Il Libano tra Acque Agitate: Pace Fatta nella Lega Araba?

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Incontro tra i Ministri degli Esteri della Lega Araba a Beirut, 2 luglio. Fonte Immagine: Arab News

La disputa marittima tra Libano e Israele riaccende il contenzioso storico tra i due paesi. Di fronte ad una possibile escalation, Beirut cerca il compromesso anche per assopire le tensioni con il vicino ma lontano Golfo Arabico.

Nuove tensioni animano le già intricate relazioni libano-israeliane. Le ultime settimane sono state infatti contraddistinte da nuovi sviluppi riguardo alle acque contese tra Libano ed Israele in prossimità del giacimento di gas naturale Karish, al largo delle coste mediterranee. Nella prima settimana di giugno, Israele ha autorizzato l’avvio della produzione di gas off-shore, in accordo con l’operatore londinese Energean, tramite l’invio di una nave piattaforma per la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento di gas.  

Se Israele infatti considera il giacimento parte della sua Zona Economica Esclusiva (ZEE) e si dichiara pronta a difenderlo, il Libano afferma che il giacimento si sovrapporrebbe parzialmente ai suoi confini ZEE meridionali, recentemente aggiornati rispetto a quelli comunicati unilateralmente nel 2011 all’ONU. 

La disputa marittima è figlia di discordie territoriali che, coinvolgendo anche la vicina Cipro, continuano, tra momenti di stallo e sviluppi, dal 2007. Al riguardo, nel 2020 erano iniziate travagliate negoziazioni che, in seguito alle richieste libanesi di modificare la mappa sottoposta anni prima all’ONU, avevano però subito una battuta d’arresto.

La nuova mossa israeliana, nonostante la mediazione USA da parte dell’energy advisor Amos Hochstein, diventa dunque benzina sul fuoco per due paesi che, formalmente, sono in guerra da decenni. Da Beirut, il Presidente Aoun ha reagito infatti duramente, affermando come ogni attività nell’area contesa rappresenterebbe una provocazione equivalente ad un atto di aggressione.

Mai come oggi dunque un nuovo scontro potrebbe scorgersi all’orizzonte. D’altronde entrambi gli stati hanno interessi strategici che potenzialmente potrebbero trasformare la disputa in uno zero sum game.

Da una parte, il Karish rappresenta senza dubbio un’importante possibilità energetica. Già nel 2010, un’indaginestatunitense rivelava come il Mar di Levante nel Mediterraneo detenesse enormi potenzialità in termini di estrazione di gas: il Bacino ammonterebbe infatti al 7% delle riserve russe. Va da sé che i precari bisogni energetici nel breve periodo spingano i due paesi a volerne trarre vantaggio.

Il Karish esercita però non solo un’attrattiva geoeconomica. Geopoliticamente, Israele ha interesse nel consolidare la sua nuova immagine di partner energetico (il primo bacino Tamar è stato scoperto solamente nel 2009), in vista dell’espansione dei contratti energetici tripartiti con l’Europa ed Egitto. Nell’ottica inoltre della realizzazione del discusso gasdotto Eastmed con l’Europa, il Karish rappresenterebbe per Israele non solo un’opportunità per allargare le proprie prospettive di mercato ma anche per incrementare la propria assertività sul piano internazionale. 

Se considerata poi la crisi politica interna che sta vivendo il paese (il parlamento si è sciolto a fine giugno e nuove elezioni sono state indette a novembre, la quinta volta in meno di quattro anni), l’inizio delle operazioni nel Karish rappresenta per Israele anche un’occasione di rafforzamento sul piano internazionale, sfruttabile per produrre internamente un effetto rally ‘round the flag attuo ad incrementare il supporto locale per il sistema. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati a giugno, l’opinione pubblica in Israele sarebbe infatti fortemente pessimista riguardo al futuro politico del paese e la sua sicurezza. 

Allo stesso modo, per il governo libanese, il cui stallo istituzionale coniugato a quello finanziario ha rappresentato una formula distruttrice del tessuto socio-economico del paese, sfruttare nuove risorse energetiche come quella del Karish rappresenta l’elemento necessario per preservare un sistema, non solo energetico, altamente in bilico. Già prima dell’esplosione di Beirut nell’estate 2020 e la conseguente precipitazione della crisi, il Presidente Aoun parlava del settore energetico come la pietra miliare capace di trasformare l’economia nazionale e traghettare il paese fuori dall’abisso. 

Se le motivazioni per un’escalation sono dunque tracciabili, dall’altra parte il Libano non può e non vuole permetterselo, come confermato dalle mosse istituzionali degli ultimi giorni.  Di fronte alle minacce contro Israele, poi tramutate in azioni intimidatorie da parte di Hezbollah (il gruppo sciita ha rivendicato a inizio luglio il lancio di droni nelle acque contese), il primo ministro libanese Mikati si è subito distanziato da azioni considerate fuori dalla responsabilità statale e lesive degli sforzi di mediazione tra Beirut e Gerusalemme. Quanto affermato dal premier si accompagna inoltre a recenti indiscrezioni secondo cui il Paese dei Cedri dovrebbe raggiungere, entro settembre, un compromesso con la controparte israeliana. Se i piani del mediatore americano andassero a buon fine, Beirut sacrificherebbe le pretese sul Karish per ottenere controllo esclusivo del Bacino Qana. 

