Macron, re senza corona, cerca di ricostruire una strategia per la Francia

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Fonte Immagine: https://www.peoplesworld.org/article/macron-on-the-throne-new-french-president-takes-neoliberal-path/

La guerra in Ucraina ha spiazzato anche Parigi, incrinandone la strategia. A peggiorare le cose la nuova debolezza di Macron dopo le elezioni.

La strategia francese è da decenni improntata a far assumere all’UE una maggiore autonomia e assumerne la guida, escludendo Washington dal vecchio continente o limitandone la presenza. L’Eliseo sogna così di fare dell’Europa un soggetto legato sì agli Stati Uniti ma con una propria autonomia di azione che le permetta di agire quando necessario. Il tutto ovviamente inquadrato in un’ottica di interesse nazionale francese: da dubitare che qualcuno sia d’accordo, soprattutto Berlino, soggetto indispensabile per i progetti parigini.

Vi è infine la volontà di mantenere un dialogo con Mosca, fattore quantomai difficoltoso allo stato attuale. L’aggressione russa all’Ucraina ha tuttavia sconvolto i piani francesi: ha riportato Washington in Europa, condotto Mosca lontana dal dialogo e allargato la NATO a scapito delle forze armate europee tanto agognate nelle stanze dell’Eliseo. Un complessivo dramma strategico per Macron che deve fronteggiare anche beghe interne che renderanno ancor più difficile il suo compito.

Parigi come potenza di mezzo

Parigi si crede ancora oggi grande potenza e vede nell’UE il vettore di tale traiettoria, mezzo di amplificazione della propria grandeur. Necessità vitale è dunque diminuire la presenza statunitense in Europa e rendere quest’ultima maggiormente autonoma, cosa che presuppone anche un dialogo con Mosca, da inserire nell’intelaiatura securitaria continentale e non ridurre a nemico come prescritto invece dalla Casa Bianca.

Questo nella convinzione francese e macroniana che le crisi mondiali implichino la presenza al tavolo delle trattative di Mosca. Anche a costo di bloccare la via (tra gli altri) di Kiev e Tbilisi verso la Nato. Avversi a tale strategia sono però in primis i Paesi esteuropei, fortemente russofobi per il proprio tormentato passato, e ovviamente Washington, intenzionata a preservare il proprio impero europeo. Impero che l’Eliseo vorrebbe ereditare e guidare come detto in una posizione di autonomia strategica.

Eliseo contro Washington

La strategia parigina era evidente già a febbraio: mentre Washington, Londra, Berlino, Roma e altri Paesi richiamavano i propri funzionari da Kiev sull’onda dell’avvertimento statunitense circa l’imminente attacco russo, Parigi rimaneva nella capitale ucraina, alzando la voce con Washington e richiamando la necessità di riaprire le discussioni con Mosca per la sicurezza dell’est Europa, un ruolo che nella fuga generale da Kiev l’Eliseo voleva intestarsi.

L’invasione effettiva ha da un lato messo in crisi il tentativo di mantenere un dialogo con il Cremlino e dall’altro ha accresciuto il protagonismo di Washington che ha con il tempo intravisto l’occasione di indebolire Mosca e rinsaldare l’Europa in posizione antirussa per poter cedere lo sguardo alla Cina, vera sfida futura. Come se non bastasse è arrivato anche l’annunciato riarmo dello storico nemico tedesco, un’arma a doppio taglio per Parigi che da quel momento sta cercando di ritagliarsi nuovamente uno spazio d’azione che verte su alcune linee fondamentali.

Riarmo tedesco da tenere a bada

Innanzitutto c’è da tenere sotto controllo il riarmo tedesco, anatema per Parigi e preoccupante nel breve ma soprattutto nel lungo termine. Berlino partecipa con Parigi del nucleo fondamentale dell’UE, con i francesi che godono della supremazia in ambito militare mentre quella economica è appannaggio dei tedeschi, più atlantisti e dipendenti da Washington per la propria sicurezza.

La Brexit (venendo meno il contrappeso britannico) ha già contribuito a spostare il baricentro di tale rapporto in favore di Berlino e la possibilità che Berlino si elevi anche a potenza militare lo squilibrerebbe ancor di più. Per tale motivo il riarmo teutonico è questione spinosa: Parigi lo accoglie con favore perché potenzialmente funzionale al raggiungimento dell’autonomia europea in ambito militare. Tuttavia ne è anche inquietata, in parte per fattori storici e in parte per ragioni contingenti essendo esso inteso da Berlino come strumento della strategia securitaria nazionale e non in ottica continentale, possibile apporto a ipotetiche forze armate europee.

La Francia deve dunque cercare di neutralizzare il pericolo di un vicino nuovamente potente e con obiettivi geopolitici diversi da quelli parigini: un incubo che scuote l’Eliseo che gradirebbe una Germania più potente militarmente di quanto non lo sia adesso ma sempre un passo indietro rispetto ai transalpini e con tale potenza posta al servizio europeo (quindi francese). Esigenze difficilmente accettabili a Berlino. Il primo pericolo che deve affrontare Parigi è dunque quello della fine della Germania come potenza civile e un ritorno dei tedeschi come potenza a tutto tondo: operazione non scontata, stante il post-storicismo che impregna fino al midollo la Repubblica Federale, ma da tenere in debito conto.

