Lo psicodramma spagnolo: dal miracolo economico al baratro

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Il risveglio economico della Spagna sta andando a configurarsi più come un inseguimento che come un obiettivo, dopo che il combinato disposto di crisi finanziaria e pandemia – con conseguente sfiducia nelle istituzioni politiche – ha tarpato le ali alle velleità iberiche di brillare sul piano internazionale.

Dopo aver vissuto – da metà anni Ottanta – una clamorosa epopea di rinnovamento strutturale e di modernizzazione, affermandosi definitivamente agli albori del nuovo millennio come esempio virtuoso su scala comunitaria e globale, la Spagna ha bruscamente arrestato la sua corsa verso l’élite economica dello scacchiere geopolitico.

Nel 2008, con il sanguinolento cortocircuito a cui andò incontro (non solo, ma anche) il settore immobiliare, la cui crescita – avvenuta a ritmi spasmodici e parossistici – aveva rappresentato la grande chiave dello sviluppo, l’economia iberica si riscoprì fragile e fallibile. “Improvvisamente” si potrebbe dire, ma in realtà ciò avvenne, se non con dolo, di certo con la correità del “sistema Spagna”.

Sta di fatto che, oltre al rischio di dissesto finanziario e al fallimento di svariati istituti bancari, ciò portò in dote anche una chiara frantumazione dei nessi sociali ed acuì la (già latente) sfiducia verso le istituzioni; l’icona è da lasciare aperta perché vi ci torneremo a breve.

Constatata la magnitudine del problema, fu in particolare il Governo di Mariano Rajoy (2011-2018) a mettere in atto un plotone di riforme strutturali e, soprattutto, a varare sostanziosi tagli al bilancio pubblico, accordandosi con la Commissione Europea, con la Banca Centrale Europea e col Fondo Monetario Internazionale per un piano di ripresa.

Malgrado le riforme fossero state presentate quasi come se potessero costituire una soluzione miracolistica, risalire la china è stato difficile, tra tassi di disoccupazione altissimi e difficoltà strutturali.

Sia come sia, il piano governativo pagò alla fine i suoi dividendi, tanto che, nell’interludio tra le riforme strutturali e la pandemia da Covid-19, la Spagna sembrava indirizzata a gettare le basi di una seria stagione di ricostruzione, rifiutando di arrendersi ad un destino di subalternità già scritto. Tuttavia, lo scenario epidemiologico – e conseguentemente socioeconomico – ha portato Madrid a manifestare nuovamente (stavolta con più alibi dalla sua) tutta la propria porosità dal punto di vista economico; ciò ha reso le velleità di affermazione esponenzialmente più difficili. 

Nel 2020, quasi rivivendo l’incubo del 2008 (e degli anni immediatamente seguenti), il PIL del Paese ha subito una recessione del 10,8%, ben oltre la media dei 27 Paesi dell’UE (-6,1%) e dell’Eurozona (-6,5%). Non solo, perché l’incremento del debito pubblico è salito in un anno a quasi il 125% del PIL a causa del mix esplosivo di: crisi e aumento della spesa pubblica finalizzato a frenare la recessione. 

Tuttavia, aldilà della gradazione della crisi, se il dramma del 2008 aveva rivelato l’incapacità di strutturare un modello di sviluppo multisettoriale (con la Spagna che si sciolse come neve al sole con le difficoltà del settore immobiliare, quello trainante), in questo caso, non in maniera particolarmente dissimile, si è trattato di un chiaro campanello d’allarme rispetto al fatto che il sistema produttivo spagnolo dipende fin troppo dal turismo. 

Insomma, non sempre il Paese in questione (e non solo) è stato in grado – o ha avuto la forza – di ragionare in termini di sviluppo olistico. 

Di conseguenza, in un contesto strutturalmente lacunoso – problematica che il Governo Sánchez II deve affrontare – il settore turistico è stato chiamato troppo spesso (ed inopinatamente) ad ergersi a salvatore della patria, sia in senso lato che in senso stretto. 

Tanto detto, dopo tutto questo patire, la boccata d’ossigeno potrebbe essere dietro l’angolo: stando alle stime della Commissione Europea, il PIL iberico potrebbe crescere durante quest’anno solare fino al 6,3%, ben più della media comunitaria e dell’eurozona (4,5%), riuscendo potenzialmente anche a tornare agli incoraggianti livelli di crescita fatti registrare nell’era pre-pandemica.

