TRA FINZIONE E REALTA’: LE LACRIME DEL LAGO TAI

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Nel 2012, Qiu Xiaolong pubblica il suo settimo romanzo, nel quale il commissario capo Chen si imbatte in una nuova avventura. Tra finzione e poesia, lo scrittore denuncia uno dei più gravi problemi della Cina: l’inquinamento dell’acqua.

Durante la Rivoluzione Culturale, ai giovani cinese non era concesso leggere libri diversi da quelli approvati dal Partito o esprimere opinioni diverse da ciò che poteva essere detto. Sebbene le successive leadership abbiano reso il Paese relativamente più permissivo (o perlomeno fino all’era Xi Jinping), non sorprende che, ancora oggi, il numero di scrittori cinesi costretti a lasciare il proprio Paese per poter parlare e scrivere sia sempre in forte aumento. Certamente è difficile, se non addirittura impossibile, poter denunciare i problemi che caratterizzano un Paese come la Cina, senza subirne poi le conseguenze.

Sono tanti gli autori che potrebbero essere citati. Uno di questi è Qiu Xiaolong, scrittore, saggista e poeta originario di Shanghai il quale, dopo essere stato etichettato come “nemico del governo” a seguito degli eventi di Piazza Tienanmen del 1989, ha dovuto lasciare la Cina e si è trasferito negli Stati Uniti, dove vive ancora oggi. Amante dei gialli sin dall’adolescenza, poteva leggere le avventure di Sherlock Holmes solamente nascondendo i libri dietro una copertina del Libretto Rosso di Mao.

Ciò che ha reso lo scrittore noto al mondo è senz’altro la sua capacità di unire finzione e realtà, con la costante presenza sullo sfondo della Cina comunista e del percorso economico, sociale, storico e politico del Paese culminato con la Rivoluzione Culturale. Protagonista principale dei suoi romanzi gialli è il famoso commissario capo Chen, metafora della società cinese, il quale cerca di scoprire, attraverso le sue indagini, e di conseguenza condannare, ciò che si nasconde dietro il mondo corrotto della burocrazia cinese.

Il romanzo “Le Lacrime del Lago Tai” (‘Don’t Cry, Tai Lake’) rappresenta forse uno dei suoi romanzi più coraggiosi o comunque uno dei più “impegnati”, in cui Xiaolong mette in risalto uno dei problemi più gravi della Cina, vale a dire l’inquinamento e, in particolar modo, l’inquinamento dei laghi e dei fiumi cinesi. Il lago da cui trae nome il romanzo è il Lago Tai (太湖, Tài Hú, letteralmente “Grande Lago”), non un nome fittizio, bensì il vero nome di un grande lago nella pianura del delta dello Yangtze, sul confine tra le provincie Jiangsu e Zhejiang nel sud-est della Cina. Non è solo il nome ad essere veritiero, bensì anche la descrizione che l’autore ne fa, e che può essere scoperta pagina dopo pagina. “Una poltiglia di un verde accecante”: una poltiglia tanto più imponente quanto lo è l’inquinamento nel Paese, causato dalle fabbriche lì presenti, le quali, da anni, scaricano le acque reflue nel lago senza l’utilizzo degli impianti di depurazione i quali, seppur presenti, non vengono utilizzati in quanto il guadagno personale ricavato sarebbe inferiore ai costi derivanti.

Si può comprendere la gravità della situazione se si pensa che tale lago è il terzo d’acqua dolce più grande del paese, nonché una delle sue risorse idriche più vitali. L’inquinamento del lago ha avuto inizio negli anni ‘80 con l’avvio delle politiche di “Riforma e Apertura” di Deng Xiaoping e da allora, nonostante i vari tentativi di migliorare la situazione, il lago resta ancora oggi uno dei più inquinati. Secondo alcuni studi portati avanti nel corso degli anni ‘80, a partire dal 1987 i fiumi e i laghi della regione hanno ricevuto uno scarico annuale di 36 miliardi di tonnellate di acque reflue, metà delle quali provenienti da Shanghai. Le acque reflue, almeno nell’80% dei casi, non sono state trattate.

Una valutazione della qualità dell’acqua nell’intera regione ha rilevato che nel 1983 il 40% dei fiumi nel bacino di Taihu era contaminato. Una percentuale che ha raggiunto l’86% nel 1996, superando quella di qualsiasi altro sistema idrico cinese.

La contaminazione organica vicino alla superficie dell’acqua è aumentata dall’1% nel 1987 fino al 29,18% nel 1994. Dal 1993, l’intero lago ha subito l’eutrofizzazione, una condizione in cui una sovrabbondanza di nutrienti come nitrati e fosfati porta a una fioritura di alghe che impoverisce l’ossigeno dall’acqua, abbassandone la qualità e uccidendo pesci e altre specie. La crisi peggiore si è avuta nel 2007, quando la fioritura di alghe aveva coperto l’intero lago con una profondità di diversi centimetri, causando danni ingenti ad almeno il 70% delle strutture che fornivano acqua al paese, rendendo quest’ultima contaminata e pericolosa per tutta la popolazione di Wuxi. 

La crisi idrica cinese non riguarda soltanto l’inquinamento dei fiumi e dei laghi, bensì anche la grave scarsità d’acqua, che minaccia sia la stabilità sociale che l’espansione economica del Paese. I problemi come la siccità, la distribuzione irregolare dell’acqua in tutto il paese e gli alti livelli di inquinamento, rendono carente la disponibilità di energia idroelettrica, minacciando così l’approvvigionamento energetico, così come la produttività agricola. Tutto questo, ovviamente, porrà sempre più sfide alla sicurezza alimentare del Paese, la quale richiede strategie da parte della classe politica affinché salvaguardino l’ambiente e tutta la sua popolazione. Tutto ciò va poi letto nell’ottica dell’attuale cambiamento climatico, tenendo presente che ciò che accade in Cina, essendo il Paese più inquinante della terra, non può non avere inevitabili conseguenze su tutto il mondo.

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