Saudi Vision 2030: quali pericoli per il Regime?

12 mins read
Fonte Immagine: https://www.melangemagazine.biz/saudi-vision-2030-challenges-opportunities/

Saudi Vision 2030 è il quadro strategico all’interno del quale l’Arabia Saudita si sta muovendo con l’obiettivo di ridurre la propria dipendenza dalle vendite di petrolio. Per raggiungere un traguardo tanto ambizioso, il Principe ereditario Mohammad bin Salman (MbS) ha avviato una serie di riforme che dovrebbero cambiare il volto del Regno entro il 2030.

In tanti hanno accolto entusiasti le novità promosse da MbS. Non sono in pochi, però, a sottolineare la complessità del progetto e le minacce che potrebbero sorprendere i Sa’ud durante e soprattutto al termine di questo processo. Come si sta muovendo la famiglia reale per evitare di farsi cogliere impreparata dai cambiamenti che coinvolgeranno la società saudita nel prossimo decennio?

Saudi Vision 2030: cos’è?

Nell’aprile del 2016 un Mohammad bin Salman non ancora erede al trono svelava al mondo la “Visione” saudita. Questo piano strategico accompagnerà il Regno nella transizione da un’economia dipendente dalle rendite petrolifere a una diversificata entro il 2030. Per arrivare a tale risultato, il progetto è stato suddiviso in 3 macroaree interdipendenti: economia, società e governo. 

Dal punto di vista economico, ci si attende un balzo in avanti dal 19° ad almeno il 15° posto nella classifica delle economie più avanzate del pianeta. Contemporaneamente, il governo saudita si è impegnato ad aumentare l’export non-petrolifero dal 16% al 50% del PIL non-petrolifero, a far crescere gli FDI dal 3,8% al 5,7% del PIL e ad aumentare il contributo delle PMI dal 20% al 35% del PIL. In generale, si prevede un grosso ampliamento del settore privato, che dovrebbe arrivare a contribuire al PIL per il 65% contro il 40% del 2016.

Per una transizione così delicata, non è sufficiente attuare delle riforme economiche, ma diventa necessario riformare la società nella sua interezza. Lo sa bene MbS che negli ultimi anni ha concesso delle aperture, fino a poco tempo prima quantomeno inattese, al popolo saudita. Tra le più importanti ricordiamo la legge che ha dato la possibilità di guidare alle donneun rilassamento delle politiche di segregazione di genere e l’apertura, dopo decenni di restrizioni, di cinema e teatri. A livello sociale, tra i numerosi obiettivi dichiarati nel documento Vision 2030 troviamo l’aumento delle spese delle famiglie in attività culturali e di intrattenimento interne al Regno da 2,9% a 6% della spesa totale familiare, il passaggio dal 13% al 40% della popolazione che pratica esercizio fisicoalmeno una volta a settimana e il riconoscimento di 3 città saudite tra le prime 100 al mondo.

Infine, le riforme coinvolgeranno anche il governo. Qua l’obiettivo è di far sì che l’amministrazione pubblica stia al passo con i tempi e con le richieste dei cittadini. Nello specifico, l’Arabia Saudita vuole passare dall’80esimo al 20esimo posto del Government Effectiveness Index e dalla 36esima a una delle prime 5 posizioni nell’E-Government Survey Index. L’idea dei Sa’ud è chiara: muoversi da un’economia dipendente dal petrolio a una diversificata tramite enormi investimenti (tra i tanti progetti e megaprogetti è in programma la costruzione di un’intera città, NEOM) che diano slancio alla nazione internamente e al tempo stesso agevolino l’ingresso di FDI e promuovano il turismo. 

Il Regno si appresta – perciò – a entrare in una fase di stravolgimenti. Se tutto andrà come i Sa’ud si auspicano, la transizione sarà indolore. Eppure, sono già in molti a osservare che la strada intrapresa dal regime potrebbe nascondere diverse insidie.

L’altra faccia della medaglia

L’economia è il cuore del progetto, ma non bisogna sottovalutare l’importanza delle questioni sociali, soprattutto in un’ottica di tenuta del regime nel lungo periodo e per la conseguente stabilità (già fortemente compromessa) della regione. Esistono molte sfide alla Corona saudita da questo punto di vista, ma i problemi maggiori potrebbero arrivare dalla resistenza al cambiamento dei religiosi wahhabiti e dal rinnovamento del contratto sociale tra governanti e governati.

