Giappone-Corea del Sud: una nuova amicizia (o forse no)

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Fonte Immagine: https://asia.nikkei.com/Politics/International-relations/Biden-Kishida-and-Yoon-discuss-threat-of-North-Korea-nuclear-test

I recenti sviluppi nelle relazioni nippo-coreane fanno ben sperare Washington nella creazione di un accordo trilaterale in funzione anticinese; tuttavia, i contrasti storici fra i giganti asiatici rappresentano ancora uno scoglio difficile da superare.

Uno sguardo rapido ai recenti sviluppi diplomatici nell’area pacifica mostra chiaramente un “disgelo” nelle relazioni sino-coreane. Tra le ultime notizie che è possibile reperire per quanto riguarda i rapporti fra le due potenze spicca la visita in Giappone del Ministro degli esteri sudcoreano Park Jin in programma per la giornata del 18 luglio. La visita in questione non solo rappresenterebbe la prima visita ufficiale del Ministro a Tokyo dopo la nomina da parte della nuova amministrazione Yoon, ma anche un importante tappa nel tentativo da parte dei due rispettivi presidenti asiatici di sanare i rapporti fra i loro rispettivi Paesi. 

Il dialogo fra i due giganti pacifici si trova infatti in stallo da circa 10 anni, e nel corso della precedente amministrazione Moon a Seoul i rapporti si erano trovati quasi ai minimi storici. In realtà l’animosità presente fra le due più grandi democrazie dell’area è di vecchia data e coincide con l’occupazione giapponese della penisola coreana, verificatesi tra il 1910 e il 1945. Le diatribe in merito al drammatico periodo storico di cui sopra non solo sono ancora presenti in entrambi i Paesi ma rappresentano tuttora “temi caldi” specialmente per quanto riguarda l’opinione pubblica.

In estrema sintesi, tra le questioni ancora aperte risalenti all’occupazione, quelle relative ai “choyoko” (lavoratori forzati) e alle cosiddette “comfort women” (schiave sessuali) rimangono di difficile risoluzione e si trovano al centro della cronaca attuale. Per quanto riguarda i primi, infatti, è prevista per i prossimi mesi la decisione della Corte Suprema coreana relativa alla vendita o meno degli asset requisiti a due importanti aziende giapponesi, destinati eventualmente al risarcimento delle vittime. Il Giappone non solo in questo momento si oppone a suddetta vendita, ma ritiene la questione degli choyoko risolta definitivamente da un accordo fra le due potenze risalente al 1965, che la Corea del Sud rigetta in quanto firmato nel corso della dittatura militare di Park Chung-hee. Il governo di Tokyo inoltre rigetta le decisioni che la stessa Corte Suprema di Seoul aveva presentato nel 2018, le quali permettono ancora oggi ai singoli individui di fare causa alle aziende giapponesi e richiederne direttamente i danni.

Per quanto riguarda la questione di coloro che vengono eufemisticamente definite “comfort women”, gli ultimi accordi in materia risalgono al 2015, tuttavia tali decisioni hanno scatenato una forte reazione negativa da parte della popolazione civile, esternatasi in svariate proteste antigiapponesi e numerosi appelli al governo da parte delle vittime e delle loro famiglie. Il Giappone ha sommariamente risposto a tali accuse minimizzando eccessivamente (secondo l’opinione pubblica coreana) le atrocità commesse e accusando a sua volta la popolazione della Corea del Sud di strumentalizzare il passato storico.

A tali questioni più spinose è possibile affiancare tra le principali cause di attrito fra le due democrazie asiatiche anche quelle relative a un gruppo di isolette nel Mar del Giappone (o Mare dell’Est) che in italiano vengono chiamate le “Rocce di Lancourt”, isolette da circa 70 anni oggetto di dispute territoriali fra le due potenze. Dispute, come quelle precedentemente accennate, ancora estremamente attuali. Sotto i rispettivi governi Moon (2017-2022) e Abe (2012-2020), infatti, suddette problematiche portarono a una serie di ritorsioni fra le due amministrazioni che i nuovi gruppi di Yoon e Kishida dovranno affrontare e gestire con estrema cautela. 

Gli accordi relativi alla questione delle “comfort women” furono infatti abrogati unilateralmente dall’amministrazione Moon e sempre sotto il suo governo la Corte Suprema requisì gli asset delle industrie giapponesi che potrebbero oggi essere rivenduti per risarcire le vittime del lavoro coatto. Entrambe le misure adottate dall’allora leader di Seoul fecero infuriare Tokyo che rispose rimuovendo la Repubblica di Corea dai propri partner economici preferenziali e adottando restrizioni all’export di agenti chimici fondamentali per le industrie coreane (anche se di fatto queste ultime misure vennero poi applicate in maniera decisamente blanda). Seoul contrattaccò nuovamente rimuovendo il Giappone dalla propria “lista bianca” relativa agli scambi commerciali.

Forse più allarmanti furono inoltre alcune dispute, seppure di leggera entità, che si ebbero in ambito militare. Sempre nel 2018 una nave giapponese, invitata dalle autorità coreane ad assistere a una manifestazione della marina militare, fece ritorno in patria in completa indignazione poiché le forze di Seoul richiesero al mezzo in questione di rimuovere le proprie insegne, reminiscenti (secondo i sudcoreani) del periodo imperialista. Nello stesso anno un’imbarcazione militare coreana mise nei suoi radar un velivolo da ricognizione giapponese rifiutando le comunicazioni urgenti provenienti dal Giappone.

