La Grande Romania è un sogno reale

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La Moldova, geograficamente sull’orlo del conflitto e con il timore di finirvi dentro, vira a occidente e pensa alla riunificazione con Bucarest, sogno oggi quantomai vivo.

La Romania è un soggetto dotato di un rilevante peso geopolitico, certamente maggiore di quello che la demografia e l’economia del Paese le conferirebbero altrimenti. Ciò è dovuto alla posizione strategica che lo stato occupa dal punto di vista geografico (nei Balcani, confinante con l’Ucraina e affacciato sul Mar Nero) e la conseguente rilevanza che esso ricopre all’interno della Nato e agli occhi di Washington.

Proprio il confine condiviso con Ucraina e Moldova, primo territorio non atlantico e dunque conteso con Mosca, rendono la Romania un partner di primaria importanza per Washington già ben prima della guerra in Ucraina, elevandola a bastione orientale dell’alleanza (insieme soprattutto alla Polonia e ai tre Paesi baltici). Un fattore che l’attuale conflitto non può che amplificare.

Alle porte della guerra

Bucarest nonostante la prossimità con il conflitto (ricordiamo che l’isola dei Serpenti, scoglio ormai famoso, è prossimo al delta del Danubio, territorio rumeno, ed è un antica isola contesa tra Bucarest e Kiev) non è un Paese direttamente minacciato da Mosca in quanto non rientra nel russkij mir (il cosiddetto mondo russo) propagandato dal Cremlino, ovvero quell’area culturalmente afferente a Mosca che il Cremlino intende ricondurre a sé. Se la Romania non rientra in quest’area geografica le è tuttavia prossima sia dal punto di vista geografico sia in termini di interessi nazionali: il russkij mir infatti si ferma al fiume Nistru (o Dnestr), via d’acqua che divide internamente la Moldova tra una parte di cultura e lingua rumena e una, la Transnistria, russofona (carta).

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Carta: la Romania e il territorio moldavo diviso nella sua regione di cultura rumena (Bessarabia) e nell’indipendente Transnistria più l’autonoma Gagauzia, regione turcofona

Moldova/Moldavia: uno spazio diviso sin dal nome

La Moldova (o Moldavia in etimologia russofona), stato più povero del vecchio continente, è oggi al centro del dibattito a causa della propria posizione geografica (a ridosso del conflitto) e delle sue problematiche interne. Storicamente terra di confine tra aree culturali diverse, la Moldova è costituita da una regione principale – la Bessarabia – di cultura e lingua rumena. Subito dopo la seconda guerra mondiale grazie alla cosiddetta Marea Unire (Grande unione) tale territorio entrò a far parte della cosiddetta România Mare (Grande Romania), un’entità politica che racchiudeva i territori di cultura e lingua rumena e che sarebbe cresciuta poi con l’annessione prima della Transilvania (ancora oggi sotto Bucarest) e della Bucovina, regione rumena oggi ucraina.

Le vicende storiche portarono tuttavia presto la Bessarabia sotto il controllo sovietico, con Mosca che creò la Repubblica Socialista Sovietica Moldova tracciandone i confini in modo crudele impedendole lo sbocco al Mar Nero, fattore che ne avrebbe permesso un maggiore sviluppo economico (soprattutto più indipendente da Mosca), e includendovi la Transnistria, striscia di terra oltre il Dnestr abitata da russi e ucraini, cosa che contribuì a evitare che la piccola repubblica moldava avesse un’uniformità linguistica e culturale propria (perdipiù non slava) che ne mettesse in pericolo il controllo da parte del Cremlino.

La Moldova indipendente e la secessione della Transnistria

Il crollo dell’URSS e l’indipendenza moldava portarono anche alla secessione (non riconosciuta) della Transnistria, da allora propaggine di Mosca all’interno del piccolo stato. Chisinau dagli anni Novanta ha adottato una politica di neutralità, messa nero su bianco nella costituzione, e di equidistanza tra Bruxelles/Washington e Mosca con l’obiettivo di sfruttare il supporto soprattutto economico da entrambe le sponde senza accendere la miccia delle tensioni. Il conflitto scoppiato a febbraio nella vicina Ucraina ha visto Chisinau mantenere una linea di estrema cautela ma sta mettendo oggi progressivamente alla prova tale complicato equilibrismo – indipendentemente da un eventuale allargamento del conflitto ai confini moldavi – e ha posto nuovamente all’orizzonte la possibilità di un’unione con la Romania.

Il fronte interno a Chisinau

La Moldova, anche escludendo la Transnistria, è un Paese diviso nella sua opinione pubblica ma anche nelle sue stesse istituzioni. Segno evidente di questo è l’arresto nel mese di maggio e per accuse risalenti al periodo in cui era in carica dell’ex presidente filorusso Dodon che poco prima aveva accusato le attuali istituzioni del Paese, con a capo l’europeista e filooccidentale Sandu, di colloqui segreti con i governi occidentali in chiave anti-Mosca e con il fine di avvicinarsi alla Nato.