Una nuova Europa

Accanto alla questione tedesca vi è il rilancio del progetto europeo giunto a maggio quando Macron, di fronte al Parlamento Europeo, ha lanciato l’idea di una comunità politica europea che riunisca i Paesi membri dell’UE e altri che desiderano farne parte. Questo rientra in una strategia volta a stabilizzare il contesto europeo (anche quello non immediatamente afferente l’UE), legare (economicamente e non solo) i Paesi europei esterni all’UE senza dover al contempo procedere ad allargamenti forzati.

Nell’idea di Macron rientrerebbero nel progetto soggetti minori ma anche altri di grande rilevanza come Londra e Ankara; senza dimenticare ovviamente Mosca, da non regalare a Pechino. L’idea del presidente francese ha provocato forti malumori in Ucraina – che nella prospettiva francese vedrebbe procrastinato a tempi indefiniti il suo ingresso nell’UE – e nei Paesi orientali dell’UE, preoccupati di vedere il loro peso nell’Unione ridimensionato.

Riavvicinamento a Mosca e allontanamento da Washington

Ultima impellenza per Parigi è mantenere un dialogo con Mosca facendola rientrare in Europa, volontà esplicitata dal continuo tentativo di dialogo di Macron, finora infruttuoso. Per fare ciò cerca di profittare di ogni piccola opportunità come testimonia il tentativo di amplificare lo iato che si intravede tra Washington e Kiev nelle ultime settimane, così da distaccare l’Ucraina dalla retorica belligerante statunitense e riaprendo la possibilità di un dialogo; tattica funzionale anche a riacquisire un’autonomia d’azione europea.

Francia decisa a trascinarvi i propri alleati europei: in primis l’Italia – tanto al fianco di Kiev quanto perennemente tormentata dalle preoccupazioni economiche – e in secondo luogo Berlino, in cerca di una nuova via per il futuro dopo aver costruito i primi tre decenni di unità su due convinzioni – l’impossibilità di nuove guerre in Europa e l’assicurazione energetica russa – crollate in un solo giorno. Un trio quest’ultimo che si è presentato a Kiev in uno storico viaggio che è stato da un lato occasione per confermare l’appoggio all’Ucraina ma dall’altro ha segnalato anche una certa unità europea parzialmente alternativa a Washington.

Da segnalare inoltre anche la presenza del presidente rumeno Iohannis: questa, unita alla visita di Macron in Romania a metà giugno, è rilevante in quanto il Paese rumeno è un bastione antirusso della Nato ma su posizione più moderate ed è dunque una leva che l’Eliseo intende utilizzare per marcare ancora una volta a Washington la necessità di un dialogo con Mosca.

Cremlino da tenere ancorato all’Europa

La Francia, pur essendosi espressa a favore di una vittoria ucraina, avendo appoggiato le sanzioni a Mosca, inviato armi a Kiev e senza rinunciare a parole all’integrità territoriale ucraina, desidera nel complesso una guerra che finisca, oltre che in tempi brevi, con un canale aperto con Mosca: Parigi non ha alcun interesse né in un’umiliazione del Cremlino né in una guerra di successione per il dopo Putin.

Macron rimarca che l’UE, cioè la Francia, non è in guerra con Mosca: avere un Cremlino espulso dall’Europa e in posizione a essa avversa è per l’Eliseo controproducente oltre che pericoloso. Oltre a ciò il distacco di Mosca dal continente permette ai Paesi dell’Europa orientale (Polonia, baltici e Romania su tutti) di mantenere un maggiore peso geopolitico richiamando la presenza di Washington sul continente. Cosa che l’Eliseo non può gradire.

La questione interna complica tutto

Macron ha visto dunque gli elementi della strategia francese incrinarsi sotto i colpi dell’aggressione russa e deve dunque ridisegnare tale strategia in un conteso geopolitico avverso. Ma come se ciò non bastasse a creare grattacapi all’Eliseo vi sono anche le questioni interne legate alle elezioni. Il sistema politico francese è quasi monarchico, con un notevole potere delegato al presidente; tuttavia elegge il proprio re senza permettergli a pieno di essere tale, ancor meno ora che le elezioni legislative hanno azzoppato ulteriormente i poteri di Macron che ha ottenuto una maggioranza solo relativa.

Da un lato la riconferma del presidente mostra in parte la volontà di mantenere la stessa guida in un periodo di tensioni e cambiamenti, confermando il proprio monarca con la promessa di mantenere la Francia nel novero delle potenze, con un piede nello storicismo senza le introflessioni promesse dai rivali. Tuttavia il venir meno della maggioranza assoluta e la crescita dei partiti cosiddetti anti-sistema guidati da Mélenchon e Le Pen obbligheranno l’inquilino dell’Eliseo a porre maggior attenzione alle dinamiche interne e ai problemi della popolazione francese, prerogativa solitamente riservata al primo ministro, distogliendo parzialmente lo sguardo dalle dinamiche esterne e dal conseguimento dei già complessi obiettivi strategici dell’Esagono. Con la conseguenza di complicare ulteriormente la già fragile strategia estera di Parigi.

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