Tuttavia, proprio in ambito militare pare si siano palesati i primi segnali di “disgelo”. I Ministri degli Esteri Park Jin e Yoshimasa Hayashi hanno di recente avuto modo di presiedere entrambi a un incontro trilateraletenutosi col Segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken a margine delle operazioni preparative per il G20, e in tale occasione parrebbe che i due diplomatici abbiano promesso maggiore collaborazione fra le due repubbliche per far fronte alla comune minaccia proveniente dalla Corea del Nord. Blinken è stato inoltre protagonista di un incontro avvenuto a Washington la scorsa settimana fra alte sfere della diplomazia sudcoreana con l’obbiettivo di riattivare il cosiddetto GSOMIA, un accordo di intelligence fra i due Paesi asiatici, che era stato “disattivato” da Moon Jae In nel 2019 poco prima della data di scadenza del patto stesso. Secondo Blinken, il GSOMIA potrebbe rappresentare un validissimo strumento per migliorare gradualmente le relazioni sino-giapponesi e arrivare all’alleanza trilaterale nel Pacifico a cui gli Stati Uniti anelano (nella speranza non solo di neutralizzare la minaccia nucleare di Kim Jong-un ma anche l’espansionismo di Xi Jinping).

Ancora di maggior rilevanza in tal senso è stato infatti il precedente incontro avvenuto direttamente fra i presidenti Yoon e Kishida il 29 giugno a Madrid, presenziato dallo stesso Joe Biden durante alcuni summitdella NATO. Sebbene vi siano stati pochi risultati concreti, l’incontro ha finalmente permesso ai due leaderasiatici di incontrarsi ufficialmente al tavolo diplomatico per discutere delle sfide che entrambi si trovano ad affrontare nella loro regione di influenza. Nonostante non sia stato oggetto di discussione lo sviluppo di una “temuta” NATO in Asia orientale, come propagandato dai mezzi di comunicazione nordcoreani, il meeting ha sicuramente divulgato un forte messaggio di apertura diplomatica fra i due Paesi, i quali, si ricorda, non hanno intrattenuto relazioni ufficiali per oltre una decina di anni prima del 2022.

Dall’incontro di Madrid pare, secondo diversi osservatori, essere emersa anche la maggior volontà del presidente Yoon di risanare i rapporti col proprio vicino, mentre Kishida si starebbe mostrando più reticente. Precedentemente alla propria inaugurazione in qualità di nuovo presidente della Repubblica di Corea, Yoon Suk-yeol aveva infatti consegnato un “ramo d’olivo” al governo giapponese inviando una delegazione a Tokyo con l’onere di rende esplicite le promesse elettorali del nuovo presidente e di dare un nuovo fruttuoso avvio alle relazioni sino-giapponesi. Tokyo successivamente ricambiò il gesto inviando il sopracitato ministro Hayashi alla cerimonia di inaugurazione a Seoul, nella cui occasione lo stesso ministro ebbe modo di conoscere la propria controparte, il ministro Park; i due pare si trovino in rapporti amichevoli ed è previsto che si incontrino proprio in questi giorni in territorio giapponese.

Park Jin è inoltre parte di un gruppo accuratamente scelto dal presidente Yoon con grande esperienza in campo geopolitico (di cui lo stesso Yoon pare essere carente) e con una buona conoscenza del Paese del Sol Levante, tra cui è possibile citare il Consigliere per la Sicurezza internazionale Kim Sung-han e il suo vice Kim Tae-hyo. Yoon ha inoltre mostrato nuovamente la sua “buona volontà” tramite la recente creazione di un corpo consultivo speciale che si occuperà di gestire, cercando sicuramente un accordo quantomeno accettabile da entrambi le parti, la questione dei lavoratori e delle donne coreani schiavizzati durante l’occupazione giapponese (di cui si è precedentemente discusso).

Anche a Madrid è stato Yoon a offrire ai media un quadro positivo dell’incontro, augurandosi che tale meeting sia stato solo il primo passo verso un’alleanza trilaterale capace di mantenere la stabilità e la pace nella regione pacifica. Ha inoltre espresso la sua personale convinzione in merito a Kishida, il quale secondo Yoon si dimostrerà un ottimo partner nell’arduo compito di creare buoni rapporti fra le rispettive nazioni. Di contro, proprio Fumio Kishida si è mostrato, come anticipato, molto più restio a individuare nella sua controparte di Seoul un valido e solido alleato: in merito all’incontro di Madrid non ha fatto esplicito riferimento alla Corea del Sud, ma si è limitato a auspicare una buona collaborazione fra i Paesi che si trovano a gestire la minaccia nordcoreana.

È tuttavia probabile che la “freddezza” di Kishida sia da ricondurre alle allora impedenti elezioni relative alla Camera dei consiglieri (la camera alta della Dieta giapponese): il presidente è stato accorto nel non inimicarsi eccessivamente il suo elettorato conservatore, il quale non vede di buon grado un avvicinamento alla Corea. Lo stesso Yoon, d’altronde, il quale non ha goduto di una schiacciante vittoria elettorale contro il suo avversario progressista, è consapevole dell’impatto negativo che un atteggiamento troppo “morbido” nei confronti del vecchio nemico potrebbe avere sulla popolazione civile. A titolo di esempio, basti citare brevemente la reazione che la società coreana ha mostrato in seguito all’assassinio di Shinzo Abe: mentre il presidente inviava fiori e condoglianze alla nazione e alla famiglia di Abe, la popolazione temeva una nuova ondata di hate crimes nei confronti degli immigrati coreani in terra giapponese (come accaduto in passato in momenti di disordine politico).

In conclusione, Yoon e Kishida sono ben consapevoli dei reciproci vantaggi che una collaborazione fra i due Paesi potrebbe apportare alle economie e alla sicurezza di entrambi e mentre il passato è sempre duro da dimenticare, Washington, principale sostenitore dell’alleanza, dovrà fare attenzione a non interferire troppo visibilmente in questioni domestiche che sfuggono a un occhio straniero.

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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