Questo arresto, unito a una nuova legge che vieta la trasmissione di notizie russe, alla messa in dubbio della neutralità del Paese da parte della stessa Sandu e dello status di candidata all’ingresso nell’UE acquisito a fine giugno insieme all’Ucraina indicano un chiaro spostamento verso occidente da parte del piccolo stato. La Moldova sembra aver dunque scelto l’occidente, a costo di passi avanti evidenti che non possono che generare fibrillazioni in un Paese povero, culturalmente in bilico e con una tensione tra la componente rumena e quella russa, oltre alla minoranza turcofona della Gagauzia che guarda anch’essa più a Mosca che all’occidente.

La Grande Romania come via verso l’occidente

Ma quale può essere una via per raggiungere l’occidente? Lo status di candidata all’UE è solo il primo passo di un percorso lungo per qualunque Paese, soprattutto per uno come la Moldova che è ben lontana dal soddisfare i requisiti necessari. C’è però una possibile via più rapida: il ritorno della Grande Romania e dunque l’unificazione con Bucarest, una possibilità mai tramontata e che ha visto una crescita di consenso nella popolazione moldava dal 1990 a oggi, soprattutto alla luce della crescente differenza di benessere con i cugini rumeni.

Sono soprattutto le fasce più giovani, attratte dalla possibilità di godere degli stessi benefici dei propri coetanei occidentali, a essere favorevole a una prospettiva di unificazione che è invece avversata da una parte di popolazione che beneficia della diffusa corruzione del Paese e che, impaurita dalla possibilità di perdere tali privilegi una volta che Chisinau dovesse entrare nel campo occidentale e nell’UE, può ostacolarne il processo.

Occhio a Bucarest

A giocare per una Grande Romania il principale attore è però Bucarest. Se in Moldova l’idea di unione tra i due Paesi crea divisioni, in Romania essa accomuna l’arco politico, pur con urgenze e prudenze differenti. Bucarest si è sempre detta favorevole all’unione e pronta ad accettarla ma solo nel caso in cui in Moldova si manifestassero segnali inequivocabili di consenso, come un referendum o chiare manifestazioni in tal senso.

La Romania pur di portare avanti il progetto di unificazione è disposta a spingersi fino al fiume Dnestr, integrando solo la Bessarabia e lasciando così fuori la Transnistria russofona, ponendo così fine alla divisione moldava e segnando un confine ufficiale tra le aree di cultura rumena e il russkij mir. Bucarest sta perseguendo un progetto di avvicinamento a sé della Moldova tramite progetti infrastrutturali che leghino sempre di più la Bessarabia alla Romania odierna, come ad esempio in campo energetico con il gasdotto Iasi-Ungheni-Chisinau., sfruttando anche i fondi di coesione europei; fondi che Bucarest utilizzerebbe anche a eventuale unificazione avvenuta per lo stesso sviluppo economico della Bessarabia.

Possibile la via tedesca?

Ma come raggiungere l’obiettivo di Grande Romania? Tra le opzioni oggi sul tavolo vi è quella che la stessa Chisinau ceda i propri territori a ovest del fiume Dnestr, ovvero la Bessarabia, a Bucarest che dunque annetterebbe la regione, un’eventualità paventata dagli stessi rumeni in caso di ulteriore aggravarsi della situazione. Si tratta di uno stratagemma che permetterebbe al contempo una rapida e immediata integrazione di Chisinau nell’UE sfruttando il precedente tedesco: la riunificazione della Germania nel 1990 permise infatti alla Germania Est di entrare al contempo nello spazio comunitario in modo più rapido.

Bucarest potrebbe da un lato far leva su questo tasto per convincere Chisinau della convenienza dell’unione e dall’altro lato sfruttare il pericolo che il conflitto ucraino si estenda alla Moldova per convincere al contempo l’UE della necessità di integrare Chisinau nel proprio spazio prima che venga coinvolta in uno scontro pericoloso per la stessa esistenza della Moldova, molto vulnerabile dal punto di vista militare. Tale stratagemma inoltre farebbe coincidere l’attuale statualità moldava con i confini della Transnistria, cosa che ne permetterebbe anche l’automatico riconoscimento internazionale.

Dal punto di vista di Mosca in linea teorica ciò potrebbe da un lato arrecare beneficio perché il ritorno a Bucarest di una provincia culturalmente e linguisticamente rumena legittimerebbe medesime operazioni in Ucraina (e non solo) da parte del Cremlino, permettendole potenzialmente anche un controllo maggiore sulla Transnistria; tuttavia Mosca deve anche considerare che ciò comporterebbe un ulteriore allargamento verso i propri confini sia della Nato che dell’UE.

La guerra deciderà il futuro della Grande Romania

La Grande Romania è dunque oggi un’eventualità reale anche se ancora lontana da una concretizzazione effettiva. Bucarest continua a giocare in maniera cauta attendendo l’andamento degli eventi in Ucraina. Il futuro del Paese moldavo si gioca infatti proprio sull’andamento del conflitto: un eventuale allargamento dello stesso alla Transnistria, se non addirittura alla Bessarabia, ed eventuali accordi di Kiev e/o Washington con Mosca incideranno in maniera decisiva sulla possibilità della Grande Romania di trasformarsi da sogno a realtà.

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