La banalità del mare italiano

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L’Italia è Paese sul mare ma non marittimo, vede l’acqua solo come fonte di problemi e turismo. Manca una strategia complessiva, necessaria per non affondare nelle onde.

La banalità del male di Hannah Arendt faceva riferimento ai crimini nazisti dovuti, secondo la studiosa, alla mancanza della reale consapevolezza circa le proprie azioni. In un contesto differente un gioco di parole può inquadrarvi le azioni italiane sul mare, caratterizzate da totale inconsapevolezza dell’importanza delle onde per lo stivale.

Mare prezioso e conteso

Il mare è primaria dimensione della potenza mondiale e odierno spazio conteso: sfruttarne le potenzialità e le risorse è importante per ogni Paese. L’Italia da questo punto di vista ha dalla sua la fortuna geografica: al centro del Mediterraneo, affacciata sulla via di comunicazione tra gli oceani che è oggi il bacino, a metà tra la strozzatura occidentale di Gibilterra e quella orientale di Suez, dirimpetto alle coste africane. Oltre a ciò vi è la lunga storia marittima dello stivale che ha da sempre solcato il mare nelle sue diverse declinazioni statuali: prima l’Impero Romano, che trasformò il Mediterraneo in un lago nella sua completa disponibilità, e poi le repubbliche marinare, Genova e Venezia su tutte.

Un’eredità marittima persa

L’Italia ha però oggi disperso tale eredità, a partire soprattutto dall’Ottocento: l’unificazione nazionale – tramite spedizione dei Mille – fu certamente impresa anche marittima ma diversi elementi concorsero a spezzare sul nascere la marittimità dell’Italia unita. Tra questi soprattutto il fatto che l’unificazione fu guidata dai piemontesi, popolo poco avvezzo alle onde e con una classe dirigente legata principalmente alla terra. Il disinteresse italiano per il mare permane da allora, con l’unica eccezione costituita dal periodo fascista quando Mussolini, sognando un impero italiano e rievocando i fasti romani, volle ricostituire una potenza italiana anche sulle onde, tentativo rimasto inespresso.

Paese sul mare ma non di mare

L’Italia è così oggi un Paese di mare ma non marittimo, ha abdicato da tempo al rango di potenza delle onde e non mantiene un alto profilo nelle partite del mare. Roma guarda a nord, impaurita di essere espulsa dall’Europa e terrorizzata dal ritrovarsi tra le onde che ne hanno segnato la grandezza passata. Caratteristiche presenti nel tessuto culturale e amplificate da una guida economica e culturale centrata sul nord, nell’Italia continentale. L’Italia tende così a vedere nel Mediterraneo solo una fonte di problemi, da quello migratorio a quello climatico, come se il mare fosse solo un pericolo invece che un’opportunità. Una convinzione che l’Italia, immersa nei flutti com’è, non si può permettere, pena un’apatia di cui profittano i vicini che cercano di ritagliarsi maggiore spazio di manovra nel Mediterraneo.

Mancanza di visione

L’Italia si concentra così sulla terra distogliendo lo sguardo dal Mediterraneo proprio in un periodo storico in cui esso si è fatto stretto, perno centrale dei flussi mondiali e bacino che ribolle per la destabilizzazione delle sue sponde, specie quella meridionale. Roma ha l’urgenza di mantenere in sicurezza questo spazio perché vi è immersa fino al collo eppure manca di strategia, oltre i vaghi richiami a europeismo, atlantismo e multilateralismo, utili a mascherare tale deficit. Roma si interessa, con approccio emergenziale, principalmente delle partite migratorie, senza curarsi di poste più elevate. Questo nonostante disponga di migliaia di chilometri di coste e di una Marina di prima categoria, elementi che ne promuoverebbero il rango marino se solo vi fosse la volontà. Ma in Italia manca la consapevolezza che dal mare possono giungere le direttrici di un potenziale sviluppo, tanto in campo energetico quanto complessivamente geopolitico, cogliendo le opportunità che il mare offre in molti settori, dall’energetico al cantieristico, dalla pesca ai trasporti. La peninsularità italiana può tra le altre cose assumere maggior rilievo anche in ambito europeo, specie dopo Brexit. Impellente è che la classe dirigente italiana riacquisisca la consapevolezza dell’importanza dell’elemento marittimo e una visione strategica dello stesso; serve inquadrare e stabilire l’interesse nazionale a riguardo, a partire da alcune punti.

Il sud e la Sicilia

In primo luogo il sud, con la questione della Sicilia e dell’omonimo stretto: l’Italia non può essere nazione marittima senza porre al centro di tale strategia il sud e in particolare la sua isola maggiore, scoglio inaggirabile del Mediterraneo. È nella Trinacria che si è sempre giocato il destino italiano: rampa di lancio per l’unificazione garibaldina e nuovamente per la liberazione statunitense nella seconda guerra mondiale. Eppure la Sicilia e il sud tutto, area che dovrebbe essere perno centrale della marittimità italiana, oggi esistono per Roma in quanto regioni povere di cui interessarsi solo per lo sviluppo economico e le opportunità turistiche, se non da marginalizzare del tutto come fonte di problemi. Allo stesso tempo l’Italia non riesce ad avere controllo sullo stretto di Sicilia, strettoia centrale del Mediterraneo e dunque potenziale ricchezza strategica. Manca nel complesso una visione strategica che permetterebbe di sfruttare la penisola e il sud in particolare per accrescere l’influenza nel Mediterraneo e in nord Africa e controbilanciare alcuni attori presenti nell’area. Una strategia attuabile in un contesto storico in cui la minore impellenza del Mediterraneo per gli statunitensi, concentrati sull’Indo-Pacifico, è un rischio per Roma ma anche un’opportunità per farsi delegare un maggiore ruolo nell’area. Innanzitutto per contenere le minacce provenienti dalla sponda meridionale nordafricana, area in sfaldamento e in subbuglio.

