Islam e shariʿa: il braccio di ferro tra islamizzazione e secolarizzazione

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Da anni ormai si sta assistendo a dinamiche di islamizzazione/ re-islamizzazioneanche giuridica, che coinvolgono molti contesti del mondo arabo e non solo: dal ritorno al governo dei Talebani in Afghanistan all’islamizzazione sociale intrapresa dal presidente Erdoğan in Turchia. Gettando uno sguardo a realtà a noi geograficamente più vicine ci si accorge che l’Islam sta diventando sempre più protagonista anche in Europa: le tante enclave islamiste in territorio transalpino e le corti parallele di sharia nel Regno Unito, giusto per citare alcuni esempi. Un fenomeno complesso quello dell’Islam, da sempre terreno di confronto, paragone e scontro con la cultura occidentale, con particolare riferimento a tutto ciò che riguarda la shariʿa, la legge sacra dell’Islam

Un chiarimento terminologico

Spesso si fa confusione tra i termini Islam, shariʿa e diritto islamico, complice anche una certa semplificazione veicolata dai giornali e dal web nel tentativo di cogliere concetti complessi e non appartenenti tradizionalmente alla cultura europea. L’Islam rappresenta la religione monoteista che fa la sua comparsa nel corso del settimo secolo dopo Cristo in Arabia centrale, spinta propulsiva dell’espansione politica e militare che asservirà l’intero Medio Oriente e il Nord Africa, arrivando a conquistare anche la penisola iberica[1] e la Sicilia[2].

L’Islam trae la sua origine dalla predicazione di Muhammad ed è imperniata sul concetto di completa sottomissione ad Allah, da cui deriva, appunto, Islam, cioè “sottomissione a Dio”. Un complesso sistema di credenze e pratiche, ma anche un sistema culturale e ideologico fortemente radicato e riscontrabile soprattutto nelle popolazioni del Medio Oriente.

Shariʿa significa invece “il sentiero che conduce all’abbeveratoio”, ed andando oltre la metafora indica il percorso tracciato da Dio per raggiungere la vita perfettiva[3]. Quindi è la legge islamica, il verbo rivelato, immanente ed eterno di cui si può trovare testimonianza nel testo sacro del Corano e nelle tradizioni di vita del Profeta, ossia la sunna.

Ma la shariʿa non corrisponde, come si potrebbe pensare, ad un corpus di leggi codificato in un dato momento storico. Piuttosto è un universo etico-comportamentale, un codice di vita variamente interpretato dal faqih, il giurista. Secondo la tradizione islamica il giurista è l’unico a possedere la sapienza necessaria a cogliere concretamente la legge religiosa e a disciplinare gli istituti del diritto. Da un sistema di fonti, i giuristi estrapolano le norme che completano gli istituti del diritto islamico.

Quindi il diritto islamico, spesso identificato anche con il termine fiqh, ossia giurisprudenza islamica, è il tentativo concreto di giungere ad un sistema di riferimento basato sull’interpretazione della shariʿa. Il primato affidato ad Allah e al suo progetto fa sì che venga rivista anche la nozione di ciò che è inteso come giuridico secondo i canoni occidentali: il diritto è rappresentato come tutto ciò che è consentito – o meglio non proibito – dalla shariʿa, al cui rispetto il fedele musulmano è chiamato sotto una duplice dimensione: quella della coscienza intima-religiosa, il foro interno, e quella  della convivenza, del foro esterno, comprensiva di tutti quegli atti che possono tramutarsi concretamente nella realtà[4]. Si comprende così come nel diritto musulmano acquisiscano rilievo anche istituti e nozioni non tradizionalmente giuridici; come detto il giuridico si amplia enormemente.

La shariʿa nella storia

La rivoluzione apportata da Muhammad sconvolge – e in parte integra – l’impostazione delle società arabe premoderne. Quello che risulta da questo potente nuovo universo è la umma al-islamiyya, la comunità dei credenti sotto il vessillo nell’unico Dio Allah. Muhammad era posto al centro di questa comunità e godeva di un’autorità religiosa e politica senza precedenti. In realtà Muhammad guida la sua comunità, in quanto illuminato dalla sapienza divina.

