L’UNIONE AFRICANA COMPIE VENT’ANNI. OBIETTIVI RAGGIUNTI E DEBOLEZZE.

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In occasione dei vent’anni dell’Unione Africana, festeggiati il 9 luglio, si è aperto il dibattito sugli obiettivi finora raggiunti dall’Organizzazione e sulla sua influenza nel gestire le criticità del continente. 

Nascita e obiettivi dell’Unione Africana (UA)

La sua origine va ricollocata nel 1963, anno in cui trentadue Stati africani, che avevano raggiunto l’indipendenza, decidono di istituire l’Organizzazione dell’Unione Africana (OUA), con l’obiettivo di promuovere la solidarietà e la cooperazione tra gli Stati. 

Da quel momento ha preso vita un vivace dibattito sugli effetti della decolonizzazione e sulla conseguente necessità degli Stati del continente di riorganizzarsi, sia sul piano interno che esterno.

Il dialogo e la consapevolezza sulle nuove sfide da affrontare hanno portato alla Dichiarazione di Sirte (1999), un passo verso la creazione dell’Unione Africana (UA), istituita ufficialmente nel 2002 al Summit dei Capi di Stato e di Governo di Durban.

Gli obiettivi principali erano: favorire l’integrazione tra gli Stati africani, realizzare un sistema di sostegno economico per i Paesi membri, fronteggiare il problema della sicurezza. 

Inoltre, secondo l’art.3 dell’atto costitutivo, l’UA si prefissava di: rispettare i principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei diritti umani e promuovere i valori democratici, della pace, della sicurezza e della stabilità nel continente.

Oggi l’Unione Africana è composta da 55 membri e ha sede ad Addis Adeba, in Etiopia.

A che punto siamo dopo vent’anni

Dalla sua nascita l’Unione Africana ha ottenuto dei risultati innegabili. La prima è la conquista per gli Stati membri di un maggiore potere di negoziazione sul piano diplomatico e internazionale. 

La seconda è la creazione di un’area di libero scambio con il fine di sfruttare la diversità delle risorse è la ricettività del mercato africano, uno dei più grandi al mondo dato il suo peso demografico non indifferente. 

Un esempio recente è l’implementazione dell’Africa Continental Free Trade Area (AfCFTA), che rappresenta la più grande zona di libero scambio del mondo.  Tuttavia restano alcuni ostacoli che rallentano lo sviluppo dell’area, come il tema della sicurezza.

L’instabilità costante, l’elenco delle guerre civili e dei conflitti armati in corso, e i frequenti colpi di stato, mostrano i reali punti di debolezza dell’organizzazione. Tra questi, possiamo citare le tensioni tra il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, che continuano a tenere il continente sotto scacco, o la situazione in Sudan, Burkina Faso, Guinea e Mali che sono stati sospesi dall’UA in seguito ai recenti colpi di stato militari. 

Nel settembre del 2021 il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha espresso la sua preoccupazione per i frequenti colpi di Stato accusando l’intera comunità internazionale della mancanza di una risposta unitaria.  Questa situazione è stata aggravata dalla crisi della leadership, che ha colpito diversi Stati e che potrebbe peggiorare in seguito alla crisi alimentare causata dalla guerra in Ucraina.

Tuttavia, quest’ultima, potrebbe allo stesso tempo porsi come un’opportunità per il continente africano in quanto potrebbe far emergere il suo ruolo di interlocutore fondamentale, sia sul piano energetico che strategico. Un ruolo che obbliga l’Unione Africana a un riposizionamento veloce e che potrebbe spingere, allo stesso tempo, l’intera comunità internazionale verso un maggiore interesse nella gestione delle crisi del continente. 

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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