Tensioni tra Libano e Israele: gas naturale, confini contesi e interferenze dell’Iran

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L’Energean nelle acque contese tra Libano e Israele, The Journal of Petroleum Technology.

L’estrazione di gas naturale al largo di Haifa diventa un nuovo motivo di contesa tra Libano e Israele influenzato dall’interferenza dell’Iran tramite il gruppo Hezbollah.

All’indomani dell’occupazione russa dell’Ucraina, l’Europa è diventata protagonista di una crisi energetica tale da costringere la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen a guardare al cosiddetto “gas di Levante” con l’obiettivo di garantire agli Stati europei circa 20 miliardi di metri cubi di gas in sostituzione di quello importato dalla Russia.

Oltre, però, alle problematiche legate alle tempistiche del contratto – al costo stimato di circa 12 miliardi e al trasporto del gas – il limite più grande al momento è rappresentato dall’instabilità della regione, motivo per il quale prima gli Stati Uniti, poi l’Italia e infine la Turchia, si sono tirati indietro dal progetto denominato EastMed.

Israele, prima ancora che il mediatore statunitense Amos Hochstein si recasse a Beirut per rilanciare il negoziato indiretto sui confini marittimi tra Israele e Libano, ha iniziato a sfruttare il giacimento di Karish, 75 chilometri al largo di Haifa, affidando l’intervento alla Energean Plc, compagnia quotata a Londra, interessata agli idrocarburi tra cui il gas naturale. 

Per questo motivo, a partire dalla metà di giugno, diverse centinaia di cittadini libanesi stanno portando avanti una forte protesta nella città di Naqoura rivendicando la zona di Karish come appartenente alle loro acque. 

Amos Hochstein, che già in passato aveva offerto come compromesso al governo di Beirut una linea obliqua sul Mediterraneo a dividere le zone economiche di interesse, senza però aver mai ricevuto risposta o una contro-offerta, tenta di mediare la contesa per i confini definitivi tra le due parti fin dal 2006, momento culmine terminato poi senza un trattato risolutivo. I negoziati sulla frontiera marittima hanno visto uno sforzo di ripresa nel 2020, conclusosi però di lì a poco a causa di un blocco da parte dell’esecutivo libanese che pretendeva una modifica nella mappa utilizzata nei colloqui dalle Nazioni Unite.

L’area marittima interessata è tra le cosiddette linee 23 e 29, per la quale inizialmente il Libano ha chiesto 860 chilometri quadrati di territorio, per poi rivendicarne altri 1.430, inclusa una parte di Karish e del suo gas. Ad oggi, a causa di questo attrito, Libano e Israele non hanno relazioni diplomatiche e sono separati da un confine pattugliato dall’Onu, il che rende difficile stabilire entro quali confini sia da collocare Karish e la nave per le perforazioni anglo-greca nelle sue acque. 

Ad aggravare ulteriormente la situazione libanese c’è la crisi economica, una delle più gravi della storia moderna: dal 2019 il PIL si è contratto del 58%, l’inflazione annua supera il 200%, il salario minimo è di un dollaro al giorno e secondo le Nazioni Unite tre libanesi su quattro sono poveri . Si tratta anche di una delle più gravi crisi della storia politica del Paese, che vede tutti i principali partiti minacciare Israele senza l’intento di capire quanto gas eventualmente sfruttabile ci sia sotto il proprio mare, ma guardando solo alle divisioni settarie e personali.

Tra i principali contestatori dell’azione israeliana c’è il partito-milizia sciita Hezbollah, col suo leader Hassan Nasrallah che minaccia Israele forte del proprio arsenale, dotato di missili in grado di percorrere 75 chilometri di mare aperto contro le poche navi della marina israeliana dispiegate a difesa della Energean, ma soprattutto sicuro del sostegno economico e militare dell’Iran, altro paese in competizione per il controllo della regione.

Nella volontà di mantenere un forte potere sul Libano, l’Iran preme affinché il “Partito di Dio” conservi dopo le elezioni, nelle divisioni degli uffici, il redditizio Ministero dell’Energia, e sostiene il segretario generale e capo del partito Nasrallah nel richiamare tutti i cittadini libanesi dichiarando che «Hezbollah ha la capacità militare e tecnologica per impedire che Israele proceda nella sue attività illegali». In sostanza, l’Iran appoggia un eventuale attacco di Hezbollah alla nave Energean.

In questo scenario, le tensioni sono aggravate dalla pressione degli Stati Uniti su Beirut affinché accetti la linea 23, rinunciando così a Karish, in cambio dell’approvazione finale da parte di Washington del progetto che prevede l’arrivo nel Paese dei cedri di gas egiziano e di elettricità dalla Giordania, passando per la Siria sotto sanzioni, in conformità con un accordo firmato in precedenza.

In questo modo, rinunciando alla volontà di controllare l’area del Karish nella lunga e ininterrotta lotta con Israele, il Libano otterrebbe, ad un costo del 30 % inferiore rispetto a quello sul mercato mondiale, la possibilità di erogare quattro ore di elettricità al giorno ai propri cittadini, che non sarebbero più costretti, di conseguenza, ad avvalersi di fornitori privati perché afflitti da una costante interruzione di energia elettrica pubblica.

Ad oggi, quindi, è difficile essere ottimisti riguardo l’esito della disputa sul controllo delle acque tra Libano e Israele e del gas sottostante: il punto centrale è che il gas egiziano previsto negli accordi citati in precedenza e indispensabile per la sopravvivenza del Libano, è in realtà gas israeliano, fa parte del suo export distribuito nella regione tramite l’Egitto; avanzare pretese o addirittura minacciare un intervento armato contro una nave israeliana per impedirne l’estrazione di gas naturale, significherebbe ridurne il quantitativo che Israele può immettere nella regione e quindi andare incontro all’inevitabile e definitivo collasso del Libano.

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