La NATO e la questione turco-nordica: ragioni, implicazioni e conseguenze di un veto (apparentemente) rimosso

13 mins read
Fonte Immagine: Bernat Armangue/AP

Il Summit di Madrid e l’invito a diventare membri dell’alleanza atlantica recapitato a Svezia e Finlandia hanno riportato con prepotenza la NATO al centro del dibattito internazionale, ma senza la rimozione del veto turco sui due paesi nordici tutto ciò non sarebbe stato possibile. Dunque, quali sono state le ragioni alla base del veto e perché esso è stato infine rimosso, almeno per il momento? Chi esce realmente vittorioso dalle trattative e quale scenario futuro si prospetta per Svezia e Finlandia?

Il 28 giugno 2022 è una data che è destinata a restare impressa nella storia dell’alleanza atlantica. Proprio quel giorno, infatti, è stato inaugurato il Summit NATO di Madrid, il primo a svolgersi in un momento di aperto conflitto armato alle porte dell’Europa e che ha segnato un cambiamento significativo nella postura difensiva della NATO. Sono diversi i punti di svolta introdotti nei tre giorni di summit NATO, durante i quali è stato presentato un nuovo Strategic Concept che non si discosta troppo dai precedenti ma che, ad esempio, definisce la Russia come una “direct threat”; tuttavia, uno degli eventi più importanti è forse avvenuto a margine dell’evento principale.

La mattina stessa del 28 giugno infatti è stato siglato un Trilateral Memorandum tra Turchia, Svezia e Finlandia che ha permesso alla NATO di invitare formalmente i due paesi del nord Europa a diventare membri dell’alleanza sorta nel 1949. Da metà maggio, infatti, in previsione della possibilità che la Svezia e Finlandia chiedessero di entrare nella NATO, a causa del deterioramento della loro percezione di sicurezza dovuta al prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il presidente Erdogan aveva più volte ribadito come avrebbe posto una sorta di veto all’ingresso di questi due paesi all’interno dell’alleanza se alcune condizioni non fossero state rispettate. La minaccia del presidente turco è risultata particolarmente credibile, in quanto nella NATO vige il principio dell’unanimità nelle votazioni e dunque anche solo l’opposizione di uno stato membro avrebbe causato il blocco di qualunque procedura.

Ma quali sono state le ragioni alla base del veto turco? Il punto centrale della questione, almeno ad un primo livello di analisi, riguardava i curdi e la classificazione che Svezia e Finlandia avevano di tale popolazione; i due paesi nel nord Europa, infatti, hanno adottato una linea differente rispetto a quella turca (decisamente più restrittiva e circoscritta) nei confronti dei movimenti politici e sociali legati ai curdi, atteggiamento che Ankara non ha mai digerito.

Un esempio di ciò si può trovare guardando al PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, il Partito dei lavoratori curdi), organizzazione che viene considerata di stampo terroristico sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti, oltre che chiaramente dalla Turchia. In questo caso Svezia e Finlandia riconoscono il PKK come organizzazione terroristica, ma non gruppi come il YPG (Yekîneyên Parastina Gel, l’Unità di Protezione popolare), formazione armata attiva in Siria e considerata da Ankara come uno spinoff del PKK che opera ad Aleppo.

Cercando di sbrogliare questa complessa matassa, le accuse che Erdogan e il governo turco rivolgevano ai colleghi nordici (in particolare alla Svezia) erano quelle di fornire armamenti, supporto e protezione a membri di organizzazioni collegate al PKK, finanziando, dal punto di vista turco, il terrorismo curdo. Se Stoccolma ed Helsinki non avessero cambiato il loro atteggiamento verso queste organizzazioni terroristiche, riconoscendole come tali e favorendo l’estradizione verso la Turchia di individui collegati a tali gruppi, affermava Erdogan, Ankara non avrebbe mai dato l’ok per l’ammissione dei due paesi nordici nell’alleanza atlantica.

Alla fine, come la storia insegna quando ci sono interessi maggiori in gioco, un accordo tra le parti è stato trovato. La mattina del 28 giugno è stato firmato il Memorandum tra i rappresentanti di Svezia, Finlandia e Turchia, mettendo dunque la parola fine (almeno per il momento) alla questione turco-nordica. Leggendo il documento, però, risulta chiaro come esso sia stato scritto con l’intento di lasciare un certo margine di interpretazione ad entrambi le parti, permettendo di cantare vittoria sia nel nord Europa che ad Ankara. 

Ad esempio, nel memorandum viene affermato come “Finland and Sweden reject and condemn terrorism in all its forms and manifestations, in the strongest terms. Finland and Sweden unambiguously condemn all terrorist organisations perpetrating attacks against Turkiye, and express their deepest solidarity with Turkiye and the families of the victims”, ma subito dopo la firma dell’accordo Pekka Haavisto, Ministro degli Affari Esteri finlandese, ha sottolineato come il suo paese abbia una definizione di terrorismo differente da quella di Ankara, ritenuta troppo ampia, e di come non sia nei programmi del governo allargare tale concezione per accontentare Erdogan.