Il nuovo approccio apparentemente più moderato della famiglia reale sta riscuotendo un discreto successo, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione e le donne. Chi, al contrario, non vede di buon occhio quanto sta accadendo nel Regno sono i membri del clero wahhabita. L’istituzione religiosa ultraconservatrice ha più volte attaccato le riforme di MbS

Il patto saudita-wahhabita, che dura da più di 250 anni, ha garantito stabilità e legittimità alla famiglia reale in cambio di una posizione di privilegio all’interno dello Stato e, tra gli altri, di un ruolo chiave nel Comitato per l’imposizione della Virtù e l’interdizione del Vizio, per l’élite religiosa. Ma l’armonia tra le due parti sembra sempre più compromessa. L’opposizione diretta o indiretta dei religiosi e dei loro numerosi seguaci potrebbe quindi rappresentare un primo, importante ostacolo alla realizzazione delle riforme.

Il secondo problema che il regime dovrà affrontare è quello relativo al nuovo contratto sociale che si formerà tra Stato e società. Il passaggio da un modello distributivo incentrato sui sussidi statali ricavati dalle rendite petrolifere a uno totalmente differente, alimentato dalla tassazione dei sudditi, modificherà i rapporti di forza interni al Paese e ciò potrebbe obbligare il regime a valutare la concessione di diritti politiciad oggi inesistenti, ai sauditi.

Basti pensare che al momento dell’annuncio di Vision 2030, i lavoratori impiegati nel settore pubblico rappresentavano i 2/3 della forza lavoro, che il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici equivaleva al 50% del totale delle spese governative (contro un rapporto attorno al 20% – 30% nel resto del mondo) e che nel 2017, le tasse finanziavano solo il 10% della spesa governativa. È evidente che le privatizzazioni, la fine delle entrate derivanti dal petrolio, la riduzione delle capacità di impiego del settore pubblico e l’aumento delle tasse potrebbero causare del malcontento tra i sudditi e obbligheranno i Sa’ud a trovare forme diverse di legittimazione. 

Forse il futuro della famiglia reale non è tanto garantito quanto sembrerebbe esserlo oggi. Innanzitutto: se le riforme non avranno successo, come si potrà colmare il vuoto lasciato dai mancati introiti petroliferi e da una minore importanza dello Stato come datore di lavoro? E in secondo luogo, anche se tutto dovesse andare come previsto, quanto tempo impiegheranno i cittadini prima di chiedere nuovi cambiamenti sociali, se non addirittura delle concessioni a livello politico, che potrebbero minare il potere dei Sa’ud dalle fondamenta?

Accompagnare la transizione

Consapevole di queste (e di altre) minacce alla stabilità del regime, MbS sta sfruttando due processi che da decenni interessano il Regno: la marginalizzazione del clero wahhabita (che resta molto influente, ma ha sempre meno potere) e la costruzione di un’identità nazionale. Questi due aspetti dovrebbero aiutare il Principe ereditario ad accrescere la sua autorità e ad offrire nuovi modelli valoriali ai sauditi, più vicini alla sua visione di un’Arabia Saudita moderna. 

Come visto, l’influenza del wahhabismo rappresenta uno dei principali ostacoli alla riuscita di Vision 2030. Non è un caso che il processo, in atto da alcuni decenni, di graduale limitazione del potere dei religiosi, potrebbe raggiungere il culmine proprio nei prossimi anni. Sia re Fahd (1982 – 2005) che re Abdullah (2005 – 2015) avevano infatti già optato per la via dell’identificazione secolare all’interno dell’identità collettiva saudita per rafforzare la legittimità della Corona. E anche dopo l’annuncio di Vision 2030, questa strada continua a essere battuta con insistenza

Il secondo processo è complementare al primo ed è funzionale alla modernizzazione del Paese. Al centro di esso c’è una narrativa nazionale rinnovata, secolare, concentrata sulla cultura, sulla storia saudita e sulle origini comuni dei diversi popoli che abitano queste terre. Senza rifiutare la religione o il clero wahhabita come aspetti importanti dell’identità nazionale, ma togliendo loro il monopolio sul controllo della società, MbS punta a fornire un nuovo sistema di valori ai cittadini, che al tempo stesso gli garantisca un’ampia legittimazione politica e prosegua con l’erosione del potere wahhabita. Una delle tante novità degli ultimi anni in questo senso, è stata la costituzione della Giornata nazionale saudita, che dal 2005 viene festeggiata ogni anno il 23 settembre.

Come la Cina dimostra, le liberalizzazioni economiche non corrispondono per forza a delle liberalizzazioni politiche se il regime riesce a mantenere un forte controllo sulla società. I Sa’ud hanno quasi sempre represso duramente il dissenso, ma se le riforme non dovessero andare come sperato, o se iniziassero ad arrivare richieste politiche dai sudditi, il malcontento potrebbe trasformarsi in rivolta e a quel punto il regime sarebbe in serio pericolo. La fase in cui il futuro re si appresta ad entrare è molto delicata. A prescindere dalla riuscita o meno di Vision 2030, è probabile che anche lo stesso regime saudita uscirà modificato da questo percorso.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY