TRA VECCHIE E NUOVE GUERRE: IL CASO UCRAINO

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Fonte Immagine: https://www.ilcorrieredelgiorno.it/guerra-ucraina-russia-trovato-laccordo-europeo-sul-petrolio-e-caduto-il-veto-di-orban-il-patriarca-kirill-inserito-nella-black-list-gazprom-interrompe-le-forniture-all/

Era il 1999 quando l’accademica Mary Kaldor scriveva “Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale”. Tale libro si impegnava a capire le guerre brutali che si sono susseguite dopo l’era del bipolarismo, cercando di dare un senso ai conflitti sanguinosi del Ruanda e dell’ex-Jugoslavia. Tale studio, può aiutarci a delineare i confini delle nuove guerre, per capire se esse rientrano in una logica di potenza o meno, ma soprattutto ci permette di comprendere se il conflitto ucraino rientra in suddetta definizione.

Mary Kaldor inizia ad utilizzare il termine “nuove guerre”, affrontando l’elemento di novità che contraddistingue i conflitti che si sono verificati durante gli anni ’90 del Novecento, elaborando, così, un nuovo paradigma. Si tratta, principalmente, di conflitti interni ai confini statali, che sono caratterizzati da una natura etnico-religiosa ed etnico-politica di grande rilevanza. In questo modo, la Kaldor individua una rottura con il passato, ma, soprattutto una rottura con il paradigma clausewitziano della guerra, dove essa era la continuità della politica con altri mezzi. Sebbene il carattere etnico di tali conflitti appaia così dirompente negli anni ’90 del secolo scorso, già negli anni ’60 si parlava di revival etnico con rivendicazioni di politiche di riconoscimento di diritti specifici come l’identità etnica. 

Mary Kaldor elabora un modello individuando quattro elementi che differenziano i nuovi conflitti dai vecchi.  Secondo la studiosa l’elemento principale di differenziazione tra le due tipologie di guerre sono gli scopi di tali conflitti, in quanto, alla base di questi vi è una trasformazione politica e sociale che si fonda su una politica d’identità etnica e non sulla rivalità di potenza, che prevede uno scontro tra Stati per la propria egemonia.

Il punto focale di tali conflitti nasce dalla frustrazione ed esclusione dati da un processo di etichettamento con il quale vengono individuati i diversi e gli esterni dal gruppo principale di un dato paese. Tale diversità può essere di tipo linguistico, religioso o etnico, su questa base si elabora un processo di frammentazione e separazione, che sfrutta la dimensione emozionale della società. Inoltre, questo revival etnico sfocia in maniera impetuosa dopo la fine del bipolarismo proprio per il collasso degli Stati centralizzati, come ad esempio l’Unione Sovietica, oppure, grazie alla perdita di legittimità degli Stati post coloniali.

Un’altra caratteristica, che contraddistingue le nuove guerre, sono i combattenti e con essi i metodi di combattimento. I primi si differenziano dai “vecchi” conflitti in quanto si tratta di gruppi armati alquanto eterogenei, andando a differenziarsi dalla figura del soldato classico della prima e seconda guerra mondiale.

Tali gruppi armati possono rientrare nella categoria di privatizzazione della violenza, in quanto in questi rientrano mercenari volontari e stranieri, gruppi paramilitari, oppure, persone facenti parte delle forze di polizia. Per quel che riguarda l’altra caratteristica, quindi i metodi di combattimento, essi si differenziano nell’utilizzo di tecniche di guerriglia diverse dal passato, infatti, tale guerriglia mira al controllo del territorio e della popolazione attraverso la violenza, rientrando nella logica di etichettamento; il fine ultimo è l’eliminazione dell’altro, del diverso, seminando odio e terrore, creando in questo contesto le pulizie etniche, le intimidazioni e le deportazioni. 

Infine, l’ultimo segno distintivo delle nuove guerre lo si ritrova nel finanziamento del conflitto, esse si autofinanziano tramite i traffici illeciti, tramite la tassazione dell’assistenza umanitaria, oppure, tramite risorse che provengono dall’estero.

Sebbene il paradigma delle nuove guerre elaborato da Mary Kaldor, rimane uno studio importante all’interno dell’analisi dei conflitti, esso è un modello descrittivo che non analizza il processo che porta alla costruzione del nemico ed in ultima istanza alla violenza ed all’eliminazione del diverso. Inoltre, quelli che vengono definiti come nuovi conflitti caratterizzati da violenza gratuita e priva di logica, nascondo problemi molto più concreti in termini di potere, risorse e controllo della popolazione.