Le ragioni per cui i venti di guerra sembrano essersi placati da parte libanese si ritrovano essenzialmente nella necessità di preservare la stabilità nazionale, così come richiesto anche dai partner regionali, per la gestione, sempre più caoticada parte di Beirut, dei flussi siriani. L’alleanza con il vicinato è d’altronde una questione spinosa per il governo libanese: le affermazioni delle scorse settimane da parte del Ministro degli Esteri incentrate sull’allontanamento da qualsiasi disputa araba e sostegno alla Lega Araba sono un sintomo di come la riappacificazione con i vicini sia l’obiettivo primario di Beirut, dopo l’imposto isolamento dell’ultimo anno. La “mediazione stabilizzatrice” sul Karish rappresenterebbe in tal senso uno spiraglio per Beirut per riconquistare i vicini ed i loro aiuti economici. 

Nell’ottobre 2021, momenti di rottura nella Lega Araba sono stati infatti raggiunti a causa delle critiche mosse dal ministro dell’informazione libanese alla gestione della crisi yemenita da parte dell’Arabia Saudita. Riyadh, che ha sempre criticato la stagnazione libanese causata dal governo, ha colto l’occasione per imporre il blocco delle importazioni e restrizioni di viaggio. Seguita a ruota dagli alleati dai paesi del Golfo, l’Arabia Saudita ha proseguito poi con l’espulsione dell’ambasciatore libanese ed il ritiro delle rappresentanze diplomatiche a Beirut. 

Un allontanamento drastico che solo negli ultimi mesi sembra essere stata superato: ad aprile le rappresentanze diplomatiche sono rientrate in Libano mentre nelle ultime due settimane le restrizioni di viaggio sono state annullate

Il supporto garantito a inizio luglio dai Ministri degli Esteri della Lega per la negoziazione di un piano di aiuti tra il Libano e il Fondo Monetario Internazionale segnala inoltre come lo spirito di cooperazione del Golfo coinvolga il piano economico. Le recenti donazioni del Qatar al sistema militare libanese denotano, per esempio, un impegno alleato attuo a proteggere la tenuta del Paese dei Cedri.

Se strategico è il basso profilo assunto da Beirut, altrettanto calcolato è anche però tale riavvicinamento sponsorizzato dai paesi più orientali della Lega Araba.

Al di là della gestione dei flussi siriani, ricucire i rapporti con Beirut nel breve periodo è funzionale infatti ad una questione geopolitica ben più consolidata per i paesi della Lega: arginare Hezbollah per contrastare l’Iran. 

In tal senso, gli scenari politici aperti in seguito alle scorse elezioni in Libano rappresentano un’occasione per raggiungere tale obiettivo. La tornata elettorale di metà maggio ha visto l’affermazione di partiti avversari ad Hezbollah: perdendo la maggioranza conquistata nel 2018 tramite i partiti affiliati, il movimento militante sciita ha riconosciuto infatti la sua sconfitta. 

Per le altre egemonie regionali, il riavvicinamento al governo libanese rappresenta dunque una porta per traghettare il paese verso un futuro diverso, in cui l’allontanamento di Hezbollah potrebbe equivalere ad una nuova stabilità politica per un paese, il Libano, caduto nel più grande baratro socio-economico della sua storia.

Allo stesso tempo, un Libano stabile e pronto al compromesso con Israele sarebbe funzionale alla volontà del Golfo di consolidare alleanze regionali anti-Teheran, obiettivo, come dimostrato negli scorsi due anni dalla storica normalizzazione dei rapporti tra i paesi del Golfo ed Israele, sempre più chiaro. 

Come discusso inoltre nelle ultime settimane, il riavvicinamento tra Arabia Saudita ed Israele, definito un potenzialealleato da Riyadh, potrebbe essere annunciato nelle prossime settimane, anche grazie alla visita di mediazione di Biden dei giorni scorsi. Se così fosse, premere per la risoluzione pacifica della disputa marittima libano-israeliana ed una quanto più possibile normalizzazione dei rapporti diplomatici nel Mediterraneo, rappresenterebbe una naturale mossa strategica per il Regno Saudita. 

In conclusione, di fronte ad una Penisola Arabica che si riavvicina sempre più al Mediterraneo per ragioni geopolitiche, non è da escludere che la contesa del Karish nelle prossime settimane possa vedere arrivare nuovi protagonisti diplomatici dal Mar Arabico. 

Dalla parte invece di una Beirut in caduta libera, il compromesso politico e territoriale con l’acerrimo nemico israeliano potrebbe portare ad una nuova stabilità nel medio periodo, fatta di alleanze ritrovate ed un nuovo ruolo strategico per un “auspicabile” nuovo Libano. 

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