Dal disimpegno americano alla guerra in Ucraina

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Scenari mediorientali in un ordine multipolare

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, la congiuntura storica che attraversiamo sembrerebbe caratterizzata dal tentativo statunitense di mantenere viva la propria egemonia e il proprio ruolo di superpotenza realmente decisiva nello scacchiere internazionale. Un ruolo questo che si era certamente delineato all’indomani della caduta del Muro di Berlino e del crollo del rivale Sovietico, portando gli americani a esercitare una forte influenza su un quadrante strategico come quello mediorientale. Un’influenza che, tuttavia, negli ultimi anni è venuta sempre meno, aprendo varchi di opportunità ad attori regionali e non solo. Gli effetti della pandemia e il conflitto in Ucraina potrebbero fungere da ulteriori game changer, andando a ridefinire una scacchiera geopolitica in continuo mutamento.

Il Medioriente nel decennio unipolare

Non occorre qui ricordare il dibattito che animò l’inizio dell’ultimo decennio del Novecento circa una presunta “fine della storia”, quasi ad intendere la possibilità di una “sospensione” della dialettica hegeliana che animava il procedere storico e una concentrazione dello spazio politico in unico villaggio globale; un solo ordine internazionale segnato dall’avvento della democrazia e dell’ordine liberale in tutto il globo terracqueo.

A fare per certi versi da contraltare a questa teoria elaborata da Francis Fukuyama, quella di Samuel Huntington circa lo “scontro delle civiltà”. La globalizzazione e la fine della contrapposizione ideologica, secondo quest’ultimo, anziché spianare la strada a un mondo piatto e uniforme avrebbero invece sdoganato nuove forme di conflittualità, non più basate sulla contrapposizione tra capitalismo e socialismo reale, ma sulle identità, sulle culture e sulle civiltà, con le loro differenti idee di bene e male, di giusto e sbagliato e con i loro differenti modi di organizzarsi socialmente, economicamente e politicamente. Fattori che erano stati solo temporaneamente “congelati” dalla contrapposizione che animava la Guerra Fredda.

In questo nuovo scenario che si era venuto a delineare all’indomani del collasso sovietico, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto il ruolo di “gendarmi” dell’ordine internazionale, intervenendo laddove il sistema cominciava a palesare incrinature e laddove la politica della “porta aperta”, comunque funzionale a mantenere il primato a stelle e strisce nel nuovo assetto “globale”, veniva messa a repentaglio.

Da qui il dilemma se la globalizzazione fosse realmente un processo neutro, inter pares, o piuttosto la manifestazione di un nuovo ordine che restava sempre e comunque americano. Al netto delle narrative e delle velature che possono servire a celare i rapporti di forza propri della realpolitik, il ventennio che va dal 1989 e che, a detta di chi scrive, arriva quantomeno alla crisi finanziaria del 2008, non può che essere definito come il momento dell’incontrastato unipolarismo americano.

Un unipolarismo che, sebbene in quegli anni non fosse assolutamente sfidabile, necessitava di soluzioni strategiche per essere mantenuto nel medio e nel lungo periodo.

Nel frattempo, il venire meno di quello che Reagan definì “Impero del male” aveva portato a uno slittamento del baricentro di interesse strategico statunitense dall’Europa al Medio Oriente. 

Se la globalizzazione determinava un primato dell’economico sul politico, stante la superficiale rappresentazione di un mondo piatto, astorico e dominato esclusivamente dal mercato, allora, per il mantenimento di un primato nella sfera economica, non ci si poteva esimere dal controllo di quell’altro aspetto che era poi il motore dell’economia: la dimensione energetica. 

In ambito energetico, il Novecento potrebbe essere definito come il “secolo del petrolio”. Mantenere una posizione egemonica significava allora per gli Stati Uniti anche, e soprattutto, conservare un occhio di riguardo su quel quadrante geopolitico in cui erano presenti le maggiori riserve petrolifere mondiali. In quest’ottica è possibile rileggere la Guerra del Golfo del 1990/1991 come un’operazione atta ad impedire un’eccessiva concentrazione di queste riserve nelle mani di un unico attore regionale[1], oltre che a rassicurare la Monarchia dei Saud rispetto a un vicino che, con l’annessione del Kuwait, poteva davvero farsi ingombrante. 

Sempre in tal senso, la Guerra del Golfo del 2003 può essere reinterpretata come il tentativo, per molti versi fallito, di creare uno stato petrolifero vassallo funzionale a diminuire la dipendenza dallo storico, ma sempre più impresentabile, alleato regionale saudita.

La stagione delle primavere arabe e la strategia del leading from behind.

Tuttavia, proprio sul finire del primo decennio del nuovo millennio la situazione muta e la neoeletta amministrazione Obama si trova costretta a ridefinire gli impegni statunitensi nell’area.