Studiosi come Ugo Fabietti e Paolo Rumiz, il primo analizzando i conflitti in Africa ed il secondo il conflitto bosniaco, individuano come la politica di identità sia un dispositivo per lo scontro, ma evidenziano come gli scopi fossero, in realtà, di natura economica e non etnica, con modalità di manipolazione totalmente razionali.

Secondo Norbert Elias è la violenza che porta all’odio etnico e non il contrario, in quanto, l’etnia in sé non può scatenare violenza, infatti, secondo Max Weber l’etnia non è altro che un costrutto culturale, una credenza soggettiva, che serve ad una comunità di origine per autodefinirsi semplificando, in questo modo, l’eterogeneità sociale. Un’etnia strumentalizzata ed utilizzata come risorsa strategica da leader carismatici, in contesti complessi con evidenti disuguaglianze politiche, socioculturali ed economiche, può far scaturire uno scontro. 

Benché la guerra in Ucraina non possa definirsi una “nuova” guerra, rientrano in essa alcuni aspetti descritti da Mary Kaldor. La sfera etnica è ciò sotto cui si è nascosto il vero motivo dell’inizio delle tensioni tra i russi e gli ucraini con inizio nel 2014, che ha visto, poi, l’escalation di tensione che ha portato ad una vera e propria guerra nel febbraio scorso.

Per capire al meglio, però, come identificare questa guerra bisogna fare, brevemente, un passo indietro. Infatti, come studiato dagli accademici suddetti, l’etnia in sé non porta alla violenza, ma, se ben strumentalizzata, può diventare la miccia che scatena un vortice vizioso senza ritorno. Degno di nota è quello che viene definito Holodomorchiamato anche genocidio di fame. Con tale termine ci si riferisce alla morte di milioni di ucraini provocata negli anni ’30 del Novecento dalle politiche di Stalin. Infatti, nel 1932 in Ucraina si verificò una carestia.

Secondo Bernard Bruneteau, però, non si può ricondurre tale carestia unicamente ai cattivi raccolti, ma bensì, la mortalità di massa è stata causata dal fatto che le autorità sovietiche mantennero percentuali altissime di requisizioni di raccolti e cibo, indifferenti delle variazioni della produzione. Secondo lo storico, tale carestia fu creata ad arte per ragioni politiche, ovvero, l’annientamento della nazionalità ucraina, riconosciuta nella figura del contadino, così da facilitare la sovietizzazione facendo ricorso alla pratica di sterminio avvenuto tramite la fame. L’Holodomor ha innescato un risentimento ancora vivo verso i russi, che può tramutarsi in un processo di costruzione del nemico. 

Eppure l’inizio delle tensioni tra Ucraina e Russia, nel 2014, non era dovuto ad un risentimento degli ucraini verso i russi, ma bensì, ad un sentimento sempre più separatista della regione del Donbass, infatti, la propaganda che ha portato all’escalation delle tensioni, culminato con l’entrata dei russi in territorio ucraino nel febbraio scorso, era rivolta all’indipendenza di tali territori, annullando così, gli accordi di Minsk del 2015, con il riconoscimento russo della Repubblica di Donetsk e la Repubblica di Lugansk.

Tale territorio si definisce separatista identificandosi più nella nazionalità russa rispetto all’ucraina. L’attuale guerra, però, sebbene preveda una forte sfera etnica, ha interessi molto più concreti, interessi principalmente geopolitici, che vanno aldilà della semplice identificazione sociale. Inoltre, sebbene possa essere iniziata come una “nuova” guerra e quindi sulla spinta di creare delle Repubbliche indipendenti, il tipo di combattimento messo in campo non può ricondursi ad atti di guerriglia, e benché tra le fila di combattenti ucraini rientrino anche dei mercenari stranieri e volontari, tale esercito è sicuramente più di tipo tradizionale che nuovo. 

La guerra in Ucraina, quindi, può rappresentare un ulteriore nuovo tipo di guerra, una guerra di tipo ibrido. Difatti, è una guerra di non ritorno, non solo per l’aspetto cibernetico con la quale essa si contraddistingue dalle altre, ma, anche per la messa in discussione del sistema pacifico delle relazioni internazionali sul quale si basa il sistema Onu e, soprattutto, per il risvolto geopolitico e nucleare che la contraddistingue.

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