A tal proposito, è stato a ragione osservato che molto dipenderà, oltre che dall’andamento della pandemia, dall’utilizzo dei Fondi Strutturali. Essi furono già uno dei grandi elementi trainanti agli albori del 2000, quando la Spagna si affermò prepotentemente; oggi, complice il “Plan de Recuperación, Transformación y Resiliencia” presentato da Madrid (69,5 miliardi fino al 2023) tornano ad essere pivotal

Già in atto, il piano in questione – il più significativo nella storia recente del Paese, in termini di investimenti pubblici – stabilisce quattro linee di azione: transizione ecologica (la linea prioritaria; lo stanziamento è pari a 48,6 miliardi di Euro); transizione digitale (rispetto a cui Madrid si è mostrata molto in difficoltà); coesione sociale e territoriale; uguaglianza di genere.

In aggiunta, il Plan – accolto da un’unanime e condivisibile approvazione – contempla pure riforme strutturali tarate su raccomandazioni della Commissione, in primis limitatamente alla fiscalità e al sistema fiscale. Insomma, overall, il programma si erge a possibile speranza per l’avvenire.

Detto del Plan, è importante evidenziare, nell’economia dell’analisi della situazione, anche un’altra delle dimensioni del “problema Spagna”, solo accennata in apertura; si tratta di un perfetto affresco di questo incerto periodo della storia iberica e, se vogliamo, anche di una storia occidentale che svela come non siamo più nel secolo delle ideologie.

Concretamente, stiamo parlando, in seno alla più grande monarchia dell’Europa occidentale, della diffusa sfiducia – oggi, dopo la crisi e la pandemia ai massimi storici – verso le istituzioni politiche. Questa è una criticità che si manifesta in termini non necessariamente così lampanti di primo acchito, ma che non per questo risulta meno sottile e insidiosa. Per la fattispecie spagnola, è stata d’altronde vastamente dimostrata la correlazione tra momenti storici di crisi e la sfiducia politica, in un contesto in cui, come si può intuire, disgiungere un elemento dall’altro sarebbe particolarmente errato. 

Entrando nel merito, in Spagna, così come per inciso in Portogallo, il problema – è stato studiato – sembra essere quello oggi comune a vari contesti europei: la percezione che le istituzioni non rispondano in maniera opportuna alle richieste e alle preoccupazioni dei cittadini. Peraltro, oltre che in maniera opportuna, è stato osservato che gli Spagnoli lamentano anche una scarsa capacità di agire in modo realmente inclusivo, laddove il mantra dell’inclusività è sempre più considerato centrale nel Paese in questione e non solo. Più in generale, l’assenza di una reale governancemultilivello è una criticità oggettiva nello Stato iberico.

In più, qui, il giudizio dei cittadini è ancora più severo, data l’aggravante della corruzione politica, percepita in dosi massicce dalla popolazione; una corruzione, naturalmente, in grado di porre una pietra tombale, o quasi, sulla fiducia istituzionale.

Ulteriori ricerche, peraltro seguendo più metodi, hanno mostrato che, quasi immediatamente, anche la disoccupazione ha un’influenza negativa e statisticamente significativa sulla fiducia politica.

Delineato dunque il quadro corrente, cosa aspettarsi? Naturalmente aspettarsi la riproduzione automatica di dati meccanismi viziosi e di nuovi cortocircuiti, “solo” perchè il Paese – come visto – non vi è storicamente estraneo, sarebbe quantomai fuori luogo.

Tanto premesso, è parimenti vero che non bisogna ricorrere a dosi abbondantissime di spirito critico per constatare che la Spagna è in predicato – almeno su ristretti orizzonti temporali – di soffrire ancora le sue fragilità strutturali e la sua mancanza di solidità a tutto tondo. Ce lo ricordano le difficoltà, testé toccate, figlie della pandemia da Covid-19, difficoltà che sono state ben più marcate che in altri Stati comunitari. 

Allo stesso modo, come visto, esistono segnali di risveglio che fanno intravedere una luce, ma, proprio per la tendenza tutta spagnola ad avere alti davvero alti e bassi davvero bassi, può essere prudente sospendere il giudizio in attesa di una verifica. D’altronde, su Madrid continua a pendere quell’enorme spada di Damocle che va sotto il nome di “debito pubblico”.

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