Sono gli anni in cui avviene quello slittamento di interesse strategico che sposta nuovamente il fulcro della politica estera americana; questa volta dal Medioriente all’Indopacifico.

Tra i fattori che hanno determinato questo cambio: la crisi finanziaria del 2008, considerata anche a fronte dei costi economici che la permanenza nei teatri di guerra iracheno e afghano comportava (non più sostenibili), l’implementazione di tecniche per l’estrazione dello shale gas, che in un arco di tempo di qualche anno ha portato gli Stati Uniti a passare dalla posizione di Paese importatore di idrocarburi a quella di esportatore, l’avvento sulla scena internazionale di due nuovi rivali in grado di mettere in discussione la leadership mondiale statunitense: il Dragone cinese e la Russia di Putin. 

Esportare e mantenere la democrazia e il libero mercato manu armata in quei contesti non era più né facilmente praticabile né conveniente. 

Da qui un cambiamento di paradigma che si è articolato lungo due principali direttive. Da una parte, sulla scorta degli insegnamenti elaborati da Gene Sharp, e già testati in occasione delle cosiddette “rivoluzioni colorate” che precedentemente avevano interessato lo spazio post-sovietico e l’Iran[2],si è preferito il sostegno a gruppi di opposizione presenti nelle società civili  ( primavere arabe[3]) anziché l’intervento militare diretto.  Dall’altra parte si è promosso l’approccio conosciuto sotto il nome di leading from behind, che consisteva nel perseguire i propri interessi nell’area non direttamente, ma attraverso il ricorso ai partner regionali.   

Con il progressivo disimpegno statunitense, si aprono dei vuoti e delle nuove opportunità sia per gli attori regionali sia per le medie e grandi potenze vicine. 

Il primo soggetto a intraprendere una politica più assertiva sarà la Turchia di Erdoğan, che dall’essere un mite alleato ben inserito nell’Organizzazione dell’Alleanza Atlantica, inaugurerà dapprima una politica di stampo neo-ottomano e panturanico e poi, anche a causa del fallito golpe del 2016, intraprenderà una svolta che sotto certi aspetti potremo definire eurasiatica e sensibile ai richiami delle frange nazionaliste sostenitrici del Mavi Vatan.  

A partire da 2015 vi è poi il grande ritorno della Russia in Medioriente. Il sostegno allo storico alleato Bashar Al-Assad, permetterà l’ampliamento della base di Tartus e proietterà le flotte di Putin nel Mar Mediterraneo. Ciò permetterà ai russi di avere voce in capitolo nelle varie vicende dell’area MENA, inserendosi tra l’altro a pieno titolo nella guerra civile libica con l’appoggio alle milizie del Generale Khalifa Ḥaftar, soprattutto per il tramite del gruppo Wagner.[4]

L’Egitto, storico protagonista delle vicende del quadrante vicino orientale, uscirà invece notevolmente ridimensionato dalle primavere arabe. Come ben noto, le elezioni successive alla caduta di Mubarak porteranno alla ribalta il movimento dei Fratelli Musulmani, che verrà poco tempo dopo destituito dall’allora Ministro della Difesa, e futuro Presidente, Abdel Fattah al-Sisi. La politica interna del Paese dei Faraoni diventerà così uno specchio del più ampio conflitto intra-sunnita, che contrapporrà da una parte le Monarchie del Golfo, vicine all’establishment del Generale, dall’altra l’asse turco qatariota, sponsor non troppo occulto dei Fratelli musulmani.

Dalla pandemia al conflitto in Ucraina: una scacchiera in fase di riassestamento.

Negli ultimi tempi ci sono stati dei tentativi di riavvicinamento tra i vari attori, specie per quanto riguarda il cosiddetto campo intra-sunnita. 

A incidere su questo riallineamento sono stati diversi elementi: oltre alla pandemia, e alle sue nefaste conseguenze sui già precari sistemi economici, sanitari e sociali di molti Paesi mediorientali, bisogna senz’altro citare le difficoltà sotto il profilo interno di due players importanti quali Turchia ed Egitto nonché l’arrivo del presidente Joe Biden alla Casa Bianca. 

Altro “cigno nero” che ha scompigliato ulteriormente le carte in tavola è il recente conflitto tra Russia e Ucraina: molti Stati dell’area sono nettamente dipendenti, sotto il profilo alimentare, dal grano che arriva dai due Paesi in guerra. Nuovi tumulti, sulla scia di quelle che furono le primavere arabe, non sono da escludere[5]. Inoltre, la presenza in Ucraina di comunità ebraiche in fuga dalla guerra potrebbe incidere sulla già difficile questione degli insediamenti in territorio israelo-palestinese.

Dal punto di vista delle relazioni tra Stati, nel medio periodo si potrebbe delineare uno scenario nel quale, al disimpegno americano, si aggiungerà una parziale ritirata russa, che sarà molto probabilmente compensata da attori regionali quali l’Arabia Saudita e le Monarchie del Golfo. 

Da rilevare negli ultimi tempi, una certa convergenza russo-saudita. Basti pensare che, secondo alcuni analisti, la guerra sui prezzi del petrolio tra la monarchia di Ibn Salman e la Russia a inizio pandemia  potrebbe in verità celare un tentativo di tagliare le gambe sul nascere alle nascenti industrie dello shale americane. 

Per quanto riguarda la Turchia, a causa di un’economia debole, di un’inflazione galoppante e di problemi legati all’approvvigionamento “energetico”, è molto probabile che questa abbandoni la postura assertiva degli ultimi anni propendendo magari per una via più diplomatica; cercando cioè di strappare quante più concessioni possibili ai partner occidentali e, magari, proprio come ai tempi della Guerra Fredda, tentando di far leva sulla propria posizione geograficamente strategica e funzionale al contenimento russo da parte della NATO. 

L’Egitto, tormentato da problemi sociali ed economici interni, avrebbe tutto da perdere da una politica “muscolare”, mentre potrebbe giocare sul suo ruolo di hub energetico nel Mediterraneo e all’interno dell’EastMed Gas Forum. Segnali in questo senso sono arrivati dai tentativi che il Presidente al-Sisi ha fatto al fine di mostrarsi più “presentabile” agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e di Joe Biden, che punta sull’Egitto per esercitare una sorta di contro bilanciamento rispetto allo scomodo alleato anatolico.     

Sembra invece consolidarsi sempre di più l’asse Russia-Iran, due attori accomunati ormai da una serie di convergenze: la necessità di stabilizzare lo scenario afghano, la creazione di un corridoio alternativo al canale di Suez, la diffidenza del regime degli Ayatollah nei confronti degli Stati Uniti dopo il ritiro unilaterale dal JCPOA.

Ultimo punto, ma non in ordine di importanza, riguarda ancora gli Stati Uniti. 

Come per certi versi già ottimamente sottolineato da Amedeo Maddaluno per Eurasia, piuttosto che un mero disimpegno complessivo dall’area, gli americani, riappropriandosi dei loro grandi teorici del potere marittimo quali Mahan e Spykman, sembrerebbero invece perseguire una strategia di ritiro dall’ Earthland a vantaggio del Rimland.

Questo varrebbe anche per il Medio Oriente e, in questo senso, a un complessivo disimpegno da teatri quali l’Afghanistan e l’Iraq, non corrisponderebbe un’altrettanta arrendevolezza rispetto all’importanza dei choke points della regione[6]. Choke points, o colli di bottiglia, fondamentali nel contenimento rispetto a quello che, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi il vero grande rivale strategico degli Stati Uniti: la Cina. In altre parole, nonostante l’imminente “fine dell’era del petrolio”, sarà proprio la geografia a consacrare il Vicino Oriente come scacchiera cruciale, in cui si giocheranno sfide decisive in quello che è il più ampio Grande Gioco per la supremazia globale. 


[1] C. Cerreti, M. Marconi, P. Sellari, Spazi e Poteri. Geografia politica, geografia economica, geopolitica, Laterza, Milano 2019, pp 289-290.

[2] Si consideri che l’Iran, per motivi attinenti alla sua morfologia, risulta essere una “fortezza inespugnabile”, difficilmente attaccabile per via militare. Otto anni di guerra con il vicino iracheno che hanno portato a un nulla di fatto, non tanto per la destrezza e le capacità militari degli Ayatollah e delle loro milizie, quanto per motivi fisiologici e di geografia fisica, hanno forse suggerito che la via dell’abbattimento del regime dall’interno fosse più praticabile che un intervento militare diretto o per procura.

[3] Con questo non si intende sostenere che le primavere arabe fossero un fenomeno completamente esogeno ed esclusivamente eterodiretto. Esse indubbiamente poggiavano anche su un malcontento popolare reale rispetto a un contesto fatto di autoritarismi, povertà e mancanza di prospettive future, soprattutto per la popolazione più giovane.

[4] In questo senso è possibile rintracciare una continuità nella politica estera di Putin, dettata da una strategia marittima di proiezione nei mari caldi che va dall’annessione della Crimea, passa per l’intervento in Siria e arriva fino alla guerra nel Donbass.  

[5] Con la differenza che stavolta le ribellioni avranno un connotato più materiale che ideale e/o ideologico; in altri termini più legato al pane che alla democrazia.

[6] Nello specifico: il canale di Suez, e gli stretti di Hormuz e Bāb al-Mandab.

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