Sulla stessa linea si colloca anche la reazione di Stoccolma, che però ospita nel suo paese un numero significativo di curdi, circa 100.000 (contro solo i 15 mila presenti in Finlandia) e che quindi dovrà gestire con maggiore attenzione le richieste provenienti dalla Turchia, soprattutto in materia di estradizione. Dal canto suo Erdogan, in piena continuità con il suo stile comunicativo propagandistico, ha presentato in patria l’esito dei negoziati come una vittoria schiacciante degli interessi nazionali turchi; nel 2023 il presidente in carica ormai ininterrottamente dal 2014 dovrà affrontare le elezioni, e la sua politica estera aggressiva e risoluta nei confronti dell’Occidente è da leggersi anche come uno strumento per assicurarsi il supporto del fronte nazionalistico interno.

Aldilà della propaganda e delle differenti interpretazioni che sono state date del memorandum del 28 giugno, vi sono alcuni elementi che permettono di affermare come l’attore che ha guadagnato maggiormente dal tavolo delle trattative sia la stata la Turchia. Se da una parte è vero che Finlandia e Svezia hanno ottenuto ciò che volevano, ovvero avviare l’iter in direzione membership NATO, dall’altra parte Ankara ha fatto valere ancora una volta la sua voce a livello internazionale, rivelandosi oggi più che mai un attore decisivo nelle dinamiche attuali.

È importante segnalare anche come la Turchia abbia ottenuto la rimozione dell’embargo sulle armi che i due paesi nordici avevano imposto ad Ankara nel 2019 a seguito dell’operazione turca in Siria contro lo YPG. La questione dell’estradizione può essere l’elemento che sancirà il reale vincitore dell’accordo raggiunto a margine del summit di Madrid: al momento il memorandum permette al governo di Stoccolma di seguire il suo normale processo legislativo in materia di estradizione, ma c’è da vedere se le cose resteranno tali.

Erdogan ha fatto già capire, in maniera abbastanza esplicita, come Svezia e Finlandia debbano mantenere la parola data e le promesse fatte in sede di trattative affinché il processo circa il loro ingresso proceda senza intoppi. Tuttavia, è fondamentale ricordare come il memorandum firmato il 28 giugno, per quanto mostri una volontà delle parti a collaborare e risolvere le controversie esistenti, non è un documento vincolante da un punto di vista del diritto internazionale, e non obbliga formalmente nessuna degli attori coinvolti a rispettare quanto stabilito. 

Esiste anche un’altra ragione per la quale la Turchia si è dimostrata disponibile a superare l’iniziale diffidenza nei confronti dei nordici e ad intavolare delle discussioni serie con Helsinki e Stoccolma. Tale motivazione è stata forse il principale leitmotiv dell’intera opera diplomatica turca, ed è collegata alla richiesta della Turchia di modernizzare la proprie forze aeree attraverso l’acquisto di aerei da combattimento F16 dagli Stati Uniti.

Ma come si incastrano tutti i pezzi di questo complesso puzzle geopolitico? L’inizio di tale controversia risale infatti al 2017, quando la Turchia, membro a tutti gli effetti della NATO, acquistò il sistema missilistico di difesa russo S-400; chiaramente tale scelta strategica non fu vista di buon occhio dagli alleati e in particolare dal Congresso degli Stati Uniti, che decise di bloccare la vendita di armamenti militari alla Turchia dell’amico Erdogan.

Si arriva così al 2022, in una situazione dove il presidente turco ha finalmente il pallino in mano, in un momento storico in cui per la NATO è essenziale mostrarsi come un’entità unica, coesa e pronta a fronteggiare il nemico russo in maniera decisa. La circostanza di situazioni, dunque, ha fatto sì che il presidente Biden spingesse Erdogan a trovare un accordo con Svezia e Finlandia, offrendo in cambio la seria possibilità di vendita dei famigerati F16 alla Turchia (anche se l’ultima parola spetterà in ogni caso al Congresso); non è certo un caso, infatti, che dopo il raggiungimento dell’accordo turco-nordico Celeste Wallander, l’assistente segretario per la difesa per gli affari di sicurezza internazionali al Pentagono, abbia dichiarato che il rafforzamento delle capacità aeree turche sarebbe un bene perché a giovarne sarebbe la NATO in quanto organizzazione.

È molto difficile prevedere se il precario equilibrio raggiunto fin ora verrà mantenuto: tra accordi non vincolanti, promesse a metà ed opportunismo politico la questione turco-nordica (con le sue conseguenze sullo scacchiere internazionale) è lontana dall’essere considerata risolta definitivamente. Un attore che ha beneficiato, almeno nell’immediato, del raggiungimento di un accordo è stata sicuramente la NATO, che nel momento di massima attività e centralità degli ultimi 20 anni è riuscita a presentarsi al Summit di Madrid in maniera compatta. Il processo per l’ingresso ufficiale di Svezia e Finlandia nell’alleanza atlantica è ancora molto lungo, ma quando (e se) questo finalmente avverrà Putin si troverà altri due vicini geografici alleati col nemico; la strada verso un ordine internazionale votato alla pace e alla stabilità sembra ormai più lontana che mai.

Latest from DIFESA E SICUREZZA