LA SOLASTALGIA IN ARTICO: UNA NUOVA MINACCIA PER LA SOPRAVVIVENZA DEGLI INUIT CAUSATA DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO

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Fonte immagine: https://www.nytimes.com/interactive/2017/11/25/climate/arctic-climate-change.html

Secondo il filosofo australiano Glenn Albrecht, soffrire di solastalgia significa provare un senso di malinconia nei confronti della propria casa, pur continuando a risiederci, perché quest’ultima non è più percepita come tale in quanto alterata da fattori climatici. Tra le prime vittime di questo malessere troviamo il popolo Inuit dell’Artico che, vedendo il suo stile di vita minacciato da fenomeni imprevisti dovuti al surriscaldamento globale, ha iniziato a manifestare i sintomi di una forte depressione.  

La solastalgia: un’analisi del fenomeno sui popoli indigeni dell’Artico 

Parlare di cambiamento climatico senza analizzare le sue conseguenze sulla vita delle persone è impossibile. Per questo, davanti ad un clima sempre più instabile, soffrire di solastalgia è diventata una condizione che accomuna sempre più persone in ogni parte del mondo. Ci si rende conto che l’ambiente che un tempo ci era familiare e caro, per esempio quello dove siamo nati e cresciuti, è cambiato in modo negativo. Tuttavia, non tutte le popolazioni della Terra subiscono l’impatto dei cambiamenti climatici con la stessa intensità

L’impatto psicologico maggiore di questo malessere sta avendo gravi e serie conseguenze soprattutto sulle popolazioni indigene, a causa del loro profondo legame con la loro terra d’origine. Nate e cresciute in un rapporto simbiotico con il proprio territorio, queste comunità, nel vedere l’ambiente e il loro habitat alterati a causa del cambiamento climatico, provano un senso di perdita e di smarrimento tali da incidere sulla loro identità e sul senso di appartenenza alla loro casa, non più riconosciuta come loro terra ancestrale. 

Secondo il filosofo australiano Glenn Albrecht, la paura e il dolore associati a un ambiente in rapido mutamento prendono il nome di solastalgia: un neologismo coniato nel 2003 con cui lo studioso intendeva descrivere lo shock emotivo provato dagli abitanti della Upper Hunter Valley dopo che grandi miniere di carbone a cielo aperto nel New South Wales avevano reso l’ambiente circostante, un tempo a loro familiare, irriconoscibile. 

Derivata dalla crasi della parola latina solacium (conforto) e dal suffisso greco algia (dolore), la solastalgia indica, quindi, una forma di nostalgia che si prova quando si è ancora a casa ma ci si rende conto che l’ambiente in cui si vive sta cambiando drasticamente e irreversibilmente a causa di trasformazioni esterne. 

La solastalgia, pertanto, mira a descrivere le ripercussioni psicologiche più intime provocate dai cambiamenti climatici sulle persone e tra le prime vittime di questa malattia spiccano le popolazioni indigene dell’Artico. Queste ultime, infatti, ogni anno sono costrette a familiarizzare un po’ di più con un ambiente in continua evoluzione, inverni più brevi e con condizioni meteorologiche sempre più imprevedibili a causa gli impatti del surriscaldamento globale. 

Nella regione artica, specialmente nelle stagioni intermedie, si stanno verificando brusche fluttuazioni delle precipitazioni e delle temperature che stanno generando forti disagi tra i residenti. Accade così, ad esempio, che in autunno e in primavera gli spostamenti con le motoslitte su stagni e fiumi diventano pericolosi da attuare, perché lo strato di ghiaccio che li ricopre è troppo sottile, e, allo stessi tempo, c’è troppo ghiaccio nell’acqua per oltrepassarli in sicurezza con una barca a motore o con un kayak. 

Inoltre, in Artico questa instabilità climatica sta esacerbando alcuni problemi sociali già esistenti tra cui: l’insicurezza alimentare, l’accesso limitato all’acqua e alla terra, il sovraffollamento degli alloggi, la salute mentale dei suoi abitanti e la dipendenza da altri paesi per l’approvvigionamento di risorse.

Le popolazioni artiche, dunque, sono tra le prime vittime del cambiamento climatico e sono costrette a contemplare, prima di altre comunità indigene stanziate ad altre latitudini, il crollo della loro cultura e della loro identità fortemente dipendenti dalla neve e dal ghiaccio. 

Il popolo Inuit affetto da solastalgia

Tra le tante comunità autoctone che vivono nell’Artico, sembrerebbe che il popolo che sta soffrendo maggiormente l’impatto psicologico dovuto al cambiamento climatico sia quello degli Inuit.  

Conosciuti anche conosciuti come “esquimesi”, gli Inuit vivono prevalentemente in Alaska, nel Nunavut canadese, in Groenlandia e sulla punta nord-orientale della Siberia e, con una comunità di circa 120.000 abitanti, sono la popolazione dell’Artico più numerosa. 

Ancora oggi le loro attività principali si basano sulla caccia, sulla pesca, sull’allevamento, sulla conciatura di pelli, sul raccolto e sull’artigianato, usanze e tradizioni che sono parte integrante della loro cultura e che dunque vengono trasmessi di generazione in generazione. Gli Inuit, infatti, per molti aspetti, continuano a rapportarsi con la natura in modo olistico poiché ogni aspetto dell’ambiente circostante influenza direttamente la loro vita quotidiana: neve per costruire le case, pelli di animali per realizzare vestiti, ossa e pietre per costruire armi e strumenti. 

Tuttavia, dal momento che gli effetti della crisi climatica stravolgono il loro territorio sempre più rapidamente, gli Inuit stanno avendo notevoli difficoltà a adattarsi a tali mutamenti. È la velocità con cui si manifesta il cambiamento, infatti, il problema più grande che questa comunità deve affrontare, insieme alla capacità di mitigare questi cambiamenti in modi che consentano la sopravvivenza della loro cultura. 

Per descrivere i cambiamenti che stanno avvenendo al loro ambiente, gli Inuit usano la parola uggianaqtuq  che significa “comportarsi in modo strano”. Ma non è solo il clima ad essere in subbuglio.

Davanti ad un ambiente che muta di anno in anno a causa del cambiamento climatico, gli Inuit avvertono che le attività ancestrali e le loro tradizioni sono in serio pericolo perché, a differenza degli anni passati, manca quella prevedibilità degli eventi atmosferici nonché quella certezza che il loro stile di vita, le loro usanze e i loro valori possano sopravvivere se la loro terra continua a mutare a causa della crisi climatica.

Secondo quanto riportato al quotidiano The Guardian da Ashlee Cunsolo, direttrice del Labrador Institute of Memorial University di St John’s in Canada che ha studiato gli effetti disorientanti che i cambiamenti climatici possono avere sulla salute mentale delle persone, la solastalgia porta gli Inuit ad esprimere un dolore profondo. Questi ultimi, infatti, avvertono che il loro territorio negli ultimi anni è fortemente cambiato rispetto a come era un tempo e dunque hanno nostalgia della loro casa anche se vi continuano a risiedere. 

Non è necessario andarsene per piangere la perdita della propria casa: a volte l’ambiente cambia così rapidamente intorno a noi che quel lutto esiste già. Quando ti trovi in ​​situazioni in cui sei profondamente dipendente dall’ambiente, anche sottili alternanze possono avere enormi effetti a catena” ha riferito la studiosa parlando del senso di disagio, profonda angoscia ed empatia che manifesta questa popolazione dell’Artico quando avverte che le condizioni ambientali circostanti sono cambiate repentinamente a causa della crisi climatica. Quello che gli Inuit provano, dunque, è un vero e proprio malessere mentale, fisico, spirituale ed emotivo che li fa sentire intrappolati, depressi, stressati, ansiosi e impotenti davanti al grido d’aiuto lanciato dalla propria terra madre. Si tratta di una depressione tipica delle popolazioni indigene che, avendo con la loro terra natia un legame indissolubile, provano sulla loro pelle le sofferenze della natura come se fossero le proprie. 

In alcuni casi, addirittura, la sofferenza provocata dalla solastalgia ha portato gli Inuit al suicidio, a violenze domestiche e al consumo di alcol e sostanze stupefacenti. Emblematico, in tal senso, è il caso della comunità Inuit di Groenlandia che annovera il più alto tasso di suicidi conosciuto al mondo. I suoi abitanti, infatti, sono vittime di una depressione causata non solo dall’esigenza di adattare il loro stile di vita tradizionale con le conseguenze del riscaldamento globale ma sono costretti anche ad assistere ai numerosi tentativi del governo danese di modernizzare l’isola. In particolare, dalla Seconda Guerra Mondiale, la Danimarca ha avviato una forte modernizzazione della sua ex colonia portando ad una presenza della madrepatria sull’isola sempre più capillare e invadente al fine di sfruttare pienamente il potenziale di quel territorio ricco di minerali preziosi come terre rare, zinco e uranio. Col tempo, questa modernizzazione ha garantito l’accesso sull’isola di numerose società commerciali straniere che, con le loro attività estrattive o volte al trattamento e all’inscatolamento del pesce, hanno però minato l’identità, la storia e stile di vita tradizionale degli abitanti dei piccoli villaggi locali comportando anche forti ricadute ambientali.

Conclusioni

Nonostante il difficile scenario che gli Inuit devono affrontare, la studiosa Cunsolo ritiene che la solastalgia possa avere, dopotutto, dei retroscena positivi. 

È possibile che gli Inuit, anziché rimanere paralizzati dalle conseguenze di questa particolare malattia, imparino a riconoscere e a identificare la fonte del loro malessere rinsaldando il senso di appartenenza alla loro comunità, necessario per rendersi conto di non essere soli ad affrontare un futuro incerto e in perenne divenire, ritrovando così la loro identità di popolo artico. 

Le popolazioni artiche, in fondo, si sono sempre adattate agli effetti del cambiamento climatico e, proprio questa adattabilità di fronte all’ignoto, ha reso gli Inuit leader nella lotta ai cambiamenti climatici al fine di salvaguardare e restare nel luogo a cui appartengono. 

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