Il Nordafrica

Spicca innanzitutto il Nordafrica con la questione della Libia, sprofondata nel caos nella distrazione di Roma che ha rinunciato a giocarvi un ruolo, vedendovi giungere Ankara e Mosca. L’Italia può guadagnare qui rendita geopolitica come fanno i Paesi dell’Europa orientale nel contenimento della Russia, volgendo la presenza russa (e turca) alle soglie di casa da pericolo in opportunità per accrescere la propria influenza nell’area, a maggior ragione in una fase in cui l’allargamento Nato a Svezia e Finlandia sposta il baricentro dell’alleanza a nord. Il fatto che lo scorso anno la prima visita all’estero dell’ormai ex premier Draghi sia stata proprio in Libia è un primo segnale quantomeno dell’intenzione di riaprire il dossier libico. Discorso simile vale per la Tunisia che dopo essersi apparentemente stabilizzata è oggi anch’essa sull’orlo del caos, con altre potenze pronte a profittarne.

Malta

Sempre dal fronte meridionale un’altra partita riguarda Malta, arcipelago la cui posizione geografica ne amplifica la rilevanza ben oltre le sue dimensioni e Paese che qualsiasi strategia italiana nel bacino deve coinvolgere in qualche modo. Qui Roma, nonostante la prossimità geografica e il legame culturale, non ha oggi alcuna influenza reale; al contrario i due governi sono da anni allo scontro su tutti i dossier, dalle limitazioni delle acque ai migranti. Un disinteresse italiano di cui profittano ovviamente altri attori, tra cui i soliti turchi ma anche i cinesi. L’Italia dovrebbe reinserire Malta nella propria sfera di influenza, potendo così contare anche su un alleato nell’UE. Innanzitutto risolvendo il contenzioso sul confine marittimo dei due Paesi e chiudendo poi la realizzazione del gasdotto tra Gela e Malta che può legare l’arcipelago all’Italia dal punto di vista energetico.

L’Adriatico

Altro fronte marittimo dove l’Italia è debole è quello adriatico, oggi quasi lago atlantico che crediamo perfettamente pacificato. Eppure dall’altra sponda i Balcani rimangono terra quiescente ma pronta a risvegliarsi in qualsiasi momento. Roma è scarsamente presente anche qui dove ad esempio l’Albania, Paese fondamentale per l’Italia, vede ancora una volta l’interesse di Ankara che cerca di accrescervi l’influenza nell’apatia italiana. Roma dovrebbe invece cercare di avvicinare ancor di più Tirana all’UE, nell’interesse di entrambi.

La territorializzazione del mare e la ZEE

Roma deve agire anche sulla territorializzazione di cui è stato oggetto negli anni il Mediterraneo, con la progressiva estensione della giurisdizione statale a tratti di mare più vasti. Un processo iniziato negli anni Novanta con la convenzione Unclos che stabilì la possibilità di istituire le ZEE (Zone Economiche Esclusive) estendendo la giurisdizione statale fino a 200 miglia nautiche dalle proprie coste, distanza che nel Mediterraneo comporta sovrapposizioni e dunque l’esigenza di accordi.

L’Italia è tuttavia rimasta a osservare tale processo che giudicava sconveniente ma che è di fatto avvenuto, lasciando l’Italia in balia delle delimitazioni unilaterali altrui. Roma deve prenderne atto procedendo anche lei con una propria ZEE che permette di sfruttare in via esclusiva le risorse marittime, di attuare la salvaguardia ambientale e installarvi strutture per produrre energia rinnovabile.

Il primo passo è avvenuto lo scorso anno tramite iniziativa parlamentare; a questo devono seguirne altri, dagli accordi di delimitazione della ZEE alla garanzia della certezza dei confini. La sua piena attuazione è importante perché fornisce uno strumento ulteriore per tutelare gli interessi nazionali nel Mediterraneo e una spinta alla blue economy.

Le riforme necessarie

L’istituzione della ZEE italiana, comprendente circa un quinto del Mediterraneo centrale, richiede un notevole carico di responsabilità in termini di controllo. L’Italia dispone degli strumenti navali utili a esercitare la propria influenza nel Mediterraneo, a partire da una Marina Militare che nonostante i tagli resta di primo livello e a cui si aggiungono, tra gli altri, i mezzi della Guardia Costiera. Ciò che manca è, oltre a una strategia complessiva che li valorizzi, un miglior coordinamento degli stessi – oggi divisi tra vari ministeri – così da evitare inefficienze. La nuova centralità del mare per l’Italia passa infatti anche da una necessaria riforma istituzionale e un migliore coordinamento complessivo dell’elemento marittimo, integrando le molte prerogative concernenti il mare oggi sparse tra diverse amministrazioni statali.

Il mare per il futuro italiano

L’Italia necessita dunque di una nuova centralità del mare e di una strategia unica per lo stesso, con l’impellenza di porre nuovamente l’elemento marittimo come perno dell’Italia anche nella consapevolezza culturale del Paese. Il passato italiano è nelle onde e tale dovrà esserne anche il futuro se Roma vuole rimanere e/o tornare rilevante.

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