe il rischio di essere priva di un governo pienamente funzionante, in un momento in cui l’economia appare già essere sotto pressione anche in considerazione della “peggior crisi energetica che si ricordi”.

Ma Bremmer va oltre e compie anche un interessante valutazione politica: con molta probabilità le elezioni produrrebbero un “governo di coalizione” dominato da partiti euroscettici di estrema destra, a scapito delle relazioni Italia-Ue e minacciando le prospettive di politica economica e fiscale “in questo momento critico”. 

Ma il contraccolpo sarebbe anche a livello internazionale: un ritorno all’instabilità politica potrebbe esporre l’Italia a “nuove pressioni sui mercati, poiché l’economia rallenta, l’inflazione sale e la Bce si prepara a un ciclo di stretta”. Il focus sarà ora sul nuovo “strumento anti-frammentazione” della Bce, che sarà presentato la prossima settimana: le dimissioni di Draghi nel completare il suo programma di riforme minerebbe anche le prospettive di una maggiore integrazione fiscale a livello della Ue. Per tutta questa serie di considerazioni, le dimissioni di Draghi son state valutate come segnale di cattivo auspicio alla Casa Bianca.

Washington: timori esagerati sul destino della politica italiana?

I buoni rapporti tra Biden e Draghi hanno reso l’Italia il più fedele alleato Ue degli Usa e di conseguenza della Nato, tanto che l’ex Capo della BCE viene ora indicato come il nome gradito agli americani per il post Jens Stoltenberg.

Una linea di condotta che l’ex presidente del Consiglio, anche nel pieno della crisi politica e davanti ai “mal di pancia” del Movimento 5 Stelle e della Lega che più volte hanno invocato di ripensare la strategia italiana nel conflitto, non ha avuto nessuna intenzione di modificare: concetto chiarito a chiare lettere durante le sue comunicazioni al Senato quando chiarì  che “come promesso nel mio discorso di insediamento, e da voi sostenuto in quest’aula, questo governo si identifica pienamente nell’Unione Europea e nel legame transatlantico”, nel “cuore dell’Ue, del G7, della Nato” e confermando il sostegno all’Ucraina “in ogni modo”, benché la sua maggioranza avesse manifestato crescente insoddisfazione verso l’invio di armi a Kiev. 

Il timore di Washington è che l’Italia senza la leadership di Draghi possa, in prospettiva, essere persa al fronte del contenimento anti-russo. Tuttavia queste preoccupazioni appaiono essere esagerate. L’ex capo della BCE ha indubbiamente promosso l’atlantismo  soprattutto nel confronto con attori come Russia e Cina, già da ben prima dell’inizio della guerra in Ucraina. E la sua visione, quella che potrebbe definirsi “l’agenda Draghi”,  è stata condivisa da un’ampia parte dello scenario politico. Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico, Lega Nord, l’ex penta stellato Di Maio, titolare del Dicastero degli Esteri, e Lorenzo Guerini, ministro della Difesa del Partito Democratico, si sono allineati a questa visione attraverso un sostegno deciso, con azioni e scelte concrete. A cui ha fatto seguito l’adesione al campo atlantico di formazioni come Italia Viva e Forza Italia che hanno appoggiato l’esecutivo dal febbraio 2021 ad oggi.

A preoccupare maggiormente Washington son state in particolar modo le posizioni assunte sulla guerra in Ucraina da due membri di peso della maggioranza, Giuseppe Conte e Matteo Salvini: allarmismo in parte ingiustificato visto come in entrambe le formazioni, 5 stelle e Lega, è comunque presente una vasta componente pro-Nato e pro-Usa.

Anche Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia ha profondamente incentivato la strategia anti-russa portata avanti dal governo Draghi: essendo FdI formazione candidata a un ruolo primario nell’imminente voto e in possibili posizioni di governo, resta plausibile ritenere come la linea di condotta sarà la medesima anche per i mesi a venire, sulla scia di quella tracciata dall’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che in Senato aveva fortemente appoggiato la linea di sostegno all’Ucraina. Nulla da temere per gli americani se al governo arrivasse un partito che non perde occasione per ribadire la sua lealtà verso l’alleanza atlantica. La Meloni è una candidata che crede profondamente nell’alleanza atlantica e questo basta e avanza a rassicurare Washington: ha una carriera nelle istituzioni democratiche di tutto rispetto, viene dal proletariato romano e ricorda una di quelle figure che hanno avuto successo per meriti, che di solito inebriano il popolo americano e che ha assunto ulteriore visibilità dopo che lo scorso febbraio è stata ospite della convention dei Repubblicani a Orlando, in Florida.

L’allarme sulle conseguenze che avrebbe un eventuale trionfo della Meloni è giunto in particolare dalla stampa progressistadalle colonne del New York Times David Broder ha cercato di smontare con durezza il tentativo della leader di FdI di accreditarsi come una politica seria, atlantista e responsabile. «La presa del potere a destra da parte di figure che si considerano esplicitamente eredi della tradizione fascista è uno sviluppo allarmante», si legge, infatti, nell’articolo. L’autore non è un giornalista del quotidiano newyorkese ma uno storico e traduttore che vive a Roma, scrive su riviste online di estrema sinistra come Jacobin. Un autore quindi totalmente di parte ma l’articolo, che compare nella sezione opinioni del Nyt  ha, comunque, il suo peso.

L’alleanza tra Washington e Roma, dal dopoguerra a oggi, è sempre stata salda e con ogni probabilità proseguirà sulla stessa lunghezza d’onda anche per i mesi a venire, a prescindere da quale maggioranza politica uscirà vincitrice dalle elezioni italiane del prossimo settembre.

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