È Allah il supremo legislatore, che governa la umma tramite la sua legge; alla morte del Profeta, i suoi successori, i califfi, non sono che vicari di Muhammad a cui deferire il potere politico e giurare fedeltà. Il potere politico secolare – siyasa – è nella concezione islamica ausiliario, deve obbedienza alla shariʿa e trova spazi di autonomia soltanto laddove la shariʿatace. Da qui la dottrina della siyasa shariyyʿa, garanzia di legittimità del politico. 

Per molto tempo l’autorità politica ha goduto di una limitata capacità normativa, specialmente in quegli ambiti non approfonditi nel testo sacro e bisognosi di una regolamentazione. Con l’avanzamento delle dinamiche storiche, il primato della shariʿa urta pesantemente contro la nuova radicale istituzione portata dalla modernità – lo Stato – e contro i processi di acculturazione giuridica dovuti ai contatti coloniali in Asia e Africa.

È a quel punto che la shariʿaabbandona la sua tradizionale impostazione e risulta trasformata, acquisendo valore in quanto strumento di controllo e legittimazione. Assoggettato a logiche di codificazione europee, il diritto cessa di essere divino, frutto dell’elaborazione dottrinale, per diventare strumento laico del potere statuale. La fisionomia degli ordinamenti dei paesi musulmani trae origine principalmente da questo quadro fondamentale, che ha comportato un’ibridizzazione tra diversi modelli giuridici; dal punto di vista costituzionale si è assistito – e si assiste – all’adozione di carte che cercano di allinearsi, almeno formalmente, alle diciture europee. 

Salvo alcune importanti eccezioni[5], la shariʿa si trova inserita in un modello formale di riferimento che non lascia spazio ad un’elencazione accurata ed esaustiva delle sue norme: il riferimento può essere più o meno accentuato, ma si risolve nella maggior parte dei casi in una professione di obbedienza dello stato alla religione islamica, oppure nell’assunzione della shariʿa come fonte normativa, senza che questo incida tuttavia sulla concreta organizzazione del potere e delle istituzioni. Sembra di poter osservare, con le dovute cautele, che il riferimento normativo alla shariʿaacquisti un valore effettivo soltanto per il tramite degli organi di giustizia e di controllo, qualora previsti.

La shariʿa oppone resistenza in quegli ambiti dove da sempre rivendica il suo primato: nel cosiddetto Statuto personale islamico, ossia quel complesso di istituti fortemente correlati alla persona del fedele e corrispondente al diritto di famiglia, al diritto ereditario e gli status della persona. Le ragioni di tale resistenza sono dovute principalmente alla cospicua e dettagliata disciplina coranica in merito, oltre al fatto che tali ambiti non furono investiti dai processi di ammodernamento di stampo europeo. A partire dagli anni ‘70 la shariʿa ottiene nuova linfa vitale nell’ambito penalistico, tramite il processo di reintroduzione in molti codici e leggi, del sistema tradizionale islamico incentrato sulla triplice ripartizione delle pene[6].

Islam e shariʿa: problema religioso o politico?

L’Islam rispecchia una visione totalizzante e a volte pervasiva della religione su ogni aspetto della vita del fedele. È un sistema culturale di riferimento, su cui sono stati modellati i moltissimi stati a maggioranza musulmana. L’ambito comunitario è centrale nella costruzione islamica: si è prima di tutto fedeli e poi cittadini, e questo viene visto con sospetto da chi invece fa della laicità l’emblema dell’agire pubblico e sociale.

Ma la strada tracciata da Allah necessita del medium fondamentale dell’interpretazione: se la legge islamica è unica, immanente ed eterna, variabile non può che esserne la sua interpretazione umana. Il difficile processo di esegesi ha portato alla creazione di differenti orientamenti giurisprudenziali e scuole di fiqh (madhāhib) ciascuna votata ad una certa interpretazione della legge islamica[7]. Ulteriore punto critico risulta essere la presenza di un policentrismo quanto ad autorità competenti dal punto di vista religioso.

In ambito islamico spesso non c’è concordanza su quali connotati debba precisamente assumere la shariʿa e se esistano aspetti che debbano essere portati avanti nell’arena pubblica. Un problema di interpretazione, quindi, ma anche e soprattutto un problema politico. Quando si tenta di imporre la shariʿa, si fa riferimento a contesti fortemente instabili, interessati da andamenti autocratici nei quali ancora una volta si intravede la possibilità di sfruttare la religione come strumento di potere; ne è simbolo, ad esempio, l’Arabia Saudita, dove i Saʿud hanno creato un’impostazione di potere assoluta grazie, insieme ad altri fattori, alla legittimazione e al controllo offertogli dalla religione.

L’Islam si muove all’interno della politica e spesso diviene l’emblema della lotta contro il politico; è allora che movimenti religiosi riformatori prendono piede cavalcando l’onda del disagio popolare e diventano protagonisti. Si tratta dell’Islam politico, movimento che agisce nel mondo islamico sotto varie etichette da circa 40 anni e che ora tenta di farsi strada anche in Europa.

L’ideologia islamista vedrebbe i precetti coranici come direttamente inseriti nelle istituzioni dello stato. Nonostante la questione dell’Islam politico non sia di facile analisi – così come il correlato fenomeno del terrorismo di matrice jihadista – resta il fatto che la forza di penetrazione dell’Islam e di tutto il suo bagaglio ideologico e culturale si attua laddove esistono gruppi considerevoli di musulmani; oggi molte popolazioni di fede musulmana sono interessate da crescenti flussi migratori che le portano a riversarsi in Europa, ancora di più che nel passato.

Nel 2016, in Europa i musulmani erano stimati essere intorno ai 25,8 milioni, con una notevole crescita tra il 2010 e il 2016 pari al 32%. Secondo alcune previsioni il numero potrebbe crescere fino a toccare i 75 milioni entro il 2050. È inevitabile quindi che un maggior numero di credenti faccia emergere il problema della rappresentanza e del coinvolgimento di tali minoranze nei processi decisionali. Numerose associazioni e partiti di matrice islamica hanno fatto la loro comparsa sulla scena europea, accomunati dalla ricerca di un dialogo con le istituzioni. L’islamismo e i partiti ispirati all’Islam più radicale in Europa continuano a crescere, e i possibili esiti sono tanti, perché tanti e variegati sono i contesti nazionali con cui l’Islam si trova ad interagire. 

Allo stesso tempo, nei paesi a maggioranza musulmana si assiste ad un impulso antislamista. Sebbene si tratti di un fenomeno notevolmente circoscritto, è comunque tangibile un allontanamento dall’Islam istituzionale: tra il 2011 e 2020 la percentuale degli egiziani che supportano la separazione della religione dalla politica è cresciuta dal 56% all’81%, in Iraq dal 54% al 64% nel quinquennio precedente ma con una picco dell’80% nel 2018; c’è un aumento in percentuale dal 62% al 78% di coloro che pensano che i leader religiosi non debbano interferire in politica, e aumenta anche la desiderabilità di istituzioni orientate a modelli europei, con una crescita del 50 % in Egitto, del 6% in Tunisia e dell’8% in Turchia, ancora nel periodo 2011-2020. I dati forniti ci dicono che un avvicinamento al secolarismo è possibile.


[1] Watt W. M., Cachia P., History of Islamic Spain, AldineTransaction 2007.

[2] Granara W., Narrating Muslim Sicily. War and Peace in the Medieval Mediterranean World, Bloomsbury Publishing 2019.

[3] Esposito J. L., Delong-Bas N. J., ShariahWhat Everyone Needs to Know, Oxford University Press 2018, p.32.

[4] Papa M., Ascanio L., ShariʿaLa legge sacra dell’Islam, Il MulinoBologna 2014, pp.20-24.

[5] Ci si riferisce principalmente all’ordinamento saudita e iraniano.

[6] Papa M., Ascanio L., op. cit., pp.83-118.

[7] Ivi, pp